Il buco nell’ozono potrebbe essere molto più antico di quanto indicato dalla sua scoperta ufficiale. Una nuova ricerca colloca infatti i primi segnali riconoscibili di perdita dello strato protettivo già nel 1957, quasi trent’anni prima dell’identificazione del grande impoverimento sopra l’Antartide nel 1985. La causa iniziale, secondo lo studio, non sarebbe stata ancora la principale espansione dei CFC, ma il tetracloruro di carbonio, un composto industriale usato soprattutto come solvente.

Una storia cominciata prima del buco antartico
La distinzione è importante: il buco nell’ozono osservato in Antartide è un fenomeno stagionale e regionale, caratterizzato da una drastica riduzione dell’ozono stratosferico durante la primavera australe. La sua scoperta, annunciata nel 1985 dagli scienziati del British Antarctic Survey, rese evidente la portata del problema e portò rapidamente a collegare il fenomeno alle sostanze alogenate prodotte dall’industria. Il nuovo lavoro non cancella quel ruolo, ma suggerisce che la perturbazione chimica dell’atmosfera fosse già iniziata molti anni prima.
L’analisi si basa su simulazioni atmosferiche e osservazioni storiche, con l’obiettivo di individuare il momento in cui l’influenza umana sulla quantità di ozono supera la variabilità naturale. Il segnale più antico sarebbe emerso nell’alta stratosfera tropicale, non sopra il Polo Sud. L’area equatoriale è particolarmente utile per questo tipo di indagine perché la circolazione atmosferica trasporta lentamente i composti persistenti verso gli strati superiori, dove la radiazione ultravioletta può innescare reazioni capaci di liberare cloro reattivo.

Il composto industriale dimenticato
Il protagonista inatteso è il tetracloruro di carbonio, indicato con la formula CCl4. Per decenni è stato impiegato come solvente e in diversi processi industriali, grazie alla sua efficacia nel dissolvere grassi e altri materiali. Come i CFC, anche questo composto è sufficientemente stabile da persistere a lungo nell’atmosfera e raggiungere la stratosfera. Qui la luce ultravioletta può spezzarne le molecole, favorendo la presenza di cloro in forme chimicamente attive contro l’ozono.
Questo non significa che i CFC siano estranei alla crisi dell’ozono. Al contrario, il loro impiego massiccio dagli anni Cinquanta in refrigerazione, climatizzazione, aerosol e produzione di schiume trasformò una perdita iniziale e probabilmente più contenuta in un problema globale. La ricerca propone quindi una cronologia più articolata: prima l’impronta dei composti già presenti nei processi industriali, poi l’accelerazione legata alla crescita delle emissioni di CFC e di altre sostanze capaci di liberare cloro e bromo.
Perché il segnale è rimasto nascosto
Individuare un cambiamento iniziato alla fine degli anni Cinquanta è complesso perché le misure disponibili erano meno estese rispetto a quelle moderne e la stratosfera è influenzata da molti fattori naturali. Variazioni della circolazione, dell’attività solare e della distribuzione verticale dei gas possono mascherare per anni una tendenza graduale. Inoltre, una riduzione diffusa nell’alta stratosfera tropicale non produce necessariamente l’immagine spettacolare e facilmente riconoscibile del buco antartico.
La scoperta rafforza anche il valore delle ricostruzioni climatiche e dei modelli chimico-atmosferici. Le serie di dati non vengono utilizzate soltanto per descrivere ciò che accade oggi, ma per separare l’effetto delle attività umane dai normali cambiamenti dell’atmosfera. In questo caso, il confronto tra osservazioni, composizione dei gas e simulazioni ha permesso di retrodatare l’emergere dell’influenza industriale senza confondere il primo segnale di impoverimento con la formazione del grande fenomeno polare.
Il Protocollo di Montreal resta decisivo
La nuova cronologia non ridimensiona il successo della risposta internazionale. Il Protocollo di Montreal, adottato nel 1987, ha portato alla progressiva eliminazione di quasi tutte le principali sostanze che danneggiano l’ozono. Grazie alla riduzione del cloro e del bromo presenti nella stratosfera, i segnali di recupero sono diventati più evidenti soprattutto nell’alta stratosfera e sull’Antartide, anche se la variabilità da un anno all’altro continua a influenzare dimensioni e durata del buco.
Secondo le valutazioni scientifiche internazionali, mantenendo le politiche attuali lo strato di ozono dovrebbe tornare ai livelli del 1980 intorno al 2040 come media globale, al 2045 nell’Artico e circa al 2066 sull’Antartide. Sono stime soggette alla dinamica atmosferica e all’evoluzione del clima, ma indicano che una decisione coordinata può invertire una crisi ambientale planetaria. La lezione del tetracloruro di carbonio è altrettanto attuale: anche un composto quasi dimenticato può lasciare una traccia misurabile per decenni.
Il quadro che emerge è dunque più complesso, ma anche più istruttivo. Il buco nell’ozono non nacque in un solo momento né fu il risultato di una sola sostanza: fu l’esito progressivo dell’accumulo di composti industriali persistenti, seguito da una fase di forte accelerazione dei CFC. Ricostruire quel passaggio consente di capire meglio quanto rapidamente le attività umane possano alterare l’atmosfera e quanto tempo sia poi necessario per riportarla verso condizioni più sicure.




