Il 28 settembre 2026 la Farnesina ha ospitato a Roma la seconda riunione ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo (UfM) dedicata all’acqua. Il Ministero degli Esteri riferisce la partecipazione di 40 delegazioni dei Paesi membri: il dato descrive le presenze al vertice, mentre l’organizzazione riunisce complessivamente 43 Stati. I ministri hanno adottato una dichiarazione che chiede di rafforzare la cooperazione regionale e transfrontaliera, tutelare l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari e dare seguito agli impegni con iniziative concrete.

Nel Mediterraneo la disponibilità d’acqua risente di pressioni climatiche e di una domanda crescente. A Roma i Paesi UfM hanno rilanciato cooperazione e investimenti. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Il documento approvato in Italia aggiorna il percorso avviato con la prima dichiarazione ministeriale UfM sull’acqua, concordata a Malta nel 2017. La riunione romana ha valutato i progressi dell’Agenda regionale e fissato nuove priorità per accelerare gli obiettivi di sviluppo sostenibile legati all’acqua. I governi si sono impegnati a contribuire ai lavori preparatori della Conferenza ONU sull’acqua prevista negli Emirati Arabi Uniti nel dicembre 2026, collegando così il confronto mediterraneo al negoziato internazionale.
Il passaggio operativo annunciato dalla Farnesina è la Rome Initiative on Water. Secondo la dichiarazione, dovrà contribuire a sviluppare competenze tecniche per affrontare le priorità concordate, sostenere la pianificazione integrata e degli investimenti e facilitare progettazione, finanziamento e gestione di interventi sostenibili. Il Segretariato UfM continuerà a sviluppare l’iniziativa, mentre la piattaforma regionale sull’acqua ne seguirà elaborazione e attuazione. La dichiarazione la presenta anche come contributo mediterraneo alla Conferenza ONU del 2026.
La crisi affrontata dai ministri non dipende da un solo fattore. L’UfM segnala che la scarsità naturale è aggravata dalla crescita della popolazione, dalla domanda di cibo ed energia, dall’inquinamento, dalla competizione sulle risorse condivise e dagli effetti del cambiamento climatico, compresi gli eventi estremi. In questo quadro l’acqua è insieme una questione ambientale, economica e sociale: condiziona la continuità dei servizi essenziali, la produzione e la capacità dei territori di assorbire periodi di carenza.
Il contesto climatico rende più urgente la pianificazione. Le valutazioni di MedECC e UfM indicano che il bacino mediterraneo si sta scaldando a un ritmo superiore del 20% alla media globale. Il rapporto regionale del 2020 prospetta inoltre che, entro vent’anni, fino a 250 milioni di persone potrebbero essere considerate in condizioni di povertà idrica; è una stima riferita a scenari e non il conteggio attuale di chi è senz’acqua. L’aumento delle temperature aggrava le pressioni già esistenti e rende più complessa la gestione delle risorse.
La risposta politica punta a tenere insieme settori che spesso vengono pianificati separatamente. L’Agenda dell’acqua UfM comprende un quadro di azioni al 2030 e una strategia finanziaria, articolati in quattro ambiti: il nesso tra acqua, energia, cibo ed ecosistemi; accesso, igiene e servizi sanitari; acqua, occupazione e migrazione; adattamento climatico. La piattaforma regionale promuove il confronto tecnico e la cooperazione tra governi, con l’obiettivo di trasformare obiettivi comuni in strumenti calibrati sulle condizioni dei singoli Paesi.
Tra gli strumenti già indicati nell’Agenda figurano misure di adattamento e mitigazione, desalinizzazione e riuso delle acque reflue, ricarica delle falde e raccolta delle acque meteoriche. Sono opzioni che possono ampliare o rendere più resiliente l’offerta, ma richiedono valutazioni tecniche, energetiche e finanziarie e non sostituiscono la tutela delle risorse esistenti. La strategia finanziaria regionale mira a sostenere investimenti per accesso all’acqua, servizi igienico-sanitari e protezione da siccità, alluvioni e inquinamento.
La dimensione agricola e quella urbana sono legate alla stessa risorsa, ma non hanno sempre le stesse esigenze né le stesse possibilità di intervento. Il documento scientifico MedECC sul nesso acqua-energia-cibo-ecosistemi richiama interazioni e compromessi: le scelte per garantire produzione e approvvigionamento possono avere effetti sugli ecosistemi e sul fabbisogno energetico. Per questo la gestione integrata proposta dall’UfM insiste sul coordinamento tra politiche, conoscenze scientifiche e investimenti, evitando che un settore trasferisca costi o rischi sugli altri.
La ministeriale è stata seguita dal primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua a Roma, programmato dal 29 settembre al 2 ottobre 2026. L’incontro offre un ulteriore passaggio per coinvolgere amministrazioni, esperti e soggetti interessati e discutere partenariati. Il punto decisivo sarà la capacità di collegare le priorità politiche alla preparazione di progetti finanziabili, allo scambio di competenze e alla verifica dei risultati. La dichiarazione stabilisce una direzione comune, ma l’attuazione dipenderà dalle decisioni e dalle risorse che ogni Paese metterà a disposizione.
Il significato della riunione di Roma sta soprattutto nel riconoscimento politico che la sicurezza idrica non può essere affrontata soltanto attraverso interventi emergenziali o nazionali. Le pressioni climatiche si sommano a dinamiche demografiche ed economiche, mentre le risposte — dalla gestione delle falde alla riduzione dell’inquinamento — possono avere effetti oltre i confini amministrativi. Da qui l’importanza della cooperazione transfrontaliera e del raccordo tra settori. La dichiarazione non quantifica nuovi volumi d’acqua disponibili né annuncia un piano operativo già finanziato: affida invece a strumenti e piattaforme esistenti il compito di rendere attuabili gli obiettivi.
Questa distinzione evita di confondere un’intesa politica con risultati già conseguiti. La Rome Initiative può ridurre ostacoli tecnici e facilitare la preparazione di progetti, ma l’impatto dipenderà dalla selezione degli interventi, dalle risorse mobilitate e dalla capacità amministrativa dei Paesi. Anche le tecnologie di approvvigionamento aggiuntivo vanno valutate nel contesto locale: la loro utilità dipende da costi, consumi energetici, sostenibilità ambientale e accessibilità dei servizi. La priorità dichiarata — garantire acqua e servizi igienici — richiede dunque criteri che tengano insieme efficacia, equità e tutela degli ecosistemi.
Nei prossimi passaggi sarà importante osservare come la piattaforma regionale definirà tempi, responsabilità e modalità di monitoraggio della Rome Initiative. Un indicatore concreto sarà la capacità di trasformare le raccomandazioni in progetti con finanziamenti identificati, competenze disponibili e obiettivi misurabili, adattati alle condizioni nazionali. Il Forum di Roma può favorire partenariati e condivisione di esperienze, ma non equivale da solo a un’attuazione. Anche il contributo mediterraneo alla Conferenza ONU di dicembre sarà un banco di prova per verificare se la cooperazione regionale riesce a incidere nei processi multilaterali.
Sul piano delle risorse, resteranno centrali l’andamento delle temperature, la frequenza degli estremi, la disponibilità di dati comparabili e l’equilibrio fra prelievi e ricarica degli acquiferi. Le fonti consultate indicano rischi e strumenti, ma non consentono di formulare una previsione uniforme per tutti i Paesi mediterranei: condizioni idrologiche, infrastrutture e capacità di investimento differiscono. La verifica dovrà quindi concentrarsi su decisioni attuative documentate, accesso effettivo ai servizi e risultati dei progetti, distinguendo gli impegni diplomatici dagli effetti che saranno misurabili sul territorio.

















