Italia sotto pressione: frane, clima estremo e cittadini esposti nella mappa del dissesto

Dalle mappe IFFI ai casi recenti, i numeri del dissesto mostrano un'Italia vulnerabile: frane, clima estremo e prevenzione al centro della sfida.

L’Italia entra in campo contro il dissesto con un avversario che non concede pause: nel lessico del rischio idrogeologico, la formula Italia fragile non è un’esagerazione retorica. Gli indicatori aggiornati parlano di oltre 636mila frane censite, una quota che vale circa due terzi dei fenomeni mappati in Europa, e di frane distribuite su più di 25.100 chilometri quadrati, pari all’8,3% del territorio nazionale. Nelle fasce più delicate, oltre 1,28 milioni di abitanti vivono in aree a pericolosità elevata e molto elevata.

Dissesto idrogeologico in Italia

La banca dati che legge il terreno

Il cuore della ricognizione è l’Inventario IFFI, costruito da ISPRA con Regioni, Province autonome e ARPA competenti. Non è un archivio fermo in panchina, ma una base tecnica di mappatura che raccoglie cartografie, parametri, eventi, documenti e geometrie delle frane per sostenere piani di assetto idrogeologico, programmazione degli interventi e piani di emergenza. La copertura temporale indicata dagli indicatori va dal 1116 al 2025, ma la lettura dei trend resta prudente perché la data di attivazione è disponibile solo per una parte limitata dei fenomeni.

Cittadini, case e patrimonio: il peso dell’esposizione

La classifica più pesante non riguarda solo i versanti, ma chi ci vive, lavora o custodisce patrimonio. Considerando tutte le classi di pericolosità, la popolazione esposta a frane arriva a 5.708.269 abitanti, pari al 9,7% del totale; nelle sole aree P3 e P4 si contano 1.284.960 residenti, con 477.054 persone in pericolosità molto elevata e 807.906 in pericolosità elevata. Nelle stesse fasce critiche rientrano oltre 582mila famiglie, 742mila edifici, quasi 75mila unità locali d’impresa e 14mila beni culturali.

Il campo, intanto, si allarga. La superficie nazionale classificata a pericolosità per frane secondo i PAI è salita da 55.400 chilometri quadrati nel 2021 a 69.500 nel 2024, cioè il 23% del Paese, con un incremento del 15%. Anche le fasce P3 e P4 sono cresciute dall’8,7% al 9,5% del territorio. Gli aumenti più evidenti risultano nella Provincia autonoma di Bolzano, in Toscana, Sardegna e Sicilia, soprattutto per studi di dettaglio più accurati.

Meteo estremo, la pressione che cambia la partita

Il triennio 2022-2024 ha mostrato quanto il meteo possa trasformare una fragilità strutturale in emergenza. Le Marche nel settembre 2022, Ischia nel novembre dello stesso anno con 12 vittime, l’Emilia-Romagna nel maggio 2023 con danni stimati in 8,6 miliardi di euro, e poi Valle d’Aosta e Piemonte settentrionale nel giugno 2024, compongono una sequenza che pesa come una serie di gol subiti. ISPRA e SNPA collegano l’aumento delle piogge intense e concentrate alla crescita di frane superficiali, colate rapide e flash flood.

La cronaca recente conferma che il rischio non vive nelle statistiche, ma nelle strade chiuse, nelle evacuazioni e nei danni agli edifici. Gli eventi franosi principali del 2024 sono stati 185, con 5 morti, 18 feriti e impatti soprattutto su viabilità e fabbricati; nello stesso quadro, il 94,5% dei comuni italiani risulta esposto ad almeno una tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. È una pressione quasi nazionale, non una questione confinata a pochi versanti sfortunati.

Niscemi, il campanello d’allarme del 2026

Il caso di Niscemi ha riportato la partita del dissesto nel cuore della cronaca del 2026. Dopo l’ondata di maltempo che dal 18 gennaio ha colpito il Sud, il 25 gennaio l’emergenza Frana Niscemi si è sviluppata a ridosso della parte sud del centro abitato, imponendo zona rossa ed evacuazioni immediate. ANSA ha riferito di circa 500 persone allontanate dalle aree a rischio, mentre gli aggiornamenti successivi hanno parlato di rischio residuo elevato e di gestione fondata su monitoraggio, delocalizzazioni e mitigazione.

La scienza prova a giocare d’anticipo

Il tema sarà anche al centro della Lettura corsiniana dell’Accademia dei Lincei del 3 maggio 2026, a Palazzo Corsini, con Fausto Guzzetti e un titolo che va dritto al punto: Frane, frane, ancora frane. Cosa fare? L’incontro mette sul tavolo le domande decisive: quante frane ci sono, perché sono un problema e che cosa manca per difendersi meglio. Il nodo è prevedere dove, quando, con quali dimensioni e frequenza potranno verificarsi, sapendo che numero, volume e velocità cambiano su scale molto diverse.

La partita vera si chiama prevenzione

La chiusura non può essere il solito recupero affannoso dopo il fischio dell’emergenza. La Protezione Civile ricorda che il dissesto italiano è aggravato da urbanizzazione, abbandono dei terreni montani, abusivismo, disboscamento e mancata manutenzione di versanti e corsi d’acqua; per questo la risposta deve spostarsi dalla riparazione dei danni alla prevenzione e alla riduzione delle condizioni di rischio. Mappe PAI, piattaforme come IdroGEO, aggiornamento delle pericolosità e piani comunali diventano gli schemi di gioco per non subire sempre la prossima frana.

Costanza Bisceglia

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