La stagione degli uragani atlantici del 2026 potrebbe rivelarsi la meno attiva degli ultimi tredici anni, almeno secondo gli ultimi aggiornamenti delle principali previsioni stagionali. Il quadro non indica l’assenza di fenomeni pericolosi, ma una probabile riduzione del numero complessivo di tempeste nominate, uragani e sistemi maggiori rispetto alla media climatica. La causa principale è il rapido rafforzamento di El Niño, destinato a modificare la circolazione atmosferica proprio durante il periodo più importante dell’estate tropicale.

Il primo elemento da considerare è il progressivo ridimensionamento delle stime. A maggio la NOAA aveva già prospettato una stagione sotto la norma, con una probabilità del 55% per uno scenario meno attivo, rispetto al 35% di una stagione vicina alla media e appena al 10% di un’annata sopra la norma. La previsione ufficiale indicava da otto a quattordici tempeste con nome, da tre a sei uragani e da uno a tre uragani maggiori, contro una media trentennale di circa quattordici tempeste, sette uragani e tre sistemi di categoria maggiore.
L’aggiornamento di luglio pubblicato dalla Colorado State University ha però spinto le aspettative ancora più in basso. Il gruppo di ricerca prevede ora soltanto nove tempeste nominate, quattro uragani e un uragano maggiore, una revisione significativa rispetto alle indicazioni diffuse in primavera e a giugno. Se questa proiezione venisse confermata dai dati finali, il 2026 potrebbe collocarsi tra le stagioni atlantiche più tranquille degli ultimi anni e diventare la meno vivace dal 2013 in termini di attività complessiva.
Perché El Niño frena gli uragani nell’Atlantico?
Il meccanismo atmosferico più importante riguarda l’aumento del wind shear verticale, cioè la variazione di direzione e velocità del vento tra la bassa e l’alta troposfera. Quando questo contrasto diventa troppo forte, le strutture temporalesche vengono inclinate e disgregate, rendendo più difficile la formazione di un vortice organizzato. El Niño tende inoltre a favorire moti discendenti e condizioni più secche in alcune aree del bacino atlantico tropicale, due fattori sfavorevoli alla crescita delle perturbazioni tropicali.

Le proiezioni disponibili descrivono un El Niño in intensificazione durante l’estate e con la possibilità di raggiungere un livello molto forte tra l’autunno e l’inverno. Le acque superficiali del Pacifico equatoriale risultano più calde della media e il fenomeno sta assumendo un peso crescente nelle simulazioni stagionali. Per l’Atlantico questo significa, in genere, un ambiente meno favorevole allo sviluppo dei cicloni, soprattutto nelle aree dove le perturbazioni provenienti dall’Africa cercano di organizzarsi durante il picco stagionale.
Una stagione debole non significa rischio azzerato
Le medie stagionali, tuttavia, non possono essere trasformate in una previsione precisa degli impatti locali. Anche in un’annata poco attiva può formarsi un singolo uragano capace di produrre danni enormi lungo le coste, sulle isole caraibiche o nel Golfo del Messico. Inoltre, una stagione con pochi sistemi può concentrare l’attenzione su fenomeni ravvicinati alla terraferma, che dispongono di meno tempo per essere intercettati e monitorati rispetto alle tempeste nate in pieno Atlantico.
Le nuove stime riducono anche le probabilità di landfall negli Stati Uniti, ma non le cancellano. Le aree costiere del Golfo e della costa atlantica restano esposte perché la statistica stagionale descrive l’attività complessiva del bacino, non il percorso di ogni singolo sistema. Un uragano che si sviluppi vicino alla costa può intensificarsi rapidamente, mentre piogge torrenziali, mareggiate e inondazioni possono provocare conseguenze gravi anche quando la classificazione del ciclone non raggiunge i livelli più elevati.
Il punto decisivo sarà il picco tra agosto e settembre
La parte più importante della stagione deve ancora arrivare. Nel bacino atlantico l’attività tende a concentrarsi tra la fine di agosto e settembre, quando le condizioni oceaniche e atmosferiche favoriscono maggiormente la ciclogenesi tropicale. Per questo gli esperti continueranno ad aggiornare le previsioni osservando temperature marine, pressione atmosferica, umidità, shear e distribuzione delle onde tropicali. Le proiezioni di luglio hanno un valore maggiore rispetto a quelle primaverili, ma non possono ancora stabilire con certezza come evolverà ogni fase della stagione.
Il messaggio finale resta quindi prudente. Il 2026 potrebbe davvero diventare la stagione atlantica meno attiva degli ultimi tredici anni, grazie alla combinazione tra El Niño, maggiore shear e un ambiente tropicale meno favorevole. Tuttavia, il numero ridotto di tempeste non coincide con un’estate priva di pericoli. Le autorità e le comunità costiere dovranno mantenere alta la preparazione fino al 30 novembre, data convenzionale di chiusura della stagione, perché la statistica può ridurre le probabilità ma non eliminare il rischio.




