Diatomee, il progetto che confronta 100 genomi per capire CO2 ed evoluzione

Il confronto tra oltre cento specie di diatomee amplia la conoscenza dei microrganismi che sostengono gli ecosistemi acquatici e contribuiscono al ciclo globale del carbonio.

Un grande progetto internazionale sta costruendo una nuova base genetica per comprendere le diatomee, microalghe unicellulari diffuse negli oceani, nelle acque interne e in alcuni ambienti terrestri. L’iniziativa 100 Diatom Genomes riunisce 108 ricercatori di 11 Paesi e punta a sequenziare e confrontare il patrimonio genetico di cento specie, superando la forte dipendenza da pochi organismi modello. La Stazione Zoologica Anton Dohrn partecipa al lavoro con otto ricercatori. L’obiettivo non è soltanto descrivere nuove sequenze, ma collegare geni, caratteristiche cellulari, adattamenti ambientali e funzioni ecologiche. Le diatomee contribuiscono a circa il 20% della fissazione globale del carbonio e alimentano la pompa biologica che trasferisce parte del carbonio organico verso gli strati profondi del mare.

Diatomee al microscopio nel progetto 100 Diatom Genomes

La ricerca genomica sulle diatomee punta a collegare la loro straordinaria diversità genetica al ruolo nella cattura del carbonio e negli ecosistemi acquatici. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

La novità principale riguarda l’ampiezza del campionamento. Le diatomee rappresentano il gruppo algale più ricco di specie, ma le informazioni genomiche disponibili sono rimaste a lungo concentrate su un numero limitato di modelli sperimentali. Il progetto seleziona specie appartenenti ai principali rami evolutivi e provenienti da nicchie ecologiche e ambienti differenti. La scelta, tuttavia, è condizionata dalla disponibilità di ceppi coltivabili, dalla velocità di crescita e dalla possibilità di ottenere DNA e RNA di qualità riducendo la contaminazione da batteri. Per questo la raccolta non può ancora rappresentare tutta la diversità esistente: il consorzio prevede di proseguire oltre la soglia iniziale dei cento genomi.

I primi risultati mostrano che 104 specie hanno superato le verifiche di idoneità e che, al momento della pubblicazione dello studio, erano disponibili 20 assemblaggi genomici annotati. Il progetto combina letture lunghe e brevi per ottenere ricostruzioni più complete, distinguere gli apl tipi quando possibile e ricostruire anche i genomi degli organelli. Ai dati genomici si aggiungono trascrittomi ottenuti in condizioni diverse, utili a capire quali geni vengono attivati durante la crescita, il ciclo giorno-notte o il passaggio a fasi fisiologiche differenti. L’integrazione consente quindi di osservare non solo la sequenza del DNA, ma anche il modo in cui l’informazione genetica si traduce in funzioni cellulari.

Le prime comparazioni evidenziano una notevole variabilità: gli assemblaggi disponibili coprono genomi compresi, secondo lo studio, tra circa 75 e 1.033 milioni di coppie di basi, mentre il numero dei geni varia di oltre tre volte. Questa differenza aiuta a spiegare perché l’analisi basata su una sola specie possa restituire un’immagine parziale della biologia delle diatomee. Il confronto tra generi e cladi permette di distinguere i geni conservati, potenzialmente legati a funzioni fondamentali, da quelli presenti soltanto in alcune linee evolutive. La costruzione di un pangenoma, cioè di un catalogo più ampio delle famiglie geniche, potrà inoltre mostrare quanto la diversità osservata dipenda dall’ambiente, dalla storia evolutiva o da specifiche innovazioni metaboliche.

Il legame con il clima nasce dalla fotosintesi. Le diatomee utilizzano la luce per trasformare anidride carbonica e nutrienti in materia organica, sostenendo una parte rilevante della produzione primaria acquatica. Quando la biomassa viene consumata, affonda o viene trasferita lungo la rete alimentare, una quota del carbonio può essere sottratta temporaneamente all’atmosfera e trasportata in profondità. Il sequenziamento comparativo non consente da solo di calcolare una nuova quantità di CO2 catturata, ma può chiarire quali varianti genetiche sono associate all’acquisizione del carbonio, all’uso di nutrienti e alla capacità di vivere in condizioni differenti. Questo passaggio è essenziale per interpretare meglio la risposta degli ecosistemi acquatici ai cambiamenti ambientali.

La partecipazione italiana inserisce il progetto nella tradizione di ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn, istituzione impegnata nello studio della biodiversità marina e dei processi biologici del Mediterraneo e degli oceani. Nel consorzio, il contributo dei diversi gruppi di ricerca si integra attraverso colture, estrazione degli acidi nucleici, analisi bioinformatiche e interpretazione ecologica. Il valore del lavoro dipende proprio dalla standardizzazione dei dati: sequenze, trascrittomi, immagini, tratti biologici e informazioni sulle colture vengono organizzati in risorse riutilizzabili da altri laboratori. In questo modo la ricerca può passare dal singolo genoma a confronti sistematici tra specie e ambienti.

Le ricadute applicative restano una prospettiva di ricerca, non un risultato industriale immediato. I nuovi dati possono aiutare a individuare geni coinvolti nella produzione di molecole bioattive, nella gestione dei nutrienti, nella deposizione della silice e nella crescita in condizioni controllate. Queste informazioni potrebbero essere utilizzate in futuro per migliorare processi biotecnologici, sviluppare piattaforme di ingegneria genetica o selezionare ceppi con caratteristiche utili. Anche in questo caso il passaggio dalla sequenza alla tecnologia richiederà esperimenti funzionali, verifiche di sicurezza e valutazioni sull’efficienza dei processi. La disponibilità di un catalogo genetico più ampio, però, riduce il limite rappresentato dalla scarsità di specie studiate.

Un altro elemento rilevante è l’organizzazione dei risultati secondo principi di accessibilità, interoperabilità e riutilizzabilità. Il portale del progetto raccoglie assemblaggi, trascrittomi, annotazioni e procedure, mentre ulteriori analisi potranno essere collegate a piattaforme dedicate alla genomica comparativa delle diatomee. La scelta di rendere disponibili dati e metodi permette a gruppi esterni di verificare i risultati, confrontare nuove specie e collegare le variazioni genetiche a immagini cellulari, metabolismo e comportamento ecologico. È una struttura che può diventare utile anche per altri protisti, un gruppo ancora meno rappresentato nei grandi programmi genomici rispetto a piante e animali.

Il significato climatico del progetto va letto con precisione. Sapere quali geni caratterizzano una diatomea non equivale a prevedere automaticamente come risponderà l’oceano al riscaldamento, all’acidificazione o alla modifica della disponibilità di nutrienti. Le risposte dipendono dall’interazione tra genetica, fisiologia, comunità microbiche e condizioni fisiche dell’acqua. La forza del 100DGP sta quindi nel fornire una base comparativa per formulare ipotesi più solide e selezionare esperimenti mirati. L’interpretazione dei dati dovrà restare ancorata a osservazioni sul campo e a prove di laboratorio, evitando di trasformare una correlazione genomica in una certezza ecologica.

Il progetto potrebbe evolvere in una fase più ampia, includendo genomi e trascrittomi prodotti da iniziative parallele e nuove specie non ancora rappresentate. Il monitoraggio dovrà concentrarsi sulla qualità delle annotazioni, sulla disponibilità di ceppi vivi e sulla capacità di collegare le sequenze a tratti misurabili, come crescita, uso dei nutrienti, produzione di metaboliti e risposta allo stress. Soltanto questi passaggi permetteranno di capire quali scoperte resteranno descrittive e quali potranno tradursi in strumenti per la biologia sintetica o per la gestione degli ecosistemi. La prospettiva più concreta, nel breve periodo, è una ricerca comparativa più solida e condivisa; gli impieghi climatici e biotecnologici dipenderanno dai risultati degli esperimenti successivi.

Enrico D'Orsi

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