L’agriturismo italiano ha chiuso il 2025 con un nuovo massimo di pernottamenti: 18,3 milioni, a fronte di 5,1 milioni di arrivi. Ma il dato decennale va precisato: le statistiche ufficiali Istat indicano per le presenze una crescita del 51,9% rispetto al 2016, non dell’85%. Il divario non è marginale e impone di distinguere la comunicazione associativa dalle serie statistiche comparabili. La prospettiva di un ulteriore record nel 2026, rilanciata da Coldiretti e Campagna Amica, è una stima e non un risultato acquisito; sarà verificabile solo quando saranno disponibili i dati consuntivi.

Il 2025 ha portato le presenze agrituristiche a 18,3 milioni. La serie Istat indica un aumento del 51,9% rispetto al 2016, diverso dall’85% citato da Coldiretti. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Il confronto con l’anno precedente conferma una fase espansiva, seppure meno spettacolare del titolo di partenza: nel 2024 Istat rileva oltre 4,7 milioni di agrituristi, in aumento del 4,3%, e più di 17,1 milioni di pernottamenti, cresciuti del 3,2%. La componente straniera ha raggiunto il 54,8% degli ospiti, mentre la permanenza media è stata di 3,6 notti. Gli arrivi misurano le persone che iniziano un soggiorno; le presenze contano invece le notti trascorse. Sono indicatori diversi e non vanno confusi quando si descrive la crescita della domanda.
L’offerta cresce più lentamente dei flussi: nel 2024 le aziende agrituristiche censite erano 26.360, appena lo 0,9% in più rispetto al 2023, mentre il valore economico del comparto aumentava del 3,3%. Un’indicazione pubblicata dalla rete istituzionale Agriturismo Italia, basata sui dati 2025, stima il valore del settore in 1,93 miliardi di euro. La dinamica suggerisce che il record delle presenze non dipenda soltanto dall’apertura di nuove strutture: contano anche la capacità ricettiva, i servizi offerti e il riempimento delle aziende già operative.
La distribuzione dei visitatori resta concentrata. Nel 2024 il 72,2% degli agrituristi ha scelto strutture del Centro e del Nord-est; la Toscana da sola ha accolto il 28,1% del totale, seguita dal Trentino-Alto Adige con il 17%. Inoltre, il 42% degli arrivi e il 52% delle presenze si è concentrato in 382 Comuni agrituristici della Toscana e della provincia autonoma di Bolzano. Queste quote mostrano una domanda forte in destinazioni già riconosciute, ma non provano che la crescita sia uniforme in tutte le regioni o nelle aree rurali meno note.
Il legame con l’agricoltura distingue l’agriturismo dalle altre forme di ospitalità rurale: l’attività ricettiva è connessa a un’azienda agricola e può affiancarsi a ristorazione, degustazioni, escursioni e iniziative didattiche. Nel 2024 poco più di 13 mila strutture offrivano ristorazione, circa metà del totale, mentre 5.473 associavano all’alloggio la degustazione. Questi servizi possono dare visibilità alle produzioni locali e rendere il soggiorno un’esperienza legata al territorio; le statistiche descrivono la loro diffusione, ma non quantificano quanto ciascuno contribuisca alla scelta dei turisti.
La sostenibilità è una parte dell’offerta, non una spiegazione automatica del boom. La multifunzionalità consente alle imprese agricole di integrare il reddito con attività turistiche e di valorizzare risorse, paesaggio e filiere locali. Il rapporto Ismea sulla multifunzionalità dedica un approfondimento alla sostenibilità dell’agriturismo e al rapporto con i territori d’origine, oltre che agli investimenti sostenuti dalla Politica agricola comune. Per valutare la prestazione ambientale concreta di una singola azienda servirebbero però indicatori omogenei su energia, acqua, rifiuti, mobilità e approvvigionamenti, che non si ricavano dal solo conteggio di arrivi e notti.
Anche la tecnologia entra nel racconto del settore, ma con limiti informativi da tenere presenti. Campagna Amica riferisce che, secondo il primo censimento sulla maturità digitale delle aziende agricole del Polo Innovazione Agricoltura Digitale di Coldiretti Next, il 37% degli agriturismi avrebbe investito nella digitalizzazione per gestire meglio azienda e accoglienza. È un dato attribuito a una rilevazione di settore, non una misura Istat dei flussi turistici né una prova che gli investimenti digitali abbiano causato l’aumento delle presenze. Prenotazioni online e strumenti gestionali possono agevolare l’incontro con i clienti, ma il loro effetto sulla domanda richiederebbe verifiche specifiche.
Il clima costituisce un ulteriore fattore operativo, non una causa dimostrata della crescita nazionale. Temperature, piogge e condizioni dei sentieri possono incidere sulla fruibilità di attività all’aperto e sulla programmazione dei soggiorni, con effetti differenti tra stagioni e territori. Tuttavia, i dati citati da Istat non isolano l’impatto meteorologico sulle prenotazioni agrituristiche. Senza analisi che mettano in relazione flussi mensili, condizioni osservate e caratteristiche delle destinazioni, sarebbe improprio attribuire alle variazioni del clima un ruolo preciso nei record. La diversificazione dei servizi può ampliare le occasioni di visita, ma non elimina i rischi legati a eventi estremi o a periodi sfavorevoli.
Anche la frase secondo cui le presenze sarebbero cresciute a un ritmo oltre tre volte superiore alla media nazionale va letta insieme al periodo e alla base di confronto scelti. Per il decennio 2016-2025 la fonte istituzionale dedicata all’agriturismo riporta +51,9% nel comparto e +32,9% per l’intero settore turistico: il differenziale esiste, ma non corrisponde a un rapporto superiore a tre. L’Istat descrive la propria rilevazione come un’indagine mensile sui flussi, distinta per tipologia di esercizio, territorio e provenienza. Usare lo stesso perimetro temporale è essenziale per rendere attendibile il confronto.
La componente internazionale contribuisce in modo rilevante alla tenuta del comparto. Nel 2025, secondo i dati riportati dal portale Agriturismo Italia, gli stranieri hanno rappresentato il 53% degli arrivi e il 62% delle presenze; la permanenza media indicata è stata di 4,2 notti, contro 2,9 per gli italiani. Il dato aiuta a spiegare perché le presenze possano aumentare più degli arrivi: una quota importante di ospiti stranieri si ferma più a lungo. È un elemento utile per leggere il record, ma non basta da solo a chiarire le motivazioni individuali né a descrivere tutte le destinazioni.
Il dato dell’85% diffuso da Coldiretti e Campagna Amica non trova conferma nella serie decennale citata dall’ente statistico per le presenze agrituristiche: nel periodo 2016-2025 l’incremento ufficiale è del 51,9%. Per il 2024 Istat registrava già 17,1 milioni di notti, mentre il dato consuntivo successivo ha portato il totale a 18,3 milioni. Prima di riproporre il valore più alto come comparabile, occorre quindi chiarire se si riferisca a un intervallo diverso, a un sottoinsieme o a una diversa elaborazione. Le fonti consultate non consentono di ricostruirne la base.
Per il 2026 Campagna Amica prospetta un nuovo record, ma il dato va trattato come previsione promozionale: non è un consuntivo e le fonti consultate non espongono un modello o una metodologia che permetta di valutarne la probabilità. L’andamento del 2025, la domanda estera e la permanenza media forniscono segnali favorevoli, non garanzie. Per confermare la tendenza saranno determinanti i rilevamenti mensili e la loro successiva validazione statistica, oltre alla capacità delle aziende di mantenere qualità e servizi senza compromettere le risorse ambientali che sostengono l’attrattività rurale.
Il nodo interpretativo è distinguere il successo commerciale dalla sua distribuzione e dai suoi effetti. I dati mostrano che il settore attira più ospiti e genera più notti, ma la concentrazione in pochi territori e la lenta crescita del numero di aziende suggeriscono che i benefici non siano necessariamente omogenei. Il turismo rurale può sostenere attività agricole e servizi locali quando crea relazioni reali con le produzioni e con il territorio; per dimostrarne l’impatto servono però informazioni su ricadute economiche, occupazione, stagionalità e pressione sulle risorse. Il record, da solo, non misura la qualità ambientale né l’equilibrio tra destinazioni.
Nei prossimi mesi sarà utile osservare se la domanda si distribuisce oltre i periodi di punta e se cresce anche nelle destinazioni oggi meno rappresentate. Una maggiore destagionalizzazione potrebbe allargare le opportunità per le aziende, mentre un’espansione concentrata nei luoghi già molto richiesti rischierebbe di lasciare indietro altri territori. Il clima resta un elemento da monitorare nella programmazione delle attività all’aperto e nella gestione di acqua ed energia, ma le statistiche disponibili non consentono previsioni specifiche sugli effetti futuri. Anche la digitalizzazione merita dati più trasparenti: misurare investimenti e risultati aiuterebbe a capire se migliora davvero la gestione o l’accesso dei visitatori.
La verifica decisiva sarà il confronto dei prossimi dati Istat con le serie precedenti, mantenendo identiche definizioni e periodi. Solo così si potrà stabilire se il 2026 avrà superato i 18,3 milioni di pernottamenti del 2025 e se il ritmo di crescita resterà superiore a quello del turismo complessivo. Sul versante qualitativo, occorrerà affiancare agli arrivi indicatori di permanenza, distribuzione territoriale e sostenibilità misurabile. Per ora il fatto documentato è un comparto in espansione, sostenuto da una clientela internazionale consistente; il record futuro resta uno scenario da verificare, non una certezza statistica.



















