L’innalzamento del mare non ridisegna soltanto la linea di costa: può anche aprire nuovi spazi di espansione per animali marini non nativi che vivono già nelle acque adiacenti. Uno studio pubblicato il 28 settembre 2026 su Nature Ecology & Evolution stima che, entro la metà e la fine del secolo, oltre due terzi delle terre costiere inondate potrebbero risultare ecologicamente idonei a 122 specie considerate. La superficie potenziale è compresa tra 290.000 e 470.000 chilometri quadrati. È una stima di idoneità ambientale, non la previsione che tutte queste aree saranno colonizzate.

L’avanzata del mare potrebbe rendere colonizzabili 290.000-470.000 km² di terre costiere inondate da 122 animali marini non nativi già stabiliti in aree vicine. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La ricerca prende in esame animali marini non nativi già stabiliti in ecoregioni vicine alle coste che potrebbero essere sommerse. Nello scenario intermedio SSP2-4.5, il livello medio globale del mare è stimato in aumento di circa 20 centimetri entro il 2050 e 56 centimetri entro il 2100. Questi valori descrivono una traiettoria globale: l’innalzamento relativo può differire da una costa all’altra. Il risultato centrale è che la sommersione può creare un fronte di espansione verso terra, una via che finora ha ricevuto meno attenzione rispetto agli spostamenti delle specie lungo latitudini o profondità marine.
Le aree potenzialmente più interessate si concentrano soprattutto negli estuari di media latitudine. Qui il mare e le nuove superfici inondate possono entrare in continuità, offrendo alle specie presenti nelle acque costiere un possibile passaggio verso habitat appena sommersi. Gli estuari sono inoltre ambienti di transizione, influenzati dall’acqua dolce e marina, e ospitano attività umane e infrastrutture. La ricerca individua una maggiore idoneità in queste zone, ma non afferma che tutti gli estuari abbiano le stesse caratteristiche o che le specie riescano a insediarsi con uguale facilità.
Le opere rigide come moli, dighe foranee e banchine possono contribuire a rendere le coste ambienti favorevoli ad alcune specie non indigene. Una ricerca sulle comunità marine del Nord Adriatico ha confrontato infrastrutture, porti turistici e scogliere naturali, documentando come habitat e posizione influenzino distribuzione e abbondanza degli organismi. Questo non dimostra che ogni struttura favorisca necessariamente un’invasione, né che il nuovo studio abbia misurato l’effetto delle opere sulla colonizzazione futura. Mostra però perché il modo in cui le coste vengono costruite e trasformate sia rilevante quando si valutano i rischi ecologici.
La sommersione, da sola, non porta una specie da un oceano all’altro: crea piuttosto un possibile habitat raggiungibile da organismi già presenti nelle vicinanze. Il trasporto marittimo è una via distinta di introduzione a lunga distanza. Le navi possono trasferire organismi nelle acque di zavorra, imbarcate per garantire stabilità, oppure attraverso organismi aderenti agli scafi. L’Organizzazione marittima internazionale sottolinea che le acque di zavorra non gestite possono introdurre specie in ambienti nuovi e che la convenzione dedicata ne regola la gestione. Le due dinamiche possono quindi sommarsi: trasporto tra regioni e successiva diffusione locale.
Anche la temperatura marina può contribuire a modificare la probabilità di sopravvivenza e insediamento, perché determina in parte se le condizioni di un nuovo habitat rientrano nella tolleranza di una specie. L’analisi globale valuta l’idoneità ambientale delle aree sommerse, ma non va letta come una previsione certa della risposta di ogni organismo al riscaldamento. Il clima agisce insieme alla salinità, alle caratteristiche del fondale, alla disponibilità di habitat e alla presenza di specie nelle acque confinanti. Per questo una superficie giudicata idonea dai modelli non equivale a una nuova popolazione già formata.
Il risultato amplia il modo in cui viene inquadrato il rischio biologico costiero: non basta chiedersi quali specie possano arrivare attraverso rotte commerciali o spostarsi con il mutare del clima. Occorre considerare anche dove il mare potrebbe avanzare e quali habitat costieri saranno connessi alle acque già colonizzate. Le infrastrutture, i porti e la navigazione possono concentrare opportunità di trasporto e insediamento, mentre il riscaldamento modifica le condizioni di compatibilità. Questo intreccio rende utile sorvegliare in particolare le aree di transizione, senza confondere la presenza di fattori di rischio con la prova di un danno ecologico già avvenuto.
Il dato sulla superficie va interpretato con attenzione: 290.000-470.000 chilometri quadrati indicano territori che potrebbero risultare adatti alle specie esaminate, non un’estensione che sarà certamente occupata. L’insediamento effettivo dipende da molte condizioni locali e dalla possibilità che gli organismi raggiungano la nuova costa. Inoltre, l’analisi riguarda 122 animali marini già stabiliti in aree adiacenti, non tutte le specie aliene esistenti né ogni possibile forma di impatto. Questa distinzione è importante anche nella comunicazione: la ricerca identifica una via di rischio finora poco considerata, non stabilisce che ogni sommersione produca un’invasione.
Il valore interpretativo dello studio sta nel collegare due fenomeni spesso valutati separatamente: la perdita o trasformazione dei territori costieri e la diffusione di specie non native. Quando una costa bassa viene sommersa, cambia la disponibilità di habitat; se la nuova fascia è collegata a un ambiente marino già occupato, alcune specie possono avere un percorso di espansione più semplice. Porti e opere costiere aggiungono elementi artificiali al paesaggio e il traffico navale può introdurre organismi anche da regioni lontane. Non è una catena automatica, ma una convergenza di opportunità che giustifica valutazioni del rischio capaci di integrare geografia, ecologia e attività umane.
La conseguenza pratica non è attendere che una specie diventi invasiva per intervenire, ma individuare in anticipo i punti in cui sommersione prevista, connessione con il mare e pressione umana si sovrappongono. La ricerca indica gli estuari di media latitudine come contesti da considerare con particolare attenzione; non fornisce però una graduatoria operativa di singoli siti né stabilisce quali specie si insedieranno per prime. Un monitoraggio efficace dovrebbe distinguere le nuove presenze occasionali da popolazioni capaci di riprodursi e mantenersi. La sorveglianza di porti e ambienti costieri, insieme alla gestione delle vie di trasporto, può aiutare a rilevare tempestivamente cambiamenti, mentre la prevenzione resta più concreta della promessa di eliminare una specie già diffusa.
Nei prossimi anni andranno confrontate le proiezioni globali con osservazioni locali sull’avanzata del mare, sulle trasformazioni degli habitat e sulla distribuzione reale degli organismi. Le stime dipendono dagli scenari climatici e dalle caratteristiche delle coste: non tutte le aree sommerse avranno fondali, salinità o connessioni ecologiche uguali. Anche l’aumento della temperatura può modificare l’idoneità senza garantire l’insediamento. Perciò il risultato più robusto, allo stato delle evidenze, è l’esistenza di un nuovo percorso potenziale di espansione; la dimensione delle invasioni effettive e i loro effetti sugli ecosistemi restano da verificare con monitoraggi e dati futuri.
La gestione dovrà tenere insieme due scale. A livello internazionale, il controllo delle acque di zavorra e degli organismi trasportati sugli scafi riduce alcune introduzioni a lunga distanza; a livello locale, la sorveglianza può concentrarsi sulle fasce costiere che acquisiscono nuove condizioni marine. Le regole sul trasporto non risolvono la diffusione di specie già presenti nei bacini vicini, così come il monitoraggio locale non sostituisce la prevenzione delle introduzioni. Lo studio sostiene quindi un approccio adattivo: aggiornare le mappe di rischio quando cambiano il livello del mare e le informazioni biologiche, e distinguere con chiarezza tra habitat potenzialmente idoneo, presenza osservata e invasione accertata.













