Il dato più rilevante non è soltanto quanto si scalda la superficie del mare, ma per quanto tempo il calore persiste e quanto si estende. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il 2025 è stato l’anno con la maggiore copertura di ondate di calore marine mai registrata nelle acque europee: nel corso dell’anno l’86% dell’area marina ha raggiunto almeno una forte intensità. È un indicatore riferito all’intero 2025, non la prova che ogni bacino abbia vissuto un’estate identica o avuto gli stessi effetti.

Il riscaldamento marino non agisce in modo uniforme: intensità e durata delle anomalie determinano quanto a lungo specie, habitat e attività costiere restano sotto stress. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Un’ondata di calore marina si verifica quando la temperatura dell’acqua resta per almeno alcuni giorni sopra il 90° percentile della distribuzione stagionale locale, cioè oltre i valori normalmente attesi in quel periodo. La definizione descrive un’anomalia rispetto al clima del luogo, non una temperatura assoluta uguale per tutti i mari. Gli eventi possono durare settimane o più a lungo; la loro intensità, estensione e persistenza contribuiscono a determinare il livello di esposizione degli organismi.
Le osservazioni dell’estate 2024 mostrano come un’anomalia possa diventare particolarmente marcata nel Mediterraneo. Il servizio Copernicus Marine riporta temperature superficiali fino a 29 °C nell’area considerata dal suo approfondimento, circa 2,7 °C sopra la media. Il dato riguarda specifiche condizioni e località del bacino: non va interpretato come una temperatura uniforme di tutto il Mediterraneo. Nel 2025, invece, l’EEA ha registrato la più vasta copertura annuale di condizioni di ondata di calore nelle acque europee.
Il riscaldamento prolungato può superare le soglie di tolleranza di specie e comunità marine. Nel Mediterraneo, le ondate del 2022 e degli anni precedenti sono state associate a episodi di mortalità diffusa fra organismi costieri, tra cui coralli, gorgonie, spugne e molluschi. L’acqua più calda aumenta lo stress fisiologico e può aggravare gli effetti di scarsa ossigenazione, malattie o altri fattori locali. La portata della mortalità non è però uguale in ogni tratto di costa e dipende da profondità, habitat e durata dell’esposizione.
Le specie mobili possono rispondere al cambiamento cercando condizioni più adatte, modificando distribuzione e stagionalità. Nell’Atlantico nord-orientale, i dati di monitoraggio mostrano cambiamenti nella distribuzione di diverse popolazioni ittiche; la relazione con la temperatura si intreccia però con pesca, disponibilità di cibo e caratteristiche degli habitat. Specie amanti delle acque più calde possono espandere la propria presenza verso nord, mentre quelle adattate al freddo possono perdere aree favorevoli. Per le flotte, questo può significare stock meno prevedibili e maggiore difficoltà nel pianificare le catture.
Anche gli impianti di acquacoltura sono esposti al calore, soprattutto quando l’acqua resta calda a lungo e gli animali allevati non riescono a spostarsi verso condizioni più favorevoli. Il rapporto sullo stato degli oceani del servizio Copernicus segnala che nel 2024 ondate di calore marine da severe a estreme si sono verificate in acque che ospitano il 17% degli allevamenti europei di molluschi. Il dato quantifica l’esposizione potenziale, non una perdita produttiva generalizzata: per valutare i danni effettivi servono informazioni aziendali e locali su mortalità, durata dell’evento e gestione degli impianti.
Le alte temperature possono favorire alcune fioriture algali quando coincidono con condizioni adatte, ma non sono l’unica causa: contano anche nutrienti, luce, correnti e ricambio dell’acqua. Se la biomassa algale aumenta e poi si decompone, i microrganismi possono consumare ossigeno, aggravando lo stress per pesci e invertebrati, soprattutto in baie, lagune e acque poco rimescolate. Non ogni fioritura è tossica e non ogni episodio di mortalità marina può essere attribuito al caldo senza analisi: distinguere i fattori è essenziale per evitare diagnosi affrettate.
Gli effetti possono propagarsi oltre le singole specie. Se cambiano distribuzione e abbondanza di pesci o organismi che costituiscono il loro nutrimento, possono modificarsi le relazioni tra prede e predatori e, di conseguenza, la produttività degli stock. L’EEA avverte che questi cambiamenti possono incidere sulle attività di pesca, ma la temperatura non è l’unica pressione: sfruttamento, perdita di habitat e inquinamento concorrono a determinare lo stato delle popolazioni. Perciò una variazione delle catture in un singolo anno non dimostra da sola un effetto diretto dell’ondata di calore.
Per i territori costieri il problema è anche economico e sociale. Minori catture o una produzione irregolare possono pesare su pescatori, allevatori, lavoratori della trasformazione e filiere locali, mentre gli operatori devono adattarsi a specie e stagioni meno prevedibili. Non esiste però un impatto uniforme per tutti i porti: attrezzi utilizzati, specie bersaglio, accesso a nuovi mercati e misure di gestione possono cambiare la capacità di risposta. Le serie di dati sulle temperature vanno quindi affiancate a statistiche di pesca e acquacoltura per capire dove il rischio si traduce in perdite effettive.
La lettura dei dati suggerisce che il calore marino non agisce come un interruttore isolato. Può spingere gli organismi oltre la propria soglia termica, ma intensità e conseguenze dipendono dall’esposizione e dallo stato dell’ecosistema prima dell’evento. Una popolazione già sottoposta a pesca intensa o un habitat degradato può disporre di meno margini di recupero; al contrario, ridurre pressioni locali non arresta il riscaldamento, ma può migliorare la resilienza. Questa distinzione conta anche per la gestione: attribuire ogni cambiamento climatico alle ondate di calore semplifica eccessivamente un sistema in cui agiscono più cause contemporaneamente.
La copertura record osservata nel 2025 rende prioritario seguire insieme temperatura superficiale e condizioni in profondità, perché gli indicatori basati solo sulla superficie possono non descrivere tutto lo stress sperimentato dagli habitat. Servono inoltre osservazioni continuative di mortalità, fioriture algali, catture e produzione degli allevamenti, confrontate con gli anni precedenti e con i valori stagionali. Le fonti disponibili documentano un’esposizione crescente e impatti in specifici contesti, ma non permettono di prevedere con precisione quali specie o comunità subiranno le conseguenze più gravi in ciascuna stagione futura.
Tra le risposte da valutare rientrano sistemi di allerta fondati sulle temperature, piani di emergenza per gli impianti vulnerabili e una gestione della pesca capace di recepire cambiamenti nella distribuzione degli stock. Sono opzioni di adattamento, non garanzie contro perdite: la loro efficacia dipende dalla disponibilità di dati, dalla tempestività delle decisioni e dalle caratteristiche di ogni bacino. Per le comunità costiere, rendere più solide le informazioni su catture, mortalità e qualità dell’acqua aiuta a distinguere un episodio temporaneo da una trasformazione persistente, evitando di costruire decisioni economiche su un singolo dato annuale.
Calore accumulato negli oceani
La persistenza delle anomalie può contare quanto il picco
Il dato europeo del 2025 riguarda l’estensione annuale delle condizioni di ondata di calore, mentre gli impatti biologici dipendono anche da durata, intensità e profondità dell’evento. È quindi importante non tradurre automaticamente un record di copertura in una stima di mortalità o di calo delle catture: sono indicatori diversi. L’interpretazione più prudente è che una quota eccezionalmente ampia dei mari europei sia stata esposta a stress termico, aumentando le occasioni in cui specie e attività economiche possono trovarsi in difficoltà. Quanto questo si trasformi in danno dipende dalle condizioni locali e dalle pressioni già presenti.
Cosa osservare nelle prossime stagioni
Le fonti disponibili non consentono di prevedere l’esito delle prossime stagioni per singoli bacini o specie. Gli elementi da seguire sono la persistenza delle anomalie, le temperature anche sotto la superficie, gli episodi di mortalità e la diffusione di fioriture, insieme a dati pluriennali su catture e allevamenti. Se le anomalie si ripetessero e si sommassero ad altre pressioni, il rischio di cambiamenti duraturi aumenterebbe; questo resta uno scenario condizionato, non una certezza. Il monitoraggio integrato può aiutare amministrazioni e operatori a riconoscere prima i segnali e a calibrare misure di adattamento senza confondere correlazione e causa.



















