Una piena non si misura soltanto dalla quantità di pioggia caduta o dalla portata raggiunta da un fiume. Conta anche ciò che lascia sul territorio: vite perdute, beni danneggiati e comunità coinvolte. Su questa idea si basa FLOSEV, una nuova scala in cinque livelli presentata da ricercatori del Politecnico di Torino e pubblicata sulla rivista scientifica Natural Hazards. Il modello punta a rendere confrontabili alluvioni di epoche diverse, anche quando mancano misurazioni idrologiche affidabili.

FLOSEV valuta le conseguenze delle piene, non soltanto pioggia e portate: il modello usa tre indicatori per collocare gli eventi in cinque classi di severità. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Per assegnare la classe si considerano il numero delle vittime, l’estensione geografica espressa attraverso i Comuni interessati e i danni agli asset, cioè a edifici, infrastrutture e altri beni. Per i livelli dal 2 al 4 occorre raggiungere almeno due soglie su tre. Il livello 1 raccoglie gli eventi che non superano i requisiti del livello 2; il livello 5, invece, è attribuito quando si registrano almeno 150 vittime, senza richiedere il superamento degli altri parametri.
Le soglie operative rendono più precisa la progressione. Per il livello 2 servono almeno una vittima, cinque Comuni coinvolti oppure un indicatore di danno totale, con almeno due condizioni soddisfatte. Il livello 3 richiede almeno 5 vittime, 15 Comuni o 5 indicatori di danno; il livello 4 sale a 35 vittime, 45 Comuni o 10 indicatori. Anche qui vale la regola dei due criteri su tre. Le soglie non misurano l’intensità fisica della piena: ordinano le conseguenze documentate.
I ricercatori hanno calibrato il metodo usando 6.292 eventi registrati in Italia fra il 1900 e il 2002 nel database AVI, l’archivio delle Aree Vulnerate Italiane. Per ciascun evento sono stati ordinati separatamente i valori delle tre variabili secondo il loro rango percentile; la mediana dei tre ranghi ha fornito un punteggio composito. Da questa distribuzione sono state ricavate le soglie per i diversi livelli, poi arrotondate per renderle meno dipendenti da valori eccessivamente puntuali. Nel database elaborato, la maggior parte degli eventi ricade nelle classi più basse e solo due raggiungono il livello 5.
AVI si fonda su un insieme eterogeneo di documenti: articoli di giornale, testimonianze raccolte, cronache locali e relazioni tecniche. Per le alluvioni più antiche, spesso non esistono stime monetarie omogenee né registrazioni strumentali di portate e livelli idrometrici. La banca dati può comunque indicare quali Comuni furono colpiti e descrivere i danni per categorie e gravità, da lievi a totali. Questo consente di applicare criteri comuni a episodi avvenuti in contesti di monitoraggio molto diversi.
Il caso del Vajont del 1963 mostra perché la scala non coincide con una classificazione meteorologica: una frana precipitata nel bacino provocò un’onda catastrofica che travolse Longarone, pur senza distruggere la diga. Lo studio riporta 1.917 vittime e assegna l’evento alla classe massima. Il secondo episodio italiano del Novecento al livello 5 è l’alluvione del 1954 a Salerno e lungo la costiera amalfitana: le vittime furono 318 e il database registra 25 indicatori di danno, di diversa gravità.
La notorietà di un disastro non coincide necessariamente con la classe più alta. L’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, ricordata per l’impatto sulla città e sul patrimonio artistico, rientra nel livello 4, non nel 5. La distinzione dipende dai criteri e dalle soglie applicati nello studio, non da una graduatoria della memoria collettiva. FLOSEV serve a mettere sullo stesso piano indicatori specifici, non a sostituire le ricostruzioni storiche dettagliate né le valutazioni locali sui singoli impatti.
Il valore pratico del modello sta nella possibilità di confrontare impatti quando le serie di misura sono incomplete o assenti. La Protezione civile ricorda che il rischio di alluvione riguarda un territorio esteso e che le grandi piene italiane hanno prodotto conseguenze molto diverse per numero di vittime e danni. Una classe FLOSEV può affiancare queste ricostruzioni, ma non equivale a una previsione del rischio imminente, non indica quanta pioggia cadrà e non sostituisce gli strumenti di allerta o i modelli idrologici.
La scala chiarisce una distinzione importante: la severità osservata descrive le conseguenze di un evento, mentre il pericolo e il rischio richiedono anche informazioni su probabilità, esposizione e vulnerabilità. Due alluvioni con precipitazioni simili possono avere esiti diversi secondo la geografia, gli insediamenti e le difese presenti; viceversa, una piena senza misure strumentali può essere ricostruita almeno in parte attraverso documenti sugli effetti. Interpretativamente, FLOSEV offre quindi un linguaggio comune per la memoria dei disastri e per il confronto, non una misura completa della dinamica fisica dell’acqua.
Resta però un limite da tenere presente: la qualità della classe dipende dalla qualità delle fonti. Le cronache possono coprire meglio le città più grandi e gli eventi di maggiore risonanza, lasciando meno tracce di episodi localizzati o remoti. Gli autori segnalano questa possibile distorsione e osservano che l’applicazione ad altri Paesi richiederebbe dati comparabili e, potenzialmente, soglie adattate. Il passaggio successivo sarà dunque ampliare e armonizzare gli archivi, verificando i danni e distinguendo con cura ciò che è documentato da ciò che resta incerto.
Per gli eventi futuri la classificazione potrà essere applicata quando vittime, danni e Comuni interessati saranno stati verificati e raccolti in modo coerente. Non è un indicatore pensato per anticipare una piena in tempo reale: per questo restano centrali osservazioni meteorologiche e idrologiche, mappe di pericolosità e comunicazioni ufficiali. Il contributo di FLOSEV potrà emergere soprattutto dopo l’evento, quando le informazioni saranno sufficienti per confrontarne gli impatti con quelli passati. Un’eventuale automazione nell’estrazione di dati dagli archivi è indicata come prospettiva di ricerca, non come funzione già operativa della scala.







