Buco dell’ozono antartico, il dato di settembre va letto con cautela

La stima di Copernicus per il 12 settembre è superiore alla media del periodo, ma non dimostra da sola un peggioramento della tendenza di lungo periodo.

Il buco dell’ozono antartico ha raggiunto un’estensione stimata di circa 25 milioni di chilometri quadrati il 12 settembre 2026, secondo il servizio europeo Copernicus. Il dato è circa 5 milioni sopra la media per quel momento della stagione: non equivale, però, a un confronto diretto con il valore dello stesso giorno del 2025. La distinzione conta, perché una misura giornaliera, una media stagionale e il massimo annuale descrivono aspetti diversi del fenomeno.

Rappresentazione del buco dell’ozono antartico e del vortice polare

Il 12 settembre 2026 l’estensione stimata ha toccato circa 25 milioni di km², circa 5 milioni sopra la media per quel periodo. L’area, da sola, non descrive tutta la perdita di ozono. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il confronto con l’anno precedente va quindi formulato con precisione. Nel 2025 NASA e NOAA hanno registrato il massimo giornaliero il 9 settembre, pari a 22,86 milioni di chilometri quadrati. Copernicus colloca invece il dato 2026 citato al 12 settembre e lo paragona alla media climatologica del periodo. Le date e le metriche non coincidono: il valore disponibile non autorizza a dire che a settembre 2026 l’area fosse già di 5 milioni superiore a quella del settembre 2025.

L’espressione “buco dell’ozono” indica una zona della stratosfera in cui la quantità di ozono scende molto, non un’apertura nell’atmosfera. Per convenzione, la sua area viene spesso calcolata contando le regioni con colonna totale di ozono inferiore a 220 unità Dobson. È una misura utile per seguire forma ed estensione, ma non coincide con la quantità complessiva di ozono perduta: anche il minimo della colonna e il deficit di massa forniscono informazioni importanti.

La crescita rapida di settembre è legata soprattutto alle condizioni della stratosfera australe. Durante l’inverno polare, temperature molto basse favoriscono la formazione di nubi stratosferiche polari. Sulla superficie di queste particelle avvengono reazioni che trasformano composti di cloro e bromo relativamente stabili in forme chimicamente attive. Quando la luce solare ritorna in primavera, queste sostanze accelerano la distruzione dell’ozono: per questo il fenomeno si intensifica tra la fine dell’inverno e la primavera australe.

Il vortice polare è una vasta circolazione di venti che si forma nella stratosfera durante l’inverno e tende a isolare l’aria sopra l’Antartide. Se resta compatto e intenso, mantiene temperature rigide e limita gli scambi con latitudini più temperate: le condizioni favorevoli alla perdita di ozono possono persistere e interessare un’area ampia. Se si indebolisce o si rompe prima, l’aria si mescola maggiormente e la stagione di impoverimento può risultare meno estesa o più breve.

Cloro e bromo agiscono attraverso cicli chimici catalitici: una singola molecola attiva può partecipare a molte reazioni di distruzione dell’ozono prima di essere nuovamente convertita in una forma inattiva. Le sostanze che li contengono, tra cui i clorofluorocarburi e gli halon, sono state immesse nell’atmosfera soprattutto da attività umane. La quantità di alogeni disponibili condiziona il potenziale di impoverimento, ma l’estensione osservata in una singola stagione dipende anche dalla temperatura e dalla dinamica del vortice.

Qui si separano due scale temporali spesso confuse. Da un anno all’altro, condizioni meteorologiche stratosferiche differenti possono far oscillare rapidamente estensione, intensità e durata del buco. Sul lungo periodo, invece, la riduzione delle sostanze che impoveriscono l’ozono dopo il Protocollo di Montreal sostiene un graduale recupero. Una stagione ampia non cancella questa tendenza, così come un buco relativamente piccolo non significa che lo strato sia già tornato ai livelli precedenti al suo assottigliamento.

Nel caso del 2026, Copernicus ha segnalato che altri indicatori monitorati, tra cui il minimo della colonna di ozono e il deficit di massa, erano rimasti vicini ai rispettivi valori medi, nonostante l’aumento dell’area. È un elemento che invita a non interpretare il numero più visibile come un bilancio completo della stagione: due annate possono avere estensioni simili ma differire per profondità della perdita, durata e quantità complessiva di ozono mancante.

I dati recenti sono compatibili con un quadro in cui la variabilità meteorologica continua a produrre stagioni diverse mentre la pressione chimica di fondo diminuisce lentamente. NOAA riferisce che i livelli di sostanze che impoveriscono l’ozono nella stratosfera antartica sono scesi di circa un terzo rispetto ai livelli precedenti alla formazione del buco, dopo il picco attorno al 2000. Il recupero resta graduale: i composti persistono a lungo nell’atmosfera e l’andamento annuale non è una linea regolare.

Il dato del 12 settembre 2026 va dunque letto come una misura superiore alla media stagionale indicata da Copernicus, non come prova isolata di un’inversione del recupero. Per interpretare davvero una stagione servono serie omogenee, la finestra temporale corretta e più indicatori: estensione media, massimo giornaliero, durata, concentrazione minima e deficit di massa. È il confronto su più anni, e non una singola fotografia di settembre, a distinguere un’anomalia meteorologica da un cambiamento persistente.

La differenza tra un’area ampia e una perdita complessiva più contenuta può sembrare controintuitiva, ma riflette il fatto che l’estensione misura la superficie sotto una soglia, non la profondità del calo ovunque. Una circolazione fredda può allargare il perimetro mentre altri parametri restano prossimi alla media. L’interpretazione più solida è quindi congiunta: la meteorologia decide quanto siano favorevoli le condizioni di stagione, mentre la chimica degli alogeni determina la capacità di distruggere ozono.

Nelle settimane successive, gli elementi da seguire sono l’evoluzione delle temperature stratosferiche, la tenuta del vortice e l’andamento degli indicatori chimici. Un riscaldamento dinamico o una rottura anticipata del vortice possono modificare la durata e la forma dell’area impoverita; un vortice persistente e freddo può invece mantenere più a lungo condizioni favorevoli alla perdita. Sono scenari condizionati, non previsioni certe ricavabili dalla sola stima del 12 settembre.

Anche l’aggiornamento stagionale dovrà essere confrontato con le osservazioni satellitari e con le analisi di Copernicus, NASA e NOAA, distinguendo i massimi giornalieri dalle medie dell’intera stagione. Sul piano climatico, la verifica decisiva resta la persistenza del calo delle sostanze contenenti cloro e bromo e la risposta dell’ozono su periodi pluriennali. Il numero di settembre segnala una stagione sopra media per estensione, ma non modifica da solo la valutazione della tendenza di lungo periodo.

Il caso del 2026 mostra perché un confronto immediato tra due numeri possa essere fuorviante. Il valore di circa 25 milioni di km² è riferito al 12 settembre ed è confrontato con la media del periodo; il massimo 2025 citato da NASA e NOAA è invece una misura del 9 settembre. Per stabilire se una stagione sia davvero più intensa servono criteri uniformi e più variabili, non soltanto l’area massima riportata in una notizia.

Mirko Iannarelli

Rimani aggiornato

Ultime notizie