Il cambiamento climatico pone una doppia sfida: limitare i danni prima che un evento estremo diventi un’emergenza e valutare con maggiore attenzione il costo materiale delle tecnologie che si stanno diffondendo. Nel discorso del 24 settembre alla Pontificia Accademia delle Scienze, Papa Leone XIV ha collegato questi temi, chiedendo di passare dalla risposta alle crisi alla prevenzione e richiamando l’energia e l’acqua necessarie ai sistemi di intelligenza artificiale. Il messaggio riguarda così sia la gestione del rischio climatico sia le scelte infrastrutturali della trasformazione digitale.

Leone XIV ha richiamato la necessità di prepararsi ai rischi climatici prima che si trasformino in emergenze e di valutare anche i costi ambientali delle tecnologie. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
L’indicazione del pontefice non equivale a sostenere che ogni disastro possa essere evitato. Significa piuttosto ridurre l’esposizione e la vulnerabilità, preparare servizi e comunità agli impatti attesi e mantenere capacità di risposta quando il danno non è scongiurabile. La gestione del rischio comprende infatti prevenzione, preparazione, risposta e recupero: sono passaggi connessi, non alternative. La differenza sta nel non concentrare risorse soltanto sui soccorsi dopo l’evento, ma intervenire anche su pianificazione, infrastrutture e conoscenza dei pericoli.
La vulnerabilità non dipende soltanto dall’intensità di un fenomeno meteorologico. Contano anche l’esposizione di persone e beni, la qualità degli edifici e delle reti essenziali, l’accesso alle informazioni e le risorse disponibili per reagire. Per questo la preparazione richiede valutazioni del rischio che considerino più pericoli e le loro possibili interazioni, adattate ai contesti locali. L’UNDRR sottolinea la necessità di piani capaci di leggere rischi complessi e sistemici: un approccio utile quando le conseguenze climatiche possono propagarsi tra servizi, territori e attività economiche.
Nel suo intervento Leone XIV ha definito la crisi climatica anche una questione di giustizia, dignità e solidarietà tra popoli e generazioni. Gli impatti, ha osservato, colpiscono con particolare durezza le persone più povere, che spesso dispongono di meno strumenti per proteggersi o ripartire. Ne deriva un richiamo alla cooperazione tra scienziati, istituzioni, comunità e decisori pubblici: la resilienza non è una prestazione tecnica isolata, ma dipende da come conoscenze e risorse vengono tradotte in protezioni accessibili e in scelte di lungo periodo.
Il secondo aspetto del discorso riguarda l’impronta ambientale dell’intelligenza artificiale. I modelli vengono addestrati e utilizzati attraverso infrastrutture di calcolo, server e reti ospitati in data center, strutture che assorbono elettricità e devono dissipare il calore prodotto. Il fabbisogno non dipende soltanto dall’IA: i centri elaborano anche altri servizi digitali. Tuttavia, la crescita delle applicazioni di IA e della capacità di calcolo porta a interrogarsi su quanta energia sarà necessaria, dove verrà prodotta e con quali effetti su emissioni e reti elettriche.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno consumato nel mondo circa 415 terawattora di elettricità, pari a circa l’1,5% del totale globale. L’IEA stima che la domanda del settore possa più che raddoppiare entro il 2030, con l’intelligenza artificiale tra i fattori di crescita. È una proiezione, non un esito garantito: dipende dalla diffusione dei servizi, dall’efficienza delle apparecchiature e dal ritmo con cui verrà ampliata l’offerta elettrica. Il dato chiarisce perché le infrastrutture digitali siano entrate nei piani energetici e nel dibattito sulle emissioni.
Anche l’acqua entra nel bilancio ambientale, sebbene i consumi varino in base alla tecnologia di raffreddamento, al clima locale e all’organizzazione dell’impianto. Una parte può servire direttamente a dissipare il calore; altra acqua è associata alla produzione dell’elettricità utilizzata. Per confrontare correttamente le strutture occorre distinguere i prelievi dal consumo effettivo e conoscere le condizioni del bacino idrico che le ospita. Le medie globali, da sole, non dicono se un nuovo impianto eserciti pressione su una risorsa già scarsa in un particolare territorio.
Il bilancio non è però univoco. L’IA può sostenere applicazioni utili al settore energetico, per esempio migliorando alcune previsioni e ottimizzando processi; questi possibili benefici non cancellano automaticamente i consumi dell’infrastruttura né garantiscono una riduzione netta delle emissioni. L’IEA considera entrambi i lati del rapporto: la crescita della domanda e le opportunità di efficienza. La valutazione dipende dall’energia che alimenta i server, dall’efficienza dei sistemi e dai risultati misurabili ottenuti nelle attività in cui l’IA viene impiegata.
Il richiamo papale si inserisce in una riflessione più ampia sul rapporto tra innovazione e responsabilità. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV osserva che l’espansione dei sistemi di IA richiede una rete di macchine, cavi e data center e invita a sviluppare soluzioni tecnologiche più sostenibili. La questione, quindi, non riguarda solo il comportamento degli utenti: coinvolge progettazione dei modelli, localizzazione e raffreddamento degli impianti, approvvigionamento energetico e trasparenza sui consumi. Sono decisioni che possono distribuire costi e benefici in modo diverso tra territori e comunità.
La prevenzione climatica e la sostenibilità digitale si incontrano nella pianificazione: entrambe chiedono di guardare oltre la risposta immediata e di valutare in anticipo le conseguenze delle scelte. Nel caso dei rischi climatici, ciò significa integrare conoscenza, protezione e preparazione; nel caso dei data center, rendere visibili domanda energetica, uso dell’acqua e impatti locali. Questa è un’interpretazione del nesso tra i temi, non l’affermazione che siano identici. L’urgenza è però comune: infrastrutture e servizi devono essere pensati per funzionare senza amplificare fragilità ambientali e sociali già presenti.
Nei prossimi anni sarà importante verificare come evolveranno i consumi effettivi dei data center rispetto alle stime, quali fonti copriranno la domanda aggiuntiva e come verrà rendicontato l’uso dell’acqua, soprattutto nei territori sottoposti a stress idrico. Sul fronte climatico andranno osservati l’attuazione dei piani di adattamento, la protezione delle infrastrutture essenziali e l’effettiva accessibilità dei sistemi di allerta. Questi elementi non consentono di anticipare un risultato certo, ma aiutano a distinguere promesse da progressi misurabili. Il messaggio di Leone XIV offre una cornice: innovazione e gestione delle emergenze richiedono responsabilità prima, durante e dopo le crisi.
Quando la risposta arriva soltanto dopo un’alluvione, un’ondata di calore o un altro evento dannoso, molte decisioni decisive sono già state prese: dove costruire, quali reti rendere robuste, quali persone raggiungere per prime con gli avvisi. La prevenzione non sostituisce i soccorsi, ma prova a ridurre il numero di persone esposte e a limitare gli effetti di un impatto. Perché funzioni, servono risorse stabili, pianificazione territoriale, manutenzione e collaborazione tra livelli di governo. Il valore del passaggio evocato dal Papa sta nel considerare la resilienza un investimento ordinario, non una misura straordinaria attivata solo quando il rischio è già diventato emergenza.
La stessa logica invita a valutare i data center non soltanto attraverso la loro utilità economica o la capacità di calcolo installata. Contano anche i carichi sulla rete, la disponibilità di energia a basse emissioni e l’effetto dei sistemi di raffreddamento sulle risorse idriche locali. Questa lettura non implica che ogni impianto abbia lo stesso impatto: tecnologie, clima, mix elettrico e bacino cambiano da caso a caso. Ma senza informazioni confrontabili è difficile stabilire se l’efficienza dichiarata produca benefici reali o se la crescita dei servizi trasferisca i costi ambientali sulle comunità che ospitano le infrastrutture.
Le prospettive dipendono da scelte ancora in corso, non da un unico scenario già scritto. Se la domanda di calcolo crescerà rapidamente, reti e sistemi di generazione dovranno adeguarsi; se parallelamente miglioreranno efficienza e approvvigionamento pulito, l’impatto per unità di servizio potrà cambiare. Anche il consumo idrico dipenderà dalle tecnologie impiegate e dalle condizioni locali. Per questo occorre seguire dati periodici e territoriali, invece di affidarsi a stime isolate o a confronti privi di contesto. Sul versante climatico, resta essenziale verificare se la preparazione raggiunga anche le comunità più esposte. È qui che l’appello alla prevenzione diventa una prova concreta di responsabilità pubblica.















