L’installazione della piattaforma Douglas CCS è stata completata nella baia di Liverpool, ma non equivale all’avvio dello stoccaggio della CO₂. L’annuncio diffuso da Eni CCUS Holding l’8 ottobre 2026 descrive una tappa delle opere del progetto Liverpool Bay CCS, destinato a collegare impianti industriali del Nord Ovest dell’Inghilterra e del Galles del Nord con depositi geologici sotto il fondale. Il sistema deve ancora essere completato, collaudato e messo in esercizio: soltanto allora sarà possibile misurare i volumi effettivamente trasferiti e valutare i risultati ambientali.

La piattaforma Douglas, installata nella baia di Liverpool, farà da hub offshore per la CO₂ raccolta dagli impianti industriali e trasferita attraverso condotte riconvertite. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Douglas è progettata per funzionare da centro di distribuzione offshore della rete, non da impianto industriale che cattura direttamente le emissioni. Secondo i dati diffusi dalla società, la parte superiore della piattaforma pesa 1.885 tonnellate; la struttura di sostegno, chiamata jacket, ne pesa 1.755 e poggia su otto pali di fondazione, per altre 730 tonnellate complessive. Il progetto è stato realizzato in meno di 18 mesi dall’assegnazione del contratto, integrando progettazione, approvvigionamento, costruzione e messa in servizio della struttura.
La piattaforma è solo una parte di una rete più ampia, che Eni indica come completata per circa il 50% al momento dell’annuncio. La società stima che circa il 60% del valore complessivo dell’investimento ricada su fornitori britannici, con oltre 2.000 occupazioni nella fase di costruzione e 200-300 ruoli stabili durante più di 25 anni di operatività. Sono stime comunicate dal promotore: non vanno confuse con posti già tutti attivati né con risultati occupazionali consuntivi.
Il progetto era entrato nella fase di costruzione dopo la chiusura finanziaria raggiunta con il governo britannico nell’aprile 2025. Eni riferì allora che il sostegno pubblico di 21,7 miliardi di sterline era destinato, nell’arco di 25 anni, ai primi due cluster CCS del Paese, non esclusivamente a Liverpool Bay. La distinzione è importante: la cifra è un quadro di finanziamento nazionale per più progetti, mentre il comunicato sull’installazione non indica il valore specifico dell’investimento nel solo sistema Liverpool Bay.
Il documento di sviluppo del gestore prevede per la prima fase una capacità iniziale di stoccaggio di 4,5 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, con possibilità di espansione fino a 10 milioni. La stessa pianificazione indica come obiettivo la disponibilità per l’avvio delle operazioni commerciali nel 2028. Sono capacità e scadenze progettuali, non quantità già catturate o sottratte all’atmosfera: l’effettivo ritmo dipenderà dal completamento delle infrastrutture, dalla disponibilità degli impianti collegati e dalla progressiva messa in servizio dell’intera catena.
La catena CCS comincia negli impianti che producono emissioni: lì la CO₂ viene separata dagli altri gas dei processi industriali, quindi preparata per il trasporto. Il progetto prevede un sistema terrestre di condotte e, successivamente, l’utilizzo di condotte offshore esistenti riconvertite. La piattaforma Douglas dovrà ricevere il flusso e indirizzarlo verso i depositi. Il progetto non implica che ogni sito industriale catturi automaticamente la propria anidride carbonica: servono impianti di cattura, collegamenti e accordi operativi per ciascun utilizzatore della rete.
Dalla piattaforma la CO₂ è destinata a essere distribuita verso tre depositi esauriti, già utilizzati per la produzione di idrocarburi: Hamilton North, Hamilton Main e Lennox. La fase finale consisterà nell’iniezione nei serbatoi porosi in profondità, confinati da strati geologici che ne ostacolano la risalita. Il riuso di infrastrutture e la conoscenza accumulata sui giacimenti sono elementi centrali del progetto; tuttavia, l’idoneità teorica del sito non sostituisce le verifiche sul comportamento del deposito durante l’iniezione e nel tempo.
Il progetto dispone di una licenza britannica per il trasporto e lo stoccaggio della CO₂, attribuita a Liverpool Bay CCS nel 2025, e ha attraversato la procedura di valutazione ambientale per le opere offshore. Questi atti definiscono autorizzazioni e requisiti amministrativi, ma non attestano che la piattaforma abbia già accumulato CO₂ né certificano in anticipo le prestazioni climatiche effettive. La differenza tra infrastruttura autorizzata, impianto costruito e sistema operativo è sostanziale quando si valutano le promesse di riduzione delle emissioni.
La verifica ambientale richiederà dati raccolti durante le diverse fasi: quantità catturata all’origine, volumi effettivamente consegnati alla rete, CO₂ iniettata e controlli sull’integrità di condotte e depositi. Monitoraggio e rendicontazione dovranno distinguere il carbonio che entra nel sistema da quello che viene realmente confinato, considerando anche le emissioni associate all’energia consumata per separazione, compressione e trasporto. Senza misure operative confrontabili, la capacità dichiarata resta un parametro di progetto, non una prova di riduzione netta già conseguita.














