Il buco dell’ozono sopra l’Antartide ha raggiunto una superficie stimata di circa 25 milioni di chilometri quadrati nella prima metà di settembre 2026, un valore superiore di circa 5 milioni rispetto alla media del periodo. Il dato, diffuso dal servizio europeo Copernicus per il monitoraggio dell’atmosfera, segnala una crescita rapida e merita attenzione, ma non equivale da solo alla prova di un collasso dello strato di ozono né autorizza a parlare di record assoluto. La stagione australe è infatti proprio quella in cui il fenomeno tende ad ampliarsi, prima di raggiungere normalmente il massimo tra metà settembre e metà ottobre.

La regione a bassa concentrazione di ozono sull’Antartide ha raggiunto circa 25 milioni di chilometri quadrati nella prima metà di settembre 2026. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La formazione annuale del buco dell’ozono comincia durante l’inverno e la primavera dell’emisfero meridionale. Nel buio polare, il vortice antartico mantiene isolate masse d’aria molto fredde nella stratosfera; quando la luce solare torna a colpire la regione, si attivano reazioni chimiche sulle nubi stratosferiche polari. In presenza di composti contenenti cloro e bromo, queste reazioni accelerano la distruzione dell’ozono. L’estensione osservata non dipende quindi soltanto dalla quantità di sostanze chimiche presenti, ma anche dalla temperatura, dalla stabilità del vortice e dagli scambi dinamici con le latitudini più basse.
Secondo le indicazioni associate al monitoraggio europeo, l’espansione accelerata di inizio settembre è stata favorita da un brusco calo delle temperature intorno ai 20 chilometri di quota sopra il Polo Sud. In quelle condizioni aumenta la probabilità di formazione delle nubi stratosferiche polari, superfici sulle quali i composti del cloro diventano più reattivi quando arriva la radiazione solare. Il passaggio è importante perché distingue il meccanismo fisico osservato da una spiegazione semplicistica basata soltanto sul cambiamento climatico: la variabilità meteorologica della stratosfera può modificare sensibilmente il profilo di una singola stagione.
Nelle mappe operative della NASA, l’area del buco viene normalmente delimitata dalla superficie in cui l’ozono totale scende sotto 220 unità Dobson. Non si tratta di un’apertura vuota nell’atmosfera, ma di una zona in cui la colonna di ozono è fortemente ridotta rispetto ai valori normali. Le misure satellitari sono integrate con modelli e osservazioni meteorologiche per ricostruire l’evoluzione quotidiana del fenomeno, soprattutto nelle aree polari dove la notte invernale, la copertura nuvolosa e la geometria delle osservazioni possono rendere più complessa la lettura diretta dei dati.
Il dato del 2026 deve essere inserito in una prospettiva più ampia. La concentrazione degli elementi chimici responsabili della distruzione dell’ozono è diminuita grazie al Protocollo di Montreal, l’accordo internazionale del 1987 che ha limitato progressivamente le sostanze ozono-lesive. La riduzione non produce però un recupero lineare anno dopo anno: le condizioni dinamiche della stratosfera possono determinare stagioni più estese o più contenute. La stessa Organizzazione meteorologica mondiale ha sottolineato che il buco del 2025 è stato tra i più piccoli degli ultimi decenni, confermando che la tendenza di lungo periodo e la variabilità annuale possono procedere insieme.
Il confronto con il 2025 aiuta a evitare interpretazioni allarmistiche. La stagione precedente aveva mostrato un’estensione complessivamente contenuta, con un deficit di massa dell’ozono inferiore alla media di riferimento e una chiusura relativamente precoce. Questo non significa che il valore del 2026 sia irrilevante: una crescita sopra la media nella prima metà di settembre indica che le condizioni presenti in questa fase sono state più favorevoli all’espansione. Significa però che il bilancio definitivo potrà essere tracciato soltanto osservando il picco stagionale, la durata dell’area impoverita e il comportamento del vortice nelle settimane successive.
Le conseguenze più immediate riguardano la schermatura naturale dai raggi ultravioletti. Quando la colonna di ozono si riduce, aumenta il passaggio della radiazione UV nelle aree interessate, con effetti potenziali sulla salute umana e sugli ecosistemi. L’impatto diretto è maggiore alle alte latitudini australi e durante la primavera antartica; non è corretto trasformare automaticamente un’estensione del buco sopra il Polo Sud in un’allerta uniforme per l’Europa o per l’Italia. Eventuali effetti alle medie latitudini dipendono dalla distribuzione dell’ozono, dalla circolazione atmosferica e dall’evoluzione stagionale complessiva.
Il collegamento con il clima richiede prudenza. Le temperature e i movimenti della stratosfera influenzano il buco dell’ozono, mentre alcuni eventi estremi, come grandi eruzioni vulcaniche o incendi molto intensi, possono modificare temporaneamente la composizione dell’atmosfera superiore. Tuttavia, una singola stagione non consente di attribuire direttamente l’estensione osservata al riscaldamento globale. Il valore giornalistico del dato sta piuttosto nel mostrare quanto il sistema stratosferico sia sensibile all’interazione tra chimica, radiazione solare e dinamica atmosferica.
Cosa racconta davvero l’anomalia di settembre
L’estensione di circa 25 milioni di chilometri quadrati rappresenta un segnale sopra la media per la fase considerata, ma non basta a definire l’intera stagione. L’interpretazione più solida è che, nella prima metà di settembre, la combinazione tra freddo stratosferico e confinamento del vortice abbia favorito una crescita più rapida del normale. La cautela è necessaria perché l’area può cambiare rapidamente quando le onde planetarie disturbano il vortice, riscaldano la bassa stratosfera o favoriscono l’ingresso di aria proveniente da latitudini diverse. In altre parole, l’anomalia descrive una configurazione temporanea, non una sentenza sul futuro dello strato di ozono.
Nel lungo periodo, il quadro resta diverso da quello degli anni più critici della crisi dell’ozono. Le concentrazioni degli agenti responsabili della distruzione sono diminuite e le valutazioni scientifiche continuano a indicare un recupero graduale, sebbene lento e irregolare. L’episodio del 2026 ricorda quindi due elementi compatibili: le politiche internazionali hanno prodotto risultati misurabili, ma il sistema resta esposto a forti oscillazioni annuali. La protezione dello strato di ozono non può essere valutata soltanto attraverso una singola mappa satellitare, ma richiede serie storiche, misure indipendenti e analisi della circolazione stratosferica.
Le prossime settimane decisive per il bilancio del 2026
L’attenzione si concentrerà ora sull’evoluzione fino a metà ottobre, periodo nel quale il buco dell’ozono raggiunge spesso la massima estensione. I monitoraggi dovranno verificare se l’area continuerà ad ampliarsi, se il minimo di ozono resterà su valori molto bassi e quando inizierà la contrazione stagionale. Saranno altrettanto importanti le temperature della bassa stratosfera e la forza del vortice, perché un cambiamento della circolazione può interrompere rapidamente la crescita. Le proiezioni iniziali indicano una possibile ulteriore espansione, ma non definiscono ancora il massimo annuale.
Al momento non è dimostrato che il 2026 rappresenti un record storico, né che l’episodio costituisca un’inversione del recupero globale. La verifica richiederà il confronto con l’intera climatologia satellitare e con il bilancio finale della stagione, non soltanto con una misurazione di metà settembre. Il punto da monitorare è dunque la persistenza dell’anomalia: se il vortice resterà freddo e compatto, l’area potrebbe mantenersi sopra la media; se invece interverranno forti disturbi dinamici, l’evoluzione potrebbe cambiare in tempi brevi. La sorveglianza quotidiana resta lo strumento più affidabile per distinguere un picco temporaneo da una stagione davvero eccezionale.














