Marte, il 30 settembre scatta “l’anno 39”: primavera al Nord ed equinozio

L’equinozio del 30 settembre apre il nuovo anno del Pianeta Rosso: il numero corretto è 39, mentre il ciclo stagionale ridistribuisce luce, ghiaccio e polveri.

Il 30 settembre 2026 Marte raggiunge l’equinozio che apre la primavera nell’emisfero settentrionale e l’autunno in quello meridionale. Ma il titolo di partenza contiene un errore nella numerazione: non comincia l’anno marziano 38, bensì il 39. L’anno 38 era iniziato il 12 novembre 2024; la data di oggi segna il successivo passaggio convenzionale. Non è un capodanno civile, ma un riferimento usato per ordinare osservazioni e confrontare il clima del Pianeta Rosso.

Marte illuminato dal Sole in una rappresentazione dell’equinozio

Il 30 settembre 2026 l’equinozio di primavera settentrionale apre l’anno marziano 39. La numerazione adottata dagli scienziati fa riferimento a un calendario convenzionale. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

La durata dell’anno dipende dal tempo impiegato da Marte per completare un’orbita attorno al Sole: circa 687 giorni terrestri, equivalenti a circa 668,6 giorni marziani, chiamati sol. Un sol dura poco più di 24 ore terrestri, così il calendario del pianeta non si allunga soltanto perché Marte percorre un’orbita più ampia. La maggiore distanza media dal Sole contribuisce al periodo orbitale lungo; le date terrestri associate all’inizio dell’anno marziano, perciò, non restano fisse e ricorrono a intervalli di quasi due anni terrestri.

La numerazione è convenzionale e serve soprattutto alla comunità scientifica: non esiste una successione di anni civili marziani adottata da una popolazione residente. Nella convenzione oggi diffusa, l’anno 1 è ancorato all’equinozio di primavera settentrionale del 1955; il numero avanza a ogni nuovo equinozio di primavera, definito dalla longitudine solare marziana pari a zero gradi. Questo criterio permette di confrontare osservazioni raccolte in stagioni corrispondenti, anche quando provengono da missioni e anni terrestri differenti.

Marte condivide con la Terra il meccanismo stagionale fondamentale: l’asse inclinato fa variare, durante l’orbita, l’illuminazione dei due emisferi. L’inclinazione marziana è di circa 25 gradi, simile a quella terrestre. La differenza importante sta nella forma dell’orbita: quella di Marte è più eccentrica, quindi la distanza dal Sole cambia maggiormente nel corso dell’anno. La combinazione tra inclinazione ed eccentricità rende più marcate le asimmetrie stagionali e contribuisce a stagioni di lunghezza diversa tra loro.

La primavera settentrionale, che coincide con l’autunno meridionale, è la stagione più lunga: dura circa 194 sol. L’autunno settentrionale, corrispondente alla primavera australe, è invece il più breve, con circa 142 sol. Anche estate e inverno hanno durate diseguali. Non si tratta soltanto di un calendario dilatato rispetto a quello terrestre: mentre Marte si trova più vicino al Sole durante l’estate australe, l’estate boreale avviene quando il pianeta è più lontano. Per questo le stagioni australi possono essere più intense.

Con il cambio di stagione, le calotte polari non restano immobili. In inverno parte dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera congela e si deposita al suolo; quando arriva la stagione più calda, una parte del ghiaccio sublima, tornando direttamente allo stato gassoso. Questo scambio stagionale modifica la quantità di gas nell’atmosfera e contribuisce alle variazioni della pressione superficiale. Le calotte comprendono anche ghiaccio d’acqua, ma il ciclo stagionale dell’anidride carbonica è un elemento essenziale per interpretare i cambiamenti misurati dalle missioni.

La polvere sospesa nell’aria segue a sua volta un andamento stagionale. Le tempeste possono verificarsi durante tutto l’anno marziano, ma alcune fasi ne favoriscono una maggiore attività: i venti sollevano polvere dalla superficie e, in determinate circostanze, i fenomeni locali possono estendersi su vaste aree o diventare globali. Non ogni stagione produce una tempesta planetaria; gli episodi più estesi sono eventi irregolari, non una conseguenza automatica di ogni equinozio. La polvere altera la luce che raggiunge il suolo e costituisce una componente rilevante del meteo marziano.

Le misure raccolte dai rover aiutano a distinguere le tendenze stagionali dalle variazioni locali. A Gale Crater, per esempio, Curiosity ha seguito temperatura, contenuto di vapore acqueo e pressione attraverso più cicli annuali, mostrando che l’atmosfera e il suolo rispondono al calendario marziano. I risultati di una singola regione non descrivono ogni punto del pianeta: quota, latitudine, rilievi e circolazione atmosferica influenzano le condizioni osservate. Per ricostruire il quadro globale occorre quindi affiancare misure al suolo e osservazioni orbitali.

La correzione del numero non è un dettaglio marginale: rende coerente la data con la cronologia usata da ESA e NASA e chiarisce perché il 30 settembre viene indicato come passaggio al nuovo anno. Il calendario marziano è costruito a partire da un evento astronomico osservabile e ripetibile, non da una ricorrenza scelta per analogia con il calendario terrestre. In questo senso, l’equinozio fornisce una soglia utile per confrontare la risposta dell’atmosfera e della superficie tra un ciclo e il successivo.

Il valore scientifico del calendario emerge soprattutto quando si osservano insieme fenomeni che, a prima vista, sembrano separati. Il riscaldamento stagionale favorisce la sublimazione del ghiaccio di anidride carbonica; il trasferimento di gas modifica la pressione; la distribuzione della luce e dei venti condiziona il sollevamento delle polveri. Sono processi collegati, ma non una catena meccanica identica ogni anno: le tempeste più vaste dipendono anche da condizioni atmosferiche e superficiali che variano. Perciò il numero dell’anno aiuta a collocare le misure, mentre non basta da solo a prevedere intensità e diffusione dei fenomeni.

Anche la lettura delle temperature richiede cautela. L’orbita e l’inclinazione spiegano le grandi differenze stagionali, ma non autorizzano a dedurre un valore uniforme per tutto il pianeta: le osservazioni dei rover sono locali, mentre i satelliti raccolgono dati su regioni e quote diverse. Le prossime analisi potranno verificare quanto i cicli osservati si ripetano e come si combinino con le tempeste di polvere. Le fonti descrivono regolarità stagionali, non una previsione certa dell’evoluzione meteorologica marziana per ogni singolo anno.

Il dato fermo per questa ricorrenza è il passaggio convenzionale al 39: nell’emisfero nord inizia la primavera, mentre quello sud entra in autunno. Nei mesi successivi, osservazioni di calotte, pressione, temperature e polveri permetteranno di seguire il progredire della stagione. L’eventuale sviluppo di una tempesta globale non si può stabilire dal solo equinozio. È proprio il confronto tra misure raccolte in stagioni omologhe a chiarire quali cambiamenti siano ricorrenti e quali, invece, dipendano da episodi specifici.

Federica Cavalera

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