Le carte topografiche dell’Ottocento e le immagini raccolte da droni, satelliti e altri sensori compongono una sorta di archivio tridimensionale dell’Etna. Una ricostruzione presentata da ricercatori dell’INGV segue l’evoluzione dell’area sommitale dal 1865 al 2024, mettendo a confronto documenti storici e modelli digitali del terreno. Il risultato non è soltanto una sequenza di mappe: mostra come le eruzioni abbiano modificato forma, posizione e dimensioni delle bocche attive, fino a ridisegnare la cima in tempi molto brevi.

La ricostruzione mette a confronto carte ottocentesche, rilievi aerei e modelli digitali: l’attività eruttiva ha ridisegnato più volte l’area sommitale dell’Etna. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Il punto di partenza è il cratere Centrale, identificato nelle carte almeno dal 1865 e oggi chiamato Voragine. Il sistema si è ampliato nel Novecento: il cono del Cratere di Nord-Est è nato nel 1911; nel 1968, accanto alla Voragine, si è aperta la Bocca Nuova, inizialmente una depressione craterica; il Cratere di Sud-Est ha cominciato a formarsi nel 1971. Da un’unica bocca sommitale documentata nell’Ottocento si è arrivati così a un insieme articolato, con strutture che si sovrappongono e si trasformano.
La crescita del settore sud-orientale è stata particolarmente evidente nell’ultimo decennio. Le eruzioni del 2011-2013 e gli episodi successivi hanno alimentato un cono costruito sopra un precedente cratere a pozzo, con sviluppo documentato da rilievi sul terreno e aerofotogrammetria. La storia recente mostra che il numero dei crateri non è una semplice conta di aperture indipendenti: nuove bocche possono nascere dentro strutture preesistenti, mentre depositi e collassi ne alterano i bordi e la geometria. Per questo gli studiosi distinguono tra cratere, cono e bocca eruttiva.
Per estendere il confronto oltre le osservazioni contemporanee, la ricerca combina fonti con precisione e caratteristiche differenti. Le mappe storiche forniscono un riferimento della morfologia passata; fotografie aeree e rilievi successivi contribuiscono a ricostruire superfici intermedie; immagini stereoscopiche e acquisizioni da drone permettono di produrre modelli tridimensionali. L’elaborazione fotogrammetrica ricava la forma del terreno da immagini sovrapposte, mentre la comparazione fra modelli digitali consente di localizzare accumuli, erosioni e variazioni di quota. I dati più recenti sono dettagliati, ma la copertura storica resta meno omogenea.
La sequenza dell’estate 2024 ha offerto un esempio concreto della velocità di queste trasformazioni. Dopo l’attività stromboliana iniziata a giugno, i parossismi di luglio e agosto hanno prodotto fontane di lava, colate e ricaduta di materiale piroclastico nella Voragine e nei crateri vicini. I rilievi INGV effettuati con droni dopo i primi episodi mostrarono l’accrescimento del cono interno alla Voragine e il riempimento della Bocca Nuova. Nel confronto complessivo tra la superficie di aprile e quella di settembre, lo studio pubblicato nel 2026 attribuisce alla Voragine un’accumulazione verticale massima superiore a 108 metri.
L’accumulo dei prodotti eruttivi ha cambiato anche il punto più alto del vulcano. Secondo lo studio sui rilievi aerei del 2024, il 14 agosto la Voragine raggiunse quota 3.403 metri sul livello del mare, diventando la nuova cima dell’Etna. Il dato va letto come una misura legata a una superficie in continua evoluzione, non come una caratteristica permanente: una nuova eruzione, l’erosione o il collasso di parti del cono possono modificarla. Le stime dipendono inoltre dal riferimento altimetrico utilizzato, distinzione importante quando si confrontano risultati ottenuti con strumenti diversi.
I droni consentono di raccogliere immagini ravvicinate, anche nel campo termico, e di aggiornare mappe e modelli dei crateri senza richiedere una permanenza prolungata degli operatori nelle aree più esposte. Le immagini visibili descrivono la geometria delle superfici; quelle termiche aiutano a riconoscere zone calde e flussi in raffreddamento. Quando le condizioni vulcaniche o meteorologiche non permettono voli sicuri, le immagini satellitari e le telecamere di sorveglianza possono contribuire alla mappatura. Offrono in genere un dettaglio diverso da quello dei droni, ma coprono aree ampie e consentono confronti ripetuti.
Le tecniche possono essere integrate anche per seguire fenomeni che si sviluppano rapidamente. L’esperienza maturata durante l’intensa attività del Cratere di Sud-Est nel 2021 combina immagini satellitari e riprese da drone per mappare colate e variazioni morfostrutturali. Questo approccio aiuta a compensare limiti diversi: il satellite osserva porzioni estese del vulcano, mentre i rilievi aerei ravvicinati restituiscono dettagli locali. Non ogni superficie è sempre visibile, per esempio quando la copertura di cenere, le nubi o l’attività in corso ostacolano le acquisizioni; la ricostruzione dipende quindi dalla qualità e dalla frequenza dei dati disponibili.
Il valore della ricostruzione lunga 160 anni sta nel rendere confrontabili cambiamenti che, osservati singolarmente, potrebbero sembrare episodi isolati. La nascita dei crateri di Nord-Est, Bocca Nuova e Sud-Est documenta una progressiva articolazione della sommità; le eruzioni più recenti mostrano invece quanto velocemente depositi e colate possano rimodellare strutture già esistenti. Le carte antiche non hanno il dettaglio dei modelli moderni, ma fissano una base storica insostituibile. Incrociarle con i rilievi digitali permette di distinguere la tendenza secolare dalle modifiche avvenute in giorni o settimane.
La conseguenza pratica è che la topografia di un vulcano attivo non può essere considerata un dato definitivo. Aggiornare la superficie serve a descrivere correttamente i prodotti eruttivi, ma anche a interpretare misure geofisiche che dipendono dalla distribuzione delle masse e dalla forma del rilievo. Lo studio sui droni del 2024 sottolinea che cambiamenti marcati possono influire anche sulle correzioni topografiche impiegate nelle analisi gravimetriche. La morfologia, quindi, è insieme il risultato delle eruzioni e una variabile da conoscere per leggere con precisione altri segnali del vulcano.
Le evidenze disponibili suggeriscono una lettura a due scale. Nel lungo periodo, le date di comparsa dei principali crateri segnano l’evoluzione dell’architettura sommitale; nel breve, una successione di parossismi può innalzare un orlo, colmare una cavità o riversare lava in un cratere adiacente. È un’interpretazione sostenuta dal confronto tra le carte storiche e i rilievi recenti, non la prova che ogni nuova forma sia stabile. La cima dell’Etna va intesa come un paesaggio costruito e continuamente rielaborato dai prodotti eruttivi, nel quale le strutture più giovani possono sovrapporsi a quelle precedenti senza cancellarne del tutto la storia.
La lettura futura dipenderà dalla continuità delle osservazioni. Un rilievo isolato documenta una superficie in un preciso momento; acquisizioni ripetute prima e dopo gli episodi eruttivi aiutano invece a quantificare dove si accumula materiale e quanto rapidamente cambiano i crateri. Da seguire saranno soprattutto l’evoluzione della Voragine e dei bordi della Bocca Nuova, oltre alle variazioni dei coni già formati. Le misure non anticipano da sole quando avverrà una nuova eruzione: descrivono la topografia e supportano il monitoraggio, mentre l’interpretazione dell’attività richiede l’integrazione con gli altri parametri osservati dall’INGV.
Resta inoltre un limite metodologico: le carte del passato, le fotografie e i moderni modelli digitali non hanno la stessa scala né la stessa accuratezza. Il loro confronto richiede georeferenziazione e valutazione delle incertezze, evitando di attribuire significato a differenze che possono dipendere dalla risoluzione o dal metodo di acquisizione. Le nuove tecnologie migliorano la misura del cambiamento, ma non trasformano automaticamente ogni variazione osservata in un segnale eruttivo. Il quadro più solido nasce dall’unione tra documentazione storica, rilievi morfologici e sorveglianza vulcanologica: una ricostruzione aggiornata, da rivedere ogni volta che la montagna cambia forma.
L’archivio che parte dal 1865 racconta dunque non una cima immobile, ma un sistema di crateri che si è ampliato e trasformato attraverso episodi successivi. La crescita della Voragine nel 2024 ha mostrato con particolare chiarezza la rapidità del processo e l’utilità dei rilievi aerei ad alta risoluzione. Mappe storiche, fotogrammetria, droni e satelliti non sono strumenti alternativi: ciascuno colma una parte diversa della storia. È proprio la loro integrazione a permettere di ricostruire sia le trasformazioni lente sia quelle improvvise, mantenendo distinta la descrizione della forma dalla previsione dell’attività futura.















