Qualità dell’aria in Italia, l’allarme per polveri sottili, biossido di azoto e ozono nelle città

I dati più recenti confermano progressi ancora insufficienti: nelle città italiane polveri sottili, ozono e biossido di azoto restano un rischio sanitario.

L’aria respirata ogni giorno nelle città italiane mostra alcuni segnali di miglioramento, ma il quadro resta lontano da una condizione davvero sicura per la salute. Le polveri sottili, soprattutto PM2,5 e PM10, il biossido di azoto e l’ozono troposferico continuano a rappresentare una criticità, con differenze importanti tra Nord, Centro e Mezzogiorno. Il problema non riguarda soltanto le giornate in cui lo smog è visibile: l’esposizione prolungata a concentrazioni anche moderate può aumentare il rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari, alimentando l’allarme degli specialisti di medicina ambientale.

Smog e polveri sottili sopra una grande città italiana durante una giornata di aria stagnante
Foschia e smog sopra l’area urbana: le condizioni atmosferiche possono favorire l’accumulo degli inquinanti

Il particolato resta la principale emergenza urbana

I dati sull’ambiente urbano riferiti al 2023 mostrano che la riduzione delle concentrazioni di particolato non è ancora sufficiente a risolvere le criticità. Nei capoluoghi del Nord la situazione risulta più problematica: oltre il 76% supera la soglia considerata per il PM10 e tutti i capoluoghi della ripartizione oltrepassano quella indicata per il PM2,5 nel quadro statistico analizzato. Le percentuali restano elevate anche nel Centro e nel Mezzogiorno, a conferma di un fenomeno nazionale, sebbene con intensità territoriali differenti.

Il particolato fine è particolarmente insidioso perché le particelle più piccole possono penetrare in profondità nell’apparato respiratorio e, in parte, raggiungere il sistema circolatorio. Le emissioni provengono da più sorgenti: traffico stradale, riscaldamento degli edifici, attività industriali, agricoltura e trasformazioni chimiche di sostanze già presenti nell’atmosfera. Per questo non basta intervenire su una sola componente. Servono politiche coordinate sulla mobilità, sull’efficienza energetica, sugli impianti di riscaldamento e sulla pianificazione urbana.

Non ci sono soltanto le polveri: attenzione ai gas nocivi

Accanto al particolato, il biossido di azoto rappresenta uno degli indicatori più strettamente legati alle combustioni ad alta temperatura, in particolare quelle prodotte dai veicoli, dagli impianti di riscaldamento e da alcune attività industriali. Il gas può irritare le vie respiratorie e aggravare condizioni come asma e broncopneumopatia cronica. Inoltre contribuisce alla formazione dell’ozono al suolo, un inquinante secondario che tende a crescere durante le giornate soleggiate e stabili, quando le reazioni fotochimiche diventano più attive.

La combinazione tra condizioni meteorologiche e inquinanti può rendere più difficile la dispersione dello smog. Le alte pressioni persistenti, la debole ventilazione e gli strati d’aria poco rimescolati favoriscono l’accumulo delle sostanze vicino al suolo, soprattutto nelle aree densamente urbanizzate e nelle pianure circondate da rilievi. Al contrario, il passaggio di perturbazioni, la pioggia e un ricambio d’aria più vivace possono abbassare temporaneamente le concentrazioni, senza però eliminare le emissioni alla loro origine.

Traffico urbano e inquinamento atmosferico con foschia sopra gli edifici cittadini
Il traffico stradale è una delle principali sorgenti di biossido di azoto nelle città

Un rischio sanitario che riguarda tutta la popolazione

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’inquinamento atmosferico esterno è associato a malattie cardiache, ictus, patologie respiratorie acute e croniche e tumore del polmone. L’esposizione non produce gli stessi effetti in ogni persona: bambini, anziani, donne in gravidanza e soggetti con asma o problemi cardiovascolari possono essere più vulnerabili. Anche chi non avverte sintomi immediati, tuttavia, può subire conseguenze da un contatto ripetuto e prolungato con l’aria contaminata.

Il tema riguarda quindi non soltanto le emergenze di breve durata, ma soprattutto la qualità media dell’aria nell’arco dei mesi e degli anni. Le valutazioni europee distinguono infatti tra episodi acuti e rischio legato all’esposizione cronica, che può incidere sulla mortalità e sulla comparsa o sull’aggravamento di diverse malattie. Anche dopo il calo registrato negli ultimi decenni, l’inquinamento atmosferico resta il principale rischio ambientale per la salute in Europa e richiede misure strutturali, non soltanto ordinanze temporanee.

Per i cittadini, nei periodi in cui i bollettini segnalano qualità dell’aria scadente, è prudente limitare l’attività fisica intensa all’aperto nelle ore più critiche, soprattutto per chi soffre di patologie respiratorie o cardiache, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie locali. Le precauzioni individuali possono ridurre l’esposizione, ma non sostituiscono gli interventi pubblici: il peso maggiore ricade sulle scelte legate a trasporti, energia, industria, agricoltura e organizzazione degli spazi urbani.

Il quadro italiano resta dunque complesso. I progressi ottenuti dimostrano che le politiche di riduzione delle emissioni possono funzionare, ma i livelli ancora registrati in numerose città indicano che il percorso non è concluso. La sfida dei prossimi anni sarà rendere più omogenea la protezione della popolazione, migliorare il monitoraggio e collegare i dati delle centraline alle decisioni quotidiane. Respirare aria più pulita non è soltanto un obiettivo ambientale: è una misura concreta di prevenzione sanitaria e di qualità della vita urbana.

Diego Lucatelli

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