Il telescopio spaziale James Webb ha fornito quella che gli astronomi considerano una delle prove più solide a favore dell’esistenza delle cosiddette “stelle buco nero”: oggetti estremamente compatti dell’universo primordiale nei quali un buco nero in rapida crescita sarebbe immerso in una gigantesca nube di gas. Il candidato osservato, denominato GLIMPSE-17775, potrebbe aiutare a spiegare la natura dei misteriosi “little red dots”, i piccoli punti rossi comparsi numerosi nelle immagini del Webb poco dopo l’inizio delle sue operazioni scientifiche.

Rappresentazione di un buco nero in rapida crescita avvolto da una nube di gas, il modello proposto per spiegare alcuni oggetti rossi osservati da Webb. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Un oggetto antico e difficile da classificare
La scoperta riguarda un’epoca in cui l’universo aveva meno di un miliardo di anni. La luce di GLIMPSE-17775 ha quindi viaggiato per gran parte della storia cosmica prima di raggiungere gli strumenti terrestri. A rendere l’oggetto particolare non è soltanto la distanza, ma anche il suo spettro: la radiazione osservata presenta caratteristiche compatibili con una sorgente molto energetica nascosta dietro uno spesso involucro di gas parzialmente ionizzato.
Nel modello della stella buco nero, il buco nero centrale non sarebbe visibile direttamente. La materia che precipita verso di esso libererebbe enormi quantità di energia, riscaldando il gas circostante. La nube trasformerebbe e ridistribuirebbe parte della luce emessa nelle regioni più interne, producendo un aspetto complessivo simile a quello di una stella molto grande e arrossata, pur avendo al centro un oggetto compatto con una gravità estrema.

I little red dots sono sorgenti compatte dell’universo antico la cui natura resta discussa, tra buchi neri giovani, gas ionizzato e intensa formazione stellare.
Perché i little red dots hanno sorpreso gli astronomi
I little red dots sono sorgenti molto compatte, deboli nelle immagini ordinarie ma sorprendentemente brillanti nell’infrarosso. Il Webb li ha individuati soprattutto nelle fasi più antiche della storia dell’universo, quando le prime galassie stavano ancora crescendo. La loro presenza ha aperto un problema: alcuni mostrano segnali riconducibili all’accrescimento di buchi neri, ma non emettono raggi X con l’intensità attesa per nuclei galattici attivi convenzionali.
L’involucro di gas previsto dal modello potrebbe fornire una spiegazione a questa apparente contraddizione. Se la radiazione ad alta energia viene assorbita o rielaborata dalla nube, il buco nero può risultare meno evidente ai telescopi a raggi X pur continuando a crescere rapidamente. Il colore rosso osservato dal Webb deriverebbe invece dalla combinazione tra la luce del gas circostante, l’assorbimento nella nube e il contributo delle stelle presenti nell’eventuale galassia ospite.
Il risultato non dimostra ancora che tutti i little red dots siano stelle buco nero. La popolazione osservata dal Webb potrebbe comprendere oggetti con origini diverse: nuclei galattici giovani, ammassi stellari estremamente densi o buchi neri formati attraverso processi più rapidi rispetto al collasso delle stelle ordinarie. La novità riguarda soprattutto la qualità dei dati spettroscopici ottenuti per GLIMPSE-17775, che riuniscono più indizi compatibili con il modello del buco nero avvolto dal gas.
Un possibile passaggio nella crescita dei buchi neri
Questi oggetti potrebbero rappresentare una fase transitoria nella formazione dei buchi neri supermassicci. Un seme iniziale, immerso in una grande riserva di gas, avrebbe a disposizione molta materia da inglobare. Con il tempo, l’involucro potrebbe assottigliarsi, lasciando emergere un nucleo più simile ai quasar e ai nuclei galattici attivi osservati nell’universo più recente. In questa prospettiva, i punti rossi non sarebbero necessariamente una nuova classe stabile di galassie, ma una fase breve e particolare dell’evoluzione cosmica.
L’ipotesi è importante anche per un altro motivo. Alcuni quasar molto antichi ospitano buchi neri con masse enormi, difficili da ottenere partendo dai resti di stelle e lasciandoli crescere secondo i ritmi normalmente previsti. Una stella buco nero, oppure un oggetto analogo nato dal collasso diretto di una nube primordiale, potrebbe offrire un seme più massiccio e rendere meno problematico lo sviluppo accelerato dei primi buchi neri.
La possibile soluzione cambia la lettura dei punti rossi
L’interpretazione più interessante è che i little red dots possano essere osservati in una fase in cui la crescita del buco nero e la formazione stellare sono ancora strettamente intrecciate. Non si tratterebbe quindi di semplici galassie già strutturate, ma di ambienti compatti dove gas, stelle e gravità del nucleo interagiscono in modo estremo. Questa lettura riduce parte della tensione tra la luminosità osservata e la scarsità di raggi X, ma non elimina le alternative ancora presenti nella letteratura scientifica. La conferma richiederà il confronto di molti altri spettri e una migliore separazione tra la luce del nucleo e quella della galassia circostante.
Le verifiche decisive arriveranno da nuovi spettri
Il passo successivo sarà capire quanto GLIMPSE-17775 sia rappresentativo dell’intera popolazione. Serviranno osservazioni spettroscopiche più profonde, misure indipendenti della massa dei buchi neri e confronti con sorgenti osservate anche nei raggi X. Un’attenzione particolare sarà riservata alla presenza di galassie ospiti, alla composizione chimica del gas e all’evoluzione della luminosità nel tempo. Se gli stessi segnali compariranno in numerosi punti rossi, il modello della stella buco nero acquisterà consistenza; se emergeranno differenze marcate, potrebbe essere necessario parlare di più percorsi verso la crescita dei primi buchi neri.













