Elezioni in Israele, il Likud è primo ma Eisenkot guida il blocco più ampio

Il partito di Netanyahu è primo nelle proiezioni di Channel 12, ma le alleanze attribuiscono all’opposizione un margine ristretto e non sufficiente per formare da sola un governo.

Gli exit poll diffusi alla chiusura delle urne in Israele delineano un risultato senza un vincitore in grado di governare in autonomia. La rilevazione di Channel 12 assegna 24 seggi al Likud di Benjamin Netanyahu e 22 a Yashar, il partito guidato da Gadi Eisenkot. Ma, considerando gli schieramenti nel loro insieme, il blocco del cambiamento è stimato a 52 seggi contro i 50 dell’area del premier. In una Knesset composta da 120 membri, la maggioranza richiede 61 seggi: il vantaggio dell’opposizione, dunque, non si traduce ancora in una maggioranza parlamentare.

Urna e schede per le elezioni parlamentari israeliane con i nomi di Likud e Yashar

Le proiezioni di Channel 12 assegnano 52 seggi al blocco di Eisenkot e 50 a quello di Netanyahu; per governare servono 61 parlamentari. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il dato che può apparire contraddittorio si spiega distinguendo tra partito più votato e coalizione potenzialmente in grado di sostenere un governo. Il Likud è la singola lista con la proiezione più alta, ma gli alleati e i partiti che si riconoscono nel cambiamento totalizzerebbero insieme due seggi in più. In un sistema parlamentare frammentato, questa somma conta più del primato individuale. Gli exit poll, tuttavia, sono stime basate su interviste agli elettori e non sostituiscono il conteggio ufficiale: le assegnazioni possono cambiare durante lo scrutinio, soprattutto quando liste vicine alla soglia elettorale possono entrare o restare fuori dalla Knesset.

Il quadro generale trova conferma, con differenze limitate, nelle altre proiezioni televisive. Channel 13 stima 53 seggi per il blocco avversario a Netanyahu e 50 per quello del premier; anche le rilevazioni di Kan indicano un distacco analogo. La convergenza rafforza l’indicazione di una competizione molto equilibrata e di un vantaggio dell’opposizione, ma non elimina l’incertezza: i numeri cambiano da un’emittente all’altra e nessuna delle proiezioni attribuisce allo schieramento di Eisenkot i 61 seggi necessari per governare senza sostegni esterni o nuovi accordi.

La componente araba emerge come uno degli elementi più rilevanti della notte elettorale. Secondo Channel 12, la Lista Unita, alleanza di forze arabe, otterrebbe 11 seggi, mentre Ra’am di Mansour Abbas ne conquisterebbe 7: 18 in totale. Le altre proiezioni indicano un risultato complessivo compreso tra 17 e 18 seggi. È un peso parlamentare potenzialmente decisivo in una Knesset divisa, ma il numero di seggi non basta a stabilire quali partiti saranno disposti a sostenere un governo, né in quale forma: un appoggio esterno e la partecipazione alla coalizione sono opzioni politiche differenti.

Anche la partecipazione è stata particolarmente alta. Due ore prima della chiusura dei seggi, alle 20, l’affluenza indicata dalla Commissione elettorale centrale era del 74,3%, circa otto punti percentuali sopra quella registrata alla stessa ora nelle elezioni del 2022 e il livello più elevato a quell’ora dal 1988. Il dato segnala un coinvolgimento consistente, ma va letto con precisione: descrive la partecipazione rilevata prima della chiusura, non certifica da solo un primato assoluto dell’affluenza finale nella storia del Paese.

Il voto si è svolto in un contesto segnato dagli effetti degli attacchi del 7 ottobre 2023 e dai conflitti successivi. La campagna ha riportato al centro la sicurezza nazionale e la valutazione dell’operato del governo, mentre tra i temi interni è rimasta rilevante la discussione sul servizio militare e sulle esenzioni per gli studenti ultraortodossi. Sono questioni che incidono sui rapporti tra i partiti e sulla possibile composizione di una maggioranza: non soltanto differenze tra destra e opposizione, ma anche fratture sul peso della leva e sulla distribuzione degli obblighi tra i gruppi della società israeliana.

La prima conseguenza delle proiezioni è quindi l’apertura di una fase negoziale, non il passaggio immediato dei poteri. Se i risultati definitivi confermeranno una Knesset senza maggioranza precostituita, le forze politiche dovranno discutere possibili alleanze e sostegni parlamentari. La formazione di un esecutivo può richiedere settimane e, secondo le ricostruzioni disponibili, anche più tempo; nel frattempo Netanyahu potrebbe restare alla guida di un governo provvisorio. Se i negoziati non producessero un accordo, resterebbe aperta la possibilità di un nuovo voto, ma gli exit poll non consentono di stabilire se e quando questa eventualità si concretizzerà.

Il margine ristretto rende importante lo scrutinio, in particolare per le liste che potrebbero trovarsi vicino alla soglia di ingresso in Parlamento. Una variazione anche contenuta nella distribuzione finale può modificare il totale dei blocchi o la capacità negoziale di partiti più piccoli. Per questo, il vantaggio di due seggi indicato da Channel 12 va considerato una fotografia preliminare: il dato politico è significativo, ma resta subordinato alla proclamazione dei risultati ufficiali e alla disponibilità dei partiti a trasformare i numeri in un’intesa concreta.

La fotografia iniziale racconta una doppia dinamica: Netanyahu conserva il primato del Likud come singola lista, mentre il campo che punta a sostituirlo appare leggermente più ampio. Non sono esiti incompatibili. Nelle elezioni parlamentari la capacità di aggregare consensi tra partiti diversi determina la possibilità di ottenere la fiducia, e il blocco di Eisenkot è comunque lontano dalla soglia di 61. Il risultato, quindi, non equivale né a una riconferma automatica del premier né a una vittoria conclusiva dell’opposizione. L’avanzata delle liste arabe amplia le opzioni numeriche, ma apre anche una questione di compatibilità politica: i partner del blocco del cambiamento dovranno decidere se accettare un sostegno esterno e a quali condizioni. Il dato più solido, per ora, è l’assenza di una maggioranza chiara.

Il primo elemento da seguire è il passaggio dagli exit poll ai risultati ufficiali, insieme alla distribuzione dei seggi tra liste grandi e piccole. Solo dopo quel conteggio sarà possibile valutare la tenuta del vantaggio stimato per Eisenkot e l’effettivo peso negoziale della Lista Unita e di Ra’am. Se le cifre resteranno vicine alle proiezioni, il confronto si sposterà sulle alleanze: sostegno parlamentare dall’esterno, ingresso in una coalizione o impossibilità di raggiungere un accordo sono scenari diversi, non previsioni già confermate. Anche la compattezza dei partner laici, centristi e di destra moderata sarà determinante. Per ora gli exit poll indicano una direzione, non il nome del prossimo governo; l’esito dipenderà dai voti scrutinati e dalle scelte compiute durante le consultazioni.

Federica Cavalera

Rimani aggiornato

Ultime notizie