Gli oceani continuano ad accumulare calore, ma il dato di circa 23 zettajoule va attribuito correttamente: è la stima dell’aumento del contenuto di calore nei primi 2.000 metri tra il 2024 e il 2025, pubblicata in uno studio scientifico nel gennaio 2026. Non è un risultato del nono Ocean State Report, uscito nel settembre 2025 e basato soprattutto sulle condizioni osservate nel 2023 e nel 2024. La distinzione è importante: il numero descrive un incremento annuale stimato, non tutta l’energia già custodita nel mare.

Nel 2025 il calore immagazzinato nei primi 2.000 metri oceanici è aumentato di circa 23 zettajoule rispetto all’anno precedente, secondo una stima scientifica. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Lo zettajoule equivale a mille miliardi di miliardi di joule. Il confronto con i consumi energetici umani rende intuitiva la scala, ma dipende da quale anno e da quale definizione di consumo si scelgono: lo studio lo rapporta a circa 37 anni del consumo globale di energia primaria del 2023, non a un moltiplicatore universale e immutabile. L’incertezza indicata dagli autori è di circa 8 zettajoule. Più che il singolo valore, conta la conferma fornita da diversi sistemi di osservazione: il calore oceanico globale ha toccato un nuovo massimo.
Dove finisce questa energia? In gran parte negli strati superiori, che assorbono e ridistribuiscono il calore attraverso correnti e rimescolamento; una quota viene trasferita lentamente verso acque più profonde. Le analisi Copernicus indicano che il riscaldamento di lungo periodo è più marcato nei primi 700 metri rispetto alla fascia tra 700 e 2.000 metri. Il mare può così accumulare quantità enormi di energia pur mostrando variazioni relativamente contenute della temperatura media: il volume d’acqua coinvolto è immenso e l’indicatore del contenuto termico integra superficie e profondità.
Un record di calore immagazzinato non significa necessariamente che ogni anno la superficie marina stabilisca un nuovo record. Nel 2025 la temperatura superficiale media globale è stata la terza più alta della serie iniziata nel 1993, dopo il 2024 e il 2023; è risultata più bassa rispetto ai due anni precedenti, anche nel contesto dell’avvio della fase La Niña. Lo studio sul calore oceanico stima comunque un aumento di circa 23 ± 8 zettajoule nei primi 2.000 metri. La differenza tra i due indicatori spiega perché una superficie in lieve calo annuale possa convivere con un accumulo complessivo ai massimi.
Il livello del mare risponde a più cause. Quando l’acqua si riscalda si espande, contribuendo all’innalzamento; si aggiunge l’aumento della massa oceanica dovuto soprattutto alla perdita di ghiacciai e calotte terrestri. L’indicatore Copernicus attribuisce circa il 30% della crescita globale osservata all’espansione termica e la parte restante principalmente allo scioglimento dei ghiacci. Le misure satellitari mostrano una tendenza in accelerazione, ma i tassi cambiano secondo la finestra temporale e il prodotto utilizzato: una stima riferita al 2012-2025 non va confusa con altre serie che confrontano periodi differenti.
Nel quadro riportato per il periodo 2012-2025, il ritmo medio globale è indicato intorno a 4,2 millimetri l’anno. È una media su scala planetaria, non una misura valida per ogni costa: correnti, venti, variazioni della gravità e movimenti verticali del suolo producono differenze regionali. Anche i numeri pubblicati successivamente da Copernicus per periodi come il 2015-2025 possono risultare diversi, perché cambiano intervallo di calcolo e aggiornamento della serie. L’accelerazione è coerente con l’accumulo di calore e con la perdita di ghiaccio, ma non consente di dedurre da sola l’evoluzione di una singola località.
Il riscaldamento non è l’unico cambiamento misurato. Una parte dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane viene assorbita dal mare e modifica la chimica dell’acqua, abbassandone il pH: è il processo noto come acidificazione oceanica. La tendenza globale è documentata, ma non procede con uguale intensità in tutti i bacini. Per i mari regionali, e in particolare per sistemi semi-chiusi, le serie di osservazione possono essere più discontinue e le stime meno solide. Perciò il quadro del rapporto segnala la pressione crescente senza autorizzare a trasferire automaticamente un valore medio globale al Mediterraneo o al Mar Nero.
I mari europei mostrano differenze rilevanti. L’OSR9 stima per il Mediterraneo un aumento della temperatura superficiale di circa 0,41 °C per decennio tra il 1982 e il 2024; in alcune aree, tra cui Egeo, Levante e Adriatico, il riscaldamento raggiunge valori più elevati. Il Mar Nero figura tra i bacini europei con una tendenza particolarmente rapida, attorno a 0,6 °C per decennio nella sintesi Copernicus. Sono medie di lungo periodo, non una descrizione uniforme di ogni tratto di costa. Nel 2025, inoltre, il Mediterraneo ha registrato una superficie marina eccezionalmente calda e diffuse ondate di calore marine.
Il riscaldamento prolungato può sottoporre gli ecosistemi a stress e favorire cambiamenti nella distribuzione delle specie; gli effetti concreti dipendono però da durata, intensità, profondità e condizioni locali. Nel Mediterraneo, l’OSR9 collega le acque più calde osservate durante l’ondata del 2023 a una maggiore presenza di alcune specie non indigene, con ricadute segnalate sulla pesca in aree interessate. Questi casi non descrivono ogni comunità marina né dimostrano che un singolo evento causi da solo un impatto duraturo: offrono piuttosto un’indicazione dei rischi da seguire insieme ai dati su temperatura, biodiversità e attività economiche.
Un’ulteriore cautela riguarda il livello marino nei bacini chiusi o semichiusi. Le medie satellitari per Mediterraneo e Mar Nero possono discostarsi dalla tendenza globale per effetto della circolazione, degli scambi con gli oceani adiacenti e di fattori locali; inoltre, gli studi non sempre coprono gli stessi anni. La crescita globale attorno a 4,2 millimetri l’anno nel periodo indicato non va quindi presentata come tasso identico per entrambi i mari. Per valutare il rischio costiero servono serie locali, misure del livello relativo alla terra e informazioni sull’esposizione delle coste.
Il quadro complessivo è quello di una massa oceanica che continua a guadagnare energia mentre le variazioni annuali della superficie restano influenzate anche dalla variabilità naturale. Il dato dei 23 zettajoule, la tendenza delle temperature e l’accelerazione del livello marino descrivono aspetti collegati, ma non intercambiabili. La lettura più corretta mantiene distinti periodo, profondità e area geografica di ciascun indicatore: così un confronto spettacolare con i consumi umani non oscura ciò che la misura effettivamente rappresenta, né trasforma una media globale in una previsione per una costa specifica.
L’accumulo negli strati profondi rende il contenuto di calore un indicatore più stabile della sola temperatura superficiale, che può oscillare per fenomeni naturali e stagionali. Il record del 2025, confermato da diverse analisi, segnala che il bilancio energetico terrestre resta positivo e che l’oceano continua a fare da principale serbatoio del calore in eccesso. Questa funzione attenua temporaneamente il riscaldamento dell’atmosfera, ma non lo annulla: l’energia immagazzinata alimenta cambiamenti persistenti nella temperatura marina e contribuisce all’espansione dell’acqua. È quindi utile leggere insieme contenuto termico, livello marino e chimica dell’acqua, evitando di concentrarsi su un solo primato annuale.
Per gli anni successivi sarà importante verificare se l’accumulo continuerà e come si distribuirà tra superficie e profondità, confrontando osservazioni indipendenti e intervalli temporali omogenei. Nel Mediterraneo e nel Mar Nero, reti di monitoraggio regionali possono chiarire meglio le differenze tra sottobacini e ridurre le incertezze su acidificazione e livello marino. I dati disponibili documentano tendenze, non determinano da soli quando o dove si manifesteranno specifici impatti costieri. Il monitoraggio delle ondate di calore, delle variazioni locali del mare e degli ecosistemi consentirà di distinguere la persistenza del cambiamento dalle oscillazioni di breve durata.















