Australia, quattro morti per gli squali in poche settimane: cosa sta accadendo sulle spiagge

Quattro vittime in poche settimane riaccendono il dibattito sulla sicurezza delle coste australiane: tra sorveglianza, kit salvavita e nuove ricerche

L’Australia sta rafforzando le misure di sicurezza lungo le coste dopo una sequenza ravvicinata di attacchi mortali di squali. Il bilancio di quattro persone uccise in poche settimane ha riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra bagnanti, surfisti e fauna marina, in un Paese dove l’ingresso in acqua fa parte della vita quotidiana. Le autorità stanno puntando su monitoraggio, ricerca, tecnologie di avvistamento e kit di primo intervento, senza però presentare le spiagge come ambienti completamente privi di rischio.

La serie di episodi non significa automaticamente che gli squali stiano attaccando in modo indiscriminato o che sia in corso un’invasione. Le statistiche internazionali mostrano quanto questi eventi restino rari rispetto al numero di persone che ogni anno nuotano, fanno surf o praticano immersioni. Il Florida Museum, che cura l’International Shark Attack File, ha registrato nel 2025 65 casi non provocati in tutto il mondo, con nove vittime mortali attribuite ad attacchi non provocati. L’Australia ha però registrato un numero superiore alla propria media recente, rendendo più evidente l’impatto di alcune settimane particolarmente drammatiche.

Drone di sorveglianza sopra una spiaggia australiana per individuare squali vicino alla costa
Sorveglianza aerea e tecnologie di rilevamento vengono impiegate per aumentare la sicurezza dei bagnanti in Australia.

Perché gli squali si avvicinano alla costa?

Gli attacchi sono il risultato di un’interazione complessa tra comportamento animale, condizioni oceaniche e presenza umana. Gli squali non considerano normalmente l’uomo una preda abituale: in molti casi il morso può essere legato a un errore di identificazione, a una reazione difensiva o a un incontro ravvicinato in acque dove l’animale sta cercando cibo. La torbidità, le correnti, la presenza di pesci esca e le foci dei fiumi possono ridurre la visibilità e aumentare la probabilità di un contatto inatteso.

Anche la stagionalità può avere un ruolo. Secondo il programma SharkSmart del Nuovo Galles del Sud, gli squali bianchi sono presenti lungo la costa durante tutto l’anno, ma la loro abbondanza varia con le stagioni e le catture delle linee intelligenti raggiungono i livelli più elevati tra maggio e novembre. Nello stesso tratto costiero si trovano anche squali tigre e squali toro, specie capaci di frequentare ambienti prossimi alla riva. Questo non consente di prevedere un attacco, ma aiuta a capire perché il rischio possa cambiare nel corso dell’anno.

Le condizioni meteorologiche e marine possono contribuire indirettamente alla maggiore presenza degli squali vicino alle spiagge. Piogge intense, deflussi fluviali e acque più torbide possono modificare la distribuzione delle prede e la visibilità nel sottocosta. Anche l’aumento delle attività ricreative porta più persone nello stesso ambiente degli animali. Per questo gli esperti invitano a non leggere ogni avvistamento come un segnale di aggressività: spesso è la conseguenza di una maggiore sorveglianza, di più persone in acqua o di una migliore capacità di individuare gli esemplari.

Droni, reti e ricerca: la risposta australiana

La risposta australiana non si limita alla chiusura temporanea delle spiagge. In Queensland è stato annunciato un programma di ricerca da 2,4 milioni di dollari australiani per raccogliere dati indipendenti sulle sette specie considerate prioritarie nella gestione del rischio. Il progetto coinvolge anche Surf Life Saving Queensland e prevede l’impiego di droni e altre tecnologie di rilevamento o dissuasione. L’obiettivo dichiarato è costruire decisioni basate su dati scientifici, invece di affidarsi soltanto a episodi isolati o alla pressione dell’opinione pubblica.

In altri Stati vengono utilizzati anche linee intelligenti, sistemi di marcatura, stazioni d’ascolto subacquee, elicotteri e applicazioni per segnalare l’attività degli squali. Le reti, presenti in particolare su alcune spiagge del Nuovo Galles del Sud e del Queensland, non formano una barriera continua: servono a intercettare alcuni esemplari e a ridurre la probabilità di incontro, ma non garantiscono protezione assoluta. Inoltre possono avere conseguenze sulla fauna marina, soprattutto quando coinvolgono specie non bersaglio.

Per i bagnanti, il provvedimento più importante resta la rapidità del primo soccorso. Sulle spiagge australiane vengono distribuiti o predisposti kit con materiali utili a comprimere le ferite e controllare le emorragie, compresi dispositivi per il blocco del flusso sanguigno in caso di lesioni gravi. Questi strumenti non sostituiscono i soccorsi sanitari, ma possono guadagnare minuti decisivi quando l’attacco avviene lontano da un ospedale o prima dell’arrivo dei paramedici. La tempestività dell’intervento può cambiare l’esito anche quando le ferite sono molto serie.

Kit di primo soccorso antiemorragico disponibile su una spiaggia australiana dopo gli attacchi di squali
I kit per il controllo delle emorragie possono offrire un primo intervento decisivo prima dell'arrivo dei soccorsi.

Le regole per ridurre il rischio in acqua

Le indicazioni ufficiali invitano a nuotare sulle spiagge sorvegliate, restando tra le bandiere rosse e gialle, e a uscire immediatamente dall’acqua quando viene lanciato un allarme o viene avvistato uno squalo. È consigliabile evitare l’alba, il tramonto e le ore notturne, non entrare in mare con ferite sanguinanti, non nuotare da soli e stare lontani dalle zone di pesca, dalle foci e dalle acque molto torbide. Anche la presenza improvvisa di uccelli marini o banchi di pesci può suggerire che nell’area ci siano predatori.

La sequenza di vittime ha quindi riacceso un dibattito delicato: proteggere le persone senza trasformare ogni squalo in un bersaglio. Le autorità australiane stanno cercando un equilibrio tra reti, monitoraggio aereo, ricerca e informazione, mentre gli scienziati ricordano che la riduzione del rischio non coincide con l’eliminazione della fauna marina. La prudenza resta essenziale, soprattutto nei periodi di maggiore attività e dopo cambiamenti rilevanti delle condizioni del mare, ma il quadro deve essere letto con dati verificabili e senza allarmismi generalizzati.

Federica Cavalera

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