Amatrice dieci anni dopo il sisma: migliaia di famiglie attendono ancora il rientro

Il bilancio del decimo anniversario restituisce l'immagine di un territorio ancora sospeso tra cantieri aperti, famiglie nelle sistemazioni provvisorie e nuove misure per completare la ricostruzione.

Alle 3:36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 colpì il Centro Italia e trasformò Amatrice in uno dei simboli della devastazione. Il terremoto interessò territori di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, provocando 299 vittime, numerosi feriti e danni estesi a case, edifici pubblici, infrastrutture e patrimonio storico. Nel decimo anniversario, il ricordo delle persone scomparse torna insieme a un bilancio della ricostruzione ancora lontano dalla conclusione.

Amatrice tra cantieri e ricostruzione dieci anni dopo il sisma

Ad Amatrice il decimo anniversario del sisma arriva con 8.579 famiglie ancora fuori casa e una ricostruzione pubblica che procede a velocità molto diverse. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il dato più immediato riguarda le abitazioni. A dieci anni dal sisma, 8.579 famiglie risultano ancora fuori casa e continuano a vivere nelle Soluzioni Abitative di Emergenza, realizzate nella fase successiva alla catastrofe. Non si tratta soltanto di un indicatore amministrativo: dietro quel numero ci sono persone che hanno dovuto organizzare la propria vita in alloggi provvisori, rinviando il ritorno nel luogo in cui abitavano prima della sequenza sismica.

La lentezza emerge anche dal quadro delle opere pubbliche. Secondo il report di ActionAid citato nel bilancio dell’anniversario, su oltre 3.600 interventi programmati, per un valore complessivo di 4,8 miliardi di euro, il 66,3 per cento si trova ancora nelle fasi precedenti all’apertura del cantiere. In altre parole, circa due opere su tre non sono ancora entrate nella fase materiale dei lavori, con conseguenze dirette sulla disponibilità di scuole, municipi, presidi sanitari e servizi locali.

Edifici e centro storico di Amatrice dopo il terremoto del 2016

Il centro storico e numerose frazioni del Reatino restano segnati da cantieri, edifici da ricostruire e servizi essenziali non ancora pienamente restituiti alla comunità.

Amatrice presenta una complessità territoriale particolare. Il Comune comprende 69 frazioni e 31 cimiteri, con edifici distribuiti in un’area montana difficile da ricomporre attraverso un unico intervento. Tra gli ostacoli indicati dagli amministratori c’è anche la gestione iniziale delle macerie: la rimozione senza una registrazione completa del perimetro degli edifici avrebbe reso più complicata la ricostruzione delle proprietà, richiedendo anni di verifiche e ricostruzioni documentali.

Nel territorio di Amatrice, secondo il reportage pubblicato alla vigilia dell’anniversario, è stato completato il 38 per cento dei cantieri avviati. Le abitazioni ricostruite e tornate agibili sarebbero 247, mentre il centro storico resta il punto più delicato del percorso. La sua ricostruzione è stata organizzata per aggregati, cioè gruppi di edifici omogenei, ma i lavori procedono in modo diseguale e una parte consistente delle pratiche non è ancora arrivata alla fase esecutiva.

Il tempo trascorso ha prodotto anche effetti demografici e sociali. Le testimonianze raccolte ad Amatrice descrivono un paese dove molti giovani si sono trasferiti verso Roma, la costa adriatica o altri centri, mentre gli anziani hanno spesso mantenuto la residenza senza riuscire a conservare la stessa presenza quotidiana. Il problema, quindi, non riguarda soltanto il completamento degli edifici: la ricostruzione deve restituire anche scuole, lavoro, sanità, mobilità e occasioni di vita comunitaria.

Accanto ai ritardi esistono però segnali di ripartenza. Alcune attività hanno riaperto, nuove imprese hanno scelto di investire nel territorio e il progetto Casa Futuro, nell’ex complesso Don Minozzi, punta a ricostruire spazi con funzioni sociali e comunitarie. Il percorso non è uniforme, ma questi interventi mostrano che la rinascita non passa esclusivamente dalla consegna delle abitazioni: richiede luoghi capaci di sostenere relazioni, servizi e lavoro.

Sul piano istituzionale, il governo ha previsto la conclusione dello stato di emergenza nazionale entro il 31 dicembre 2026 e il passaggio a uno stato della ricostruzione, con competenze affidate alla struttura commissariale e una programmazione estesa fino al 2029. La scelta tenta di superare la logica dell’emergenza permanente, ma il cambio di fase non coincide automaticamente con la fine dei disagi: per le famiglie nelle SAE il risultato concreto resta il rientro in una casa stabile e agibile.

La sequenza del 2016-2017 fu inoltre aggravata da nuove scosse e da condizioni ambientali difficili. Dopo il terremoto del 24 agosto, le scosse del 26 e del 30 ottobre ampliarono il numero delle persone fuori casa e dei territori danneggiati. Nel gennaio 2017 una fase di maltempo con forti nevicate complicò i soccorsi, isolò alcune frazioni e rese più difficile il ripristino della viabilità e dei servizi essenziali. La ricostruzione si è quindi sviluppata dentro un’emergenza prolungata e non lineare.

Il decimo anniversario consente di leggere i numeri oltre la loro dimensione contabile. Una casa non ricostruita mantiene una famiglia in sospeso, mentre una scuola o un presidio sanitario non restituiti possono indebolire la decisione di restare. La distanza tra cantieri avviati e opere concluse indica che il problema non è soltanto la quantità delle risorse, ma la capacità di trasformarle in tempi compatibili con la vita delle comunità.

La principale conseguenza della ricostruzione rallentata è il rischio che il territorio perda abitanti prima ancora di riacquistare edifici. Lo spopolamento può ridurre la domanda di servizi, rendere meno sostenibili le attività economiche e aumentare il peso dell’isolamento per le persone anziane. Per questo il completamento delle opere pubbliche ha un valore che va oltre la restituzione fisica degli immobili: rappresenta una condizione per ricostruire fiducia e continuità sociale.

Nei prossimi anni sarà decisivo verificare quanti interventi passeranno dalla progettazione all’esecuzione e quanti cantieri arriveranno davvero alla consegna. Il passaggio dallo stato di emergenza allo stato della ricostruzione offre un orizzonte temporale più lungo, ma dovrà essere accompagnato da procedure leggibili, responsabilità definite e aggiornamenti pubblici comprensibili. Senza questi elementi, il calendario istituzionale rischia di restare distante dalla percezione quotidiana delle famiglie ancora fuori casa.

Il 2029 indicato come termine di programmazione non può essere letto come una garanzia automatica di conclusione. È piuttosto una scadenza entro cui misurare l’efficacia delle nuove procedure e la capacità di mantenere attivi gli investimenti. Gli aspetti da monitorare saranno il rientro progressivo degli abitanti, la riapertura dei servizi essenziali, la tenuta delle attività economiche e la possibilità di rendere nuovamente abitabili anche le frazioni più isolate.

Mirko Iannarelli

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