Città italiane, nel 2026 temperature superficiali tutte oltre i 40°C

Il valore romano di 46,9°C riguarda tetti, strade e altre superfici rilevate dai satelliti, non l’aria misurata dalle stazioni meteo.

Tutti i venti capoluoghi regionali compresi nell’elaborazione hanno superato nel 2026 la media di 40°C per le temperature superficiali massime estive. Roma è in cima con 46,9°C, seguita da Torino e Firenze; Trento chiude la graduatoria a 40,1°C. Il dato, diffuso il 24 settembre, deriva da un’elaborazione di Greenpeace Italia su dati Istat e descrive il calore delle superfici urbane osservate via satellite, non la temperatura dell’aria misurata nelle normali rilevazioni meteorologiche.

Vista urbana estiva con tetti, asfalto e aree verdi riscaldati dal sole

La rilevazione satellitare riguarda le superfici urbane: a Roma la media estiva delle massime è stata di 46,9°C, valore diverso dalla temperatura dell’aria. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il confronto con l’estate precedente mostra un’estensione del fenomeno: nel 2025 soltanto dieci capoluoghi su venti avevano una media delle temperature superficiali massime oltre 40°C. La soglia riguarda quindi un indicatore urbano specifico e non significa che in tutte le città l’aria sia arrivata o rimasta sopra i 40°C. Per interpretare correttamente la notizia occorre tenere distinti il dato delle superfici e le temperature atmosferiche comunicate nelle previsioni e nei bollettini.

La temperatura superficiale, o LST, è la misura del calore della superficie che il satellite osserva attraverso l’atmosfera. Può riferirsi a coperture degli edifici, strade, prati e chiome degli alberi; materiali e coperture differenti si scaldano in modo diverso. Per questo il valore satellitare non coincide con quello rilevato da un termometro meteorologico schermato, che misura l’aria vicino al suolo. I 46,9°C di Roma non sono dunque una massima dell’aria né una temperatura percepita dalle persone.

La metodologia pubblicata da Istat per le precedenti elaborazioni territoriali chiarisce come il telerilevamento permetta di osservare la distribuzione spaziale del calore urbano. Le immagini dei satelliti Landsat 8 e 9 sono acquisite a intervalli periodici; i dati termici possono essere aggregati e confrontati con le sezioni censuarie e con le informazioni demografiche. Questa impostazione aiuta a individuare differenze tra quartieri che una singola stazione meteorologica, per sua natura puntuale, non può rappresentare da sola.

La nuova elaborazione segnala anche scarti rispetto a periodi di riferimento più lunghi. Considerando la media dei capoluoghi, le temperature superficiali massime risultano superiori di 2,6°C rispetto al periodo 2014-2019 e di 1,1°C rispetto al 2020-2025. A Roma gli aumenti indicati sono rispettivamente di 3,9°C e 2,2°C. Si tratta di confronti sulla temperatura media superficiale, non di anomalie della temperatura dell’aria; le due grandezze non vanno sovrapposte.

Secondo i dati riportati, circa nove milioni di persone vivono in aree urbane dove la media delle temperature superficiali massime ha superato 40°C. Tra queste sono stimati 320 mila bambini sotto i cinque anni e 1,2 milioni di residenti con più di 74 anni. L’esposizione varia sensibilmente da città a città: l’elaborazione indica il 63% della popolazione a Potenza e la totalità dei residenti a Roma e Cagliari. Sono stime di popolazione riferite alle aree individuate, non conteggi di persone colpite da uno specifico episodio sanitario.

Il rapporto Greenpeace pubblicato nel giugno 2026 aveva già descritto l’esposizione nelle città usando i dati dell’estate 2025: l’87% degli abitanti dei capoluoghi considerati, pari a 8,2 milioni di persone, viveva in quartieri con medie delle massime superficiali sopra 40°C. La stessa analisi segnalava la presenza di bambini e anziani tra i residenti esposti e metteva in relazione il fenomeno con le isole di calore. I valori del 2025 e quelli del 2026 appartengono a elaborazioni riferite a stagioni diverse e non vanno confusi.

La differenza fra città e aree circostanti è un altro indicatore, distinto dalla temperatura superficiale massima media. Il rapporto Greenpeace sul 2025 descriveva temperature superficiali urbane più elevate rispetto alle aree extraurbane in quasi tutti i capoluoghi analizzati, con differenze particolarmente marcate in alcuni contesti. Questo contrasto è chiamato isola di calore urbana: quantifica il surplus termico rispetto all’esterno e non coincide con il semplice superamento della soglia dei 40°C sulle superfici.

Nel linguaggio quotidiano un numero accompagnato dal simbolo dei gradi viene facilmente letto come una previsione meteo. In questo caso sarebbe fuorviante: una superficie esposta al sole può raggiungere temperature diverse da quelle dell’aria sovrastante, mentre vegetazione, ombra e materiali modificano il mosaico termico visibile dal satellite. La NASA sottolinea esplicitamente che la temperatura del suolo osservata dallo spazio non è la stessa temperatura dell’aria pubblicata nei bollettini. La cautela nella comunicazione è parte della corretta lettura del risultato.

Il dato più utile per leggere questa elaborazione non è soltanto la graduatoria delle città, ma la sua scala. Una media comunale può nascondere forti differenze tra isolati: le superfici più calde e quelle più fresche possono trovarsi a breve distanza, mentre la distribuzione della popolazione vulnerabile aggiunge un’informazione sociale. L’indicatore non consente da solo di ricavare il rischio individuale, né sostituisce le misure di temperatura dell’aria o di stress termico. Permette però di individuare dove l’ambiente costruito accumula più calore e dove ulteriori verifiche territoriali possono essere rilevanti.

Il quadro è coerente con il funzionamento fisico delle isole di calore: superfici costruite e impermeabili possono assorbire energia solare e rilasciarla successivamente, mentre la vegetazione contribuisce a differenziare il riscaldamento locale. La mappa termica, tuttavia, non identifica da sola la causa di ogni anomalia e non misura direttamente il disagio vissuto dalle persone. Per questo le statistiche di superficie vanno lette insieme a osservazioni meteorologiche, caratteristiche dei quartieri e indicatori di vulnerabilità, evitando di trasformare una media satellitare in una cronaca uniforme dell’intera città.

Per valutare se il salto registrato nel 2026 rappresenti una tendenza persistente, sarà importante disporre di serie omogenee e confrontare le stesse stagioni con criteri di elaborazione coerenti. Una singola estate non basta a descrivere l’evoluzione climatica di lungo periodo, così come un dato superficiale non può sostituire l’andamento delle temperature atmosferiche. Sono utili anche informazioni sulla distribuzione dei valori nei diversi quartieri, sulle aree verdi e sulla presenza di popolazione fragile. L’elaborazione segnala un’estensione del superamento della soglia; la sua interpretazione causale richiede ulteriori confronti.

Un aspetto da monitorare è il rapporto tra superfici molto calde e temperature dell’aria, soprattutto nelle ore serali e notturne: sono misure collegate, ma non equivalenti, e la prima non permette di dedurre automaticamente la seconda. Per descrivere gli effetti sulla salute servono inoltre indicatori specifici di esposizione e stress termico, non la sola temperatura del suolo. Le nuove rilevazioni potranno essere più informative se affiancate a dati meteorologici e sanitari verificabili e a mappe urbane di dettaglio. In assenza di questi elementi, non è corretto presentare i 46,9°C come una massima dell’aria a Roma o come previsione per le estati future.

Giancarlo Colapinto

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