Groenlandia e Antartide hanno perso complessivamente circa 11,3 trilioni di tonnellate di ghiaccio tra il 1979 e il 2023, secondo una ricostruzione basata su decine di campagne di osservazione e 27 satelliti. Il dato, equivalente a oltre 12,5 trilioni di tonnellate secondo la conversione anglosassone riportata nello studio, corregge anche l’intervallo temporale del titolo iniziale: il registro più ampio parte dal 1979, non dal 1970. L’acqua derivata da questa perdita ha contribuito per circa 3,1 centimetri all’innalzamento medio globale del livello del mare.

La perdita di ghiaccio dalle due grandi calotte polari ha contribuito per circa 3,1 centimetri all’aumento globale del livello dei mari dal 1979. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Il risultato più rilevante non è soltanto la quantità complessiva di ghiaccio scomparsa, ma la sua evoluzione nel tempo. Durante gli anni Settanta, Ottanta e parte degli anni Novanta le due calotte risultavano relativamente più stabili. In seguito la perdita ha iniziato ad aumentare, fino a intensificarsi soprattutto nel decennio 2010-2020. La tendenza è coerente con un sistema climatico più caldo, ma il bilancio annuale può ancora risentire di nevicate eccezionali e variazioni meteorologiche di breve periodo.
Il conteggio riguarda il ghiaccio presente sulle terre emerse, cioè le grandi calotte glaciali e i ghiacciai che alimentano direttamente gli oceani. Non va confuso con il ghiaccio marino che galleggia già sull’acqua: quando quest’ultimo fonde, l’effetto diretto sul livello del mare è molto più limitato. La distinzione è importante perché la perdita di ghiaccio continentale aggiunge nuova acqua all’oceano, mentre il ghiaccio marino modifica soprattutto l’albedo e gli scambi di calore tra atmosfera e mare.
In Groenlandia il riscaldamento dell’aria favorisce la fusione superficiale e il deflusso dell’acqua verso il mare. A questo si aggiunge la risposta dinamica dei ghiacciai costieri, che possono accelerare, assottigliarsi e rilasciare più ghiaccio sotto forma di iceberg. Le osservazioni satellitari mostrano che la perdita non è uniforme: alcune aree possono registrare temporanei accumuli nevosi, ma questi guadagni non compensano il bilancio negativo delle principali correnti glaciali.
In Antartide il quadro è più complesso. Una parte significativa delle perdite è concentrata nel settore occidentale, dove l’acqua oceanica relativamente calda può raggiungere la base delle piattaforme galleggianti e consumarle dal basso. Queste piattaforme funzionano come una sorta di freno per i ghiacciai ancorati al fondale: quando si assottigliano o arretrano, il ghiaccio continentale può scorrere più rapidamente verso il mare, contribuendo direttamente all’aumento del livello oceanico.
La solidità della stima deriva dal confronto tra metodi diversi. Le équipe hanno combinato misure dell’altitudine delle calotte, variazioni del campo gravitazionale, velocità di scorrimento dei ghiacciai e bilanci tra neve accumulata e ghiaccio perso. L’impiego di 45 rilevazioni indipendenti e di numerose missioni satellitari riduce il rischio che il risultato dipenda da un singolo strumento o da una sola tecnica di analisi, anche se permane un margine di incertezza soprattutto nelle aree più difficili da osservare.
L’aumento di circa 3,1 centimetri attribuito alla perdita delle due calotte dal 1979 può sembrare contenuto se osservato su scala quotidiana, ma modifica la base dalla quale partono mareggiate, alte maree e alluvioni costiere. Anche pochi centimetri possono aumentare la frequenza con cui l’acqua marina raggiunge infrastrutture, porti e aree urbanizzate durante eventi estremi. Il dato polare si somma inoltre all’espansione termica dell’oceano e alla fusione dei ghiacciai montani.
Tra il 2020 e il 2023 la serie ha mostrato una temporanea attenuazione della perdita netta, legata soprattutto a condizioni meteorologiche e nevicate particolari in alcune zone dell’Antartide. Gli autori invitano però a non interpretare questa pausa come un’inversione climatica: su periodi più lunghi il segnale resta quello di una perdita crescente. La differenza tra oscillazione annuale e tendenza pluridecennale è decisiva per leggere correttamente i dati satellitari.
Il fatto che una quota rilevante della perdita dipenda dall’accelerazione dei ghiacciai e non soltanto dalla fusione dell’aria calda rende il problema più complesso. I processi dinamici possono cambiare rapidamente quando arretrano le piattaforme galleggianti o quando l’oceano penetra sotto il ghiaccio. Questo non significa che sia già iniziato un collasso inevitabile, ma indica che la risposta delle calotte potrebbe essere meno lineare di quanto suggerisca una semplice media delle temperature.
Per le comunità costiere il messaggio principale è operativo: il livello del mare continuerà a dipendere sia dalle emissioni future sia dalla risposta delle grandi calotte polari. Le proiezioni non possono trasformare ogni accelerazione locale in una certezza globale, ma il monitoraggio satellitare consente di aggiornare con maggiore rapidità le stime di rischio. Difese costiere, pianificazione urbanistica e sistemi di allerta dovranno quindi considerare non solo la media dell’innalzamento, ma anche l’interazione con le mareggiate e le alte maree.
Il registro satellitare rende visibile un passaggio ormai difficile da ignorare: la perdita di ghiaccio polare non è un fenomeno statico, ma un processo che ha accelerato rispetto agli ultimi decenni del Novecento. La conclusione più prudente è che il riscaldamento globale sta modificando sia la fusione superficiale sia il comportamento dei ghiacciai. Restano incertezze sulla velocità futura, soprattutto in Antartide, ma non sulla direzione generale del cambiamento osservato.
Il dato delle 11,3 mila miliardi di tonnellate non descrive un unico evento improvviso, bensì il risultato cumulativo di quasi mezzo secolo di perdite. La sua forza informativa sta nella continuità della serie: satelliti diversi, tecniche diverse e aree polari distanti mostrano un comportamento compatibile con l’aumento della temperatura globale. La temporanea crescita delle nevicate in una regione non annulla quindi il segnale complessivo, così come un singolo anno meno negativo non equivale a una stabilizzazione permanente.
Il bilancio di massa delle calotte è il punto da osservare più attentamente. Se l’accumulo di neve riesce a compensare le perdite, la crescita del livello marino rallenta; se invece aumentano il deflusso superficiale e la velocità dei ghiacciai, il contributo delle regioni polari può intensificarsi. L’interpretazione dei dati richiede dunque di distinguere la meteorologia di un singolo anno dai processi oceanici e glaciologici che agiscono su scale più lunghe.
Nei prossimi anni sarà essenziale verificare se la pausa osservata tra il 2020 e il 2023 resterà una variazione temporanea o se emergeranno cambiamenti più persistenti nel bilancio antartico. Particolare attenzione andrà rivolta alle zone occidentali, dove l’interazione tra oceano caldo, piattaforme galleggianti e ghiacciai può amplificare la perdita. Le osservazioni future non elimineranno ogni incertezza, ma potranno restringere il margine delle proiezioni sul livello dei mari.
La traiettoria futura non è completamente predeterminata. La riduzione delle emissioni può limitare il riscaldamento e ridurre, nel lungo periodo, la pressione sulla fusione superficiale e sugli oceani. Tuttavia le calotte reagiscono lentamente e parte della risposta è già incorporata nel sistema climatico. Per questo la mitigazione e l’adattamento devono procedere insieme: contenere il riscaldamento riduce il rischio futuro, mentre la pianificazione costiera deve prepararsi agli aumenti già in corso.














