Atlantico senza uragani a fine settembre: il record precedente è del 1905

Otto tempeste tropicali sono state nominate, ma al 30 settembre nessuna ha raggiunto l’intensità di uragano: El Niño contribuisce a spiegare la pausa, senza chiudere la stagione.

Al 30 settembre 2026 il bacino atlantico ha prodotto otto tempeste tropicali nominate, ma nessuna ha raggiunto la categoria di uragano. La stagione è quindi eccezionalmente lenta sul fronte dell’intensificazione, proprio mentre settembre — di norma il mese di massima attività — volge al termine. Il dato va letto con attenzione: descrive la situazione fino a oggi, non anticipa come si concluderà una stagione che resta aperta fino al 30 novembre.

Nubi di una tempesta tropicale sull’Atlantico nel 2026

L’assenza di uragani non equivale a una stagione conclusa: la stagione atlantica prosegue fino al 30 novembre e il record di formazione tardiva del primo uragano risale al 1905. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il riferimento storico indicato per la formazione più tardiva del primo uragano è l’8 ottobre 1905. Se il bacino restasse senza uragani fino a quella data, il primato potrebbe essere raggiunto o superato secondo il criterio della data di formazione del primo sistema della stagione. Non significa però che il record sia già caduto: al 30 settembre mancano ancora giorni alla ricorrenza, e l’eventuale confronto dipende dalla classificazione ufficiale e dalla ricostruzione dei dati storici.

La più recente tempesta nominata è Hanna, formatasi lunedì 28 settembre sull’Atlantico centrale. Al momento delle prime notizie aveva venti sostenuti intorno a 45 miglia orarie, ben al di sotto della soglia di 74 miglia orarie — circa 119 chilometri orari — utilizzata per classificare un sistema come uragano. Il sistema si trovava lontano dalle coste e non erano in vigore allerte costiere: il suo sviluppo conferma il conteggio delle tempeste, ma non modifica l’assenza di uragani.

Il principale elemento climatico di fondo è El Niño, la fase calda del sistema ENSO nel Pacifico tropicale. Le previsioni NOAA indicano un evento forte o molto forte durante il periodo di massima attività atlantica. L’agenzia ha rivisto al ribasso le prospettive stagionali: stima come più probabile una stagione sotto la media, ma la previsione resta probabilistica e riguarda l’attività complessiva, non la traiettoria o l’impatto di un singolo ciclone.

El Niño può influenzare la circolazione atmosferica ben oltre il Pacifico. Sull’Atlantico tropicale tende a favorire un aumento del wind shear verticale, cioè della differenza di velocità o direzione dei venti tra gli strati bassi e quelli alti dell’atmosfera. Quando questa differenza è marcata, la struttura di un sistema in sviluppo può inclinarsi e le tempeste convettive faticano a restare allineate attorno al centro. Il risultato può essere una crescita più lenta o l’interruzione dell’organizzazione ciclonica.

Non agisce però un solo fattore. NOAA descrive condizioni oceaniche atlantiche localmente calde, ma segnala anche che il calore del bacino è meno eccezionale se confrontato con quello di altre aree tropicali e che in parte della regione di sviluppo i venti alisei risultano più forti del normale. Il bilancio fra acqua disponibile, umidità, stabilità atmosferica e shear determina quanto facilmente una perturbazione possa consolidarsi; nessun singolo indicatore permette di dedurre da solo l’esito della stagione.

La stagione ufficiale degli uragani nell’Atlantico va dal primo giugno al 30 novembre. La media climatologica concentra una parte importante dell’attività fra agosto e ottobre, ma il picco statistico non costituisce una scadenza oltre la quale la formazione diventa impossibile. Per questo l’assenza di uragani al termine di settembre è notevole, ma non basta a dichiarare conclusa l’attività o a escludere nuovi sistemi nel mese di ottobre e nelle settimane successive.

La soglia classificatoria è importante anche per interpretare eventuali sviluppi futuri: una tempesta tropicale diventa uragano quando i venti sostenuti raggiungono almeno 74 miglia orarie. Una volta che un sistema trova condizioni favorevoli, la sua intensità può cambiare in tempi relativamente brevi; acqua calda e atmosfera umida possono fornire energia, mentre shear e aria secca possono ostacolare l’organizzazione. La sola temperatura superficiale del mare, quindi, non basta per stabilire se o quanto rapidamente un ciclone si rafforzerà.

Anche una stagione complessivamente debole non coincide necessariamente con un rischio nullo per ogni costa o comunità. NOAA sottolinea che un outlook stagionale non prevede gli approdi e che bastano le condizioni meteorologiche dei giorni immediatamente precedenti per orientare il percorso di un sistema. Per la sicurezza, il numero ridotto di uragani osservati finora non sostituisce le allerte e le indicazioni del National Hurricane Center quando si forma una perturbazione concreta.

Il richiamo al 1905 richiede inoltre una cautela metodologica: i dati storici più antichi furono raccolti con strumenti e copertura osservativa diversi da quelli satellitari moderni, e le serie possono essere rianalizzate. La data resta un riferimento riportato nella documentazione meteorologica, ma il confronto non è perfettamente omogeneo con il monitoraggio contemporaneo. Le ricostruzioni ufficiali delle serie, come HURDAT, sono perciò essenziali quando si parla di primati e classificazioni.

Il dato più netto non è una prova che El Niño determini da solo ogni passaggio della stagione, bensì la coincidenza fra una configurazione atmosferica sfavorevole e un avvio senza uragani insolitamente prolungato. Il meccanismo del wind shear offre una spiegazione fisica coerente: venti che cambiano con la quota possono disturbare i temporali che alimentano il nucleo del ciclone. Ma la stagione comprende sistemi diversi, aree di formazione differenti e condizioni mutevoli. Il record è dunque un indicatore della rarità del ritardo, non una misura completa del rischio né una garanzia che l’attività resterà bassa.

Nelle prossime settimane sarà decisivo osservare se il wind shear rimarrà elevato sulle zone tropicali di sviluppo e se le perturbazioni riusciranno a mantenere una circolazione chiusa. Le proiezioni stagionali NOAA contemplano ancora la possibilità che si formino uragani, pur collocando l’attività complessiva più probabilmente sotto la media. Una tempesta che dovesse emergere in condizioni favorevoli potrebbe rafforzarsi anche dopo una lunga fase di relativa quiete: è uno scenario possibile, non una previsione che un uragano si formerà certamente.

Per capire se il primato del 1905 sarà effettivamente superato occorrerà attendere la data indicata e verificare le classificazioni ufficiali, senza confondere l’assenza attuale di uragani con l’assenza di tempeste tropicali. Il monitoraggio dovrebbe concentrarsi sugli aggiornamenti del National Hurricane Center, sulla velocità dei venti e sull’eventuale consolidamento della convezione. Anche con acque favorevoli, percorso, durata e impatto dipenderanno dalle condizioni atmosferiche che accompagneranno ciascun sistema nei giorni della sua evoluzione.

Ugo Bellini

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