Caldo estremo al lavoro, lo studio: aumentano le attività non lavorative e lo sforzo produttivo

Una ricerca statunitense mostra che nelle giornate più calde cresce il tempo dedicato ad attività non lavorative, con differenze legate al genere, al contratto e al clima locale.

Il caldo intenso non incide soltanto sul benessere fisico, ma può modificare anche il modo in cui viene distribuito il tempo durante la giornata lavorativa. Una ricerca pubblicata su Economics & Human Biology ha analizzato i diari temporali dei lavoratori statunitensi tra il 2003 e il 2019, mettendoli in relazione con le temperature registrate nei territori di riferimento. Il risultato principale è un’associazione tra giornate molto calde e aumento delle attività non lavorative svolte mentre la persona si trova al lavoro.

Caldo estremo e produttività sul lavoro

Il caldo molto intenso è associato a un aumento del tempo trascorso sul posto di lavoro in attività non lavorative, con effetti diversi tra categorie professionali. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Lo studio considera estremamente calde le giornate con una temperatura massima pari o superiore a 100 gradi Fahrenheit, equivalenti a circa 37,8 gradi Celsius. Rispetto ai giorni collocati nella fascia ritenuta più confortevole, i lavoratori mostrano in media un incremento di circa il 35,9% del tempo trascorso al lavoro senza svolgere attività lavorative. Il dato non equivale automaticamente a una perdita identica di produzione, perché la ricerca misura un comportamento osservabile e lo usa come indicatore dello sforzo lavorativo.

Le analisi di robustezza rafforzano la relazione individuata. In una specifica elaborazione statistica, una giornata oltre i 100 gradi Fahrenheit risulta associata a un aumento del 41,06% delle attività non lavorative rispetto alla fascia compresa tra 75 e 80 gradi Fahrenheit. L’incremento riguarda soprattutto il tempo dedicato a svago ed esercizio, mentre le attività domestiche e le altre categorie considerate hanno un peso più contenuto. Il risultato suggerisce quindi una componente comportamentale, non soltanto una pausa necessaria per recuperare dallo stress fisico.

La differenza più netta emerge nel confronto tra uomini e donne. Nelle giornate estremamente calde, le donne trascorrono al lavoro 4,38 minuti in più in attività non lavorative rispetto ai giorni con temperature confortevoli. Per gli uomini, invece, la variazione non raggiunge una significatività statistica. Gli autori invitano a non leggere questo risultato come una caratteristica biologica semplice e generalizzabile: possono pesare la distribuzione delle mansioni, il grado di autonomia, le aspettative manageriali e le norme sociali che regolano il comportamento sul posto di lavoro.

L’effetto appare particolarmente evidente tra i lavoratori pagati a ore. In questa categoria la possibilità di modificare tempi, ritmi e presenza può essere più limitata, mentre il caldo può rendere meno sostenibile mantenere lo stesso livello di intensità per tutta la giornata. Il tempo non lavorativo osservato nello studio può dunque rappresentare una forma di adattamento informale, favorita da pause più frequenti o da un rallentamento dell’attività, ma anche una risposta alle diverse regole di controllo presenti nei luoghi di lavoro.

La ricerca rileva inoltre che la risposta al caldo cambia in funzione del contesto economico. Le perdite di impegno risultano maggiori durante le fasi di espansione, quando i lavoratori possono avere un potere contrattuale più elevato e una maggiore capacità di adattare l’offerta di lavoro alle condizioni ambientali. L’analisi segnala anche effetti più contenuti nelle contee abituate a temperature elevate, un risultato compatibile con processi di acclimatazione e adattamento, senza però escludere il ruolo delle infrastrutture e dell’organizzazione del lavoro.

La temperatura dell’aria, da sola, non descrive tutto il rischio. Lo stress termico dipende anche da umidità, ventilazione, radiazione solare, abbigliamento e calore prodotto dall’attività fisica. L’Organizzazione mondiale della sanità utilizza indicatori come la temperatura di bulbo umido e di globo, che combinano questi fattori per stimare meglio il carico termico sul corpo. Secondo l’OMS, la produttività può diminuire del 2-3% per ogni grado oltre i 20 gradi di tale indicatore.

Il fenomeno riguarda sia gli ambienti esterni sia quelli interni privi di ventilazione o raffrescamento adeguati.

Agricoltura, edilizia, trasporti e attività manuali sono tra i settori più esposti, ma anche gli uffici possono risentire del disagio termico quando gli impianti non riescono a mantenere condizioni sostenibili. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha stimato che, in uno scenario di riscaldamento globale limitato a 1,5 gradi, nel 2030 potrebbe andare perso l’equivalente del 2,2% delle ore lavorative mondiali a causa del caldo.

Il risultato va interpretato tenendo presenti alcuni limiti. I dati provengono dagli Stati Uniti e descrivono giornate individuali ricostruite attraverso diari del tempo, non la produttività di una singola impresa misurata direttamente. Inoltre, l’aumento delle attività non lavorative è un indicatore dello sforzo e non una prova che ogni minuto osservato corrisponda a una perdita economica equivalente. La ricerca, però, amplia il campo di osservazione: oltre alle ore lavorate o non lavorate, mostra come il caldo possa modificare il comportamento dentro l’orario di lavoro.

Per imprese e istituzioni, l’indicazione pratica è che la prevenzione non dovrebbe limitarsi ai casi di malore. Programmare pause, garantire acqua e aree fresche, migliorare ventilazione e ombreggiamento, rivedere gli orari nelle fasi più calde e adattare i carichi alle mansioni può ridurre sia il rischio sanitario sia il rallentamento dell’attività. Le misure più efficaci devono tenere conto del lavoro svolto, della vulnerabilità individuale e delle condizioni meteorologiche locali, invece di applicare una soglia identica a ogni settore.

Il dato centrale può essere letto come un passaggio intermedio tra salute, organizzazione e rendimento. Quando il corpo deve dissipare più calore, la concentrazione e la continuità dello sforzo possono diventare più difficili; tuttavia, nel campione analizzato, la risposta non si manifesta soltanto con l’uscita dal lavoro o con la riduzione delle ore, ma anche con una diversa composizione del tempo trascorso sul posto. Le pause improduttive diventano così un segnale di adattamento, ma anche di una possibile inefficienza organizzativa quando l’ambiente non viene adeguato alle condizioni climatiche.

Nei prossimi anni sarà importante verificare se l’aumento delle giornate calde porterà a comportamenti più simili anche in Paesi e settori diversi da quelli studiati. Da osservare saranno soprattutto le differenze tra lavoro remoto e presenza fisica, tra contratti a ore e salari fissi, oltre all’effetto di climatizzazione, ombra e spostamento dei turni. Non è ancora possibile stabilire una regola universale: la stessa temperatura può produrre conseguenze molto diverse in base a umidità, mansione, abitudine climatica e margine di autonomia del lavoratore.

Enrico D'Orsi

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