L’estate 2026 sta segnando una fase particolarmente delicata per il massiccio del Monte Bianco. Il caldo persistente ha accelerato il disgelo del permafrost, lo strato di roccia e terreno che rimane congelato per lunghi periodi e che contribuisce a mantenere compatte pareti molto ripide. Quando il ghiaccio interno si riduce, le fratture possono allargarsi e interi settori diventano più vulnerabili ai distacchi. Il risultato è un aumento dei crolli in quota, insieme a una maggiore difficoltà nel valutare la sicurezza delle vie alpinistiche.

Il caldo estremo dell’estate 2026 ha favorito il disgelo del permafrost, aumentando l’instabilità delle pareti rocciose e complicando diverse salite sul Monte Bianco. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Uno dei dati più significativi riguarda l’Aiguille du Midi, a 3.842 metri di quota. Secondo i dati citati da Météo-France, la temperatura media di luglio 2026 ha raggiunto 3,3 gradi Celsius, superando il precedente riferimento di 1,6 gradi registrato nel 1994. In alta montagna anche differenze apparentemente contenute possono avere effetti rilevanti, perché il calore penetra nella roccia, modifica la presenza del ghiaccio nelle fratture e prolunga la fase stagionale in cui i versanti restano esposti a instabilità.
Il ricercatore Ludovic Ravanel, che studia gli effetti del cambiamento climatico su neve, ghiacciai e gelo nelle Alpi, ha stimato che il numero dei grandi crolli nel massiccio potrebbe arrivare a circa 400 nel corso del 2026. Nel monitoraggio scientifico, un collasso viene generalmente considerato rilevante quando comporta la caduta di oltre 100 metri cubi di roccia. Non si tratta della previsione di un collasso generalizzato dell’intero massiccio, ma dell’indicazione di una frequenza più elevata di eventi capaci di modificare rapidamente pareti, canaloni e itinerari.
La crisi non riguarda soltanto la caduta di pietre. Il ritiro dei ghiacciai e la fusione accelerata della neve hanno aperto crepacci più ampi e profondi, rendendo meno diretti o temporaneamente impraticabili alcuni accessi. Nell’area dell’Aiguille du Midi, una delle partenze più frequentate per le traversate del massiccio, il paesaggio glaciale è cambiato durante la stagione e alcune linee di salita non sono più state affrontate come negli anni precedenti. Per gli alpinisti questo significa dover rivalutare itinerari, orari e condizioni anche dopo una pianificazione già definita.
Il contesto meteorologico aiuta a spiegare la rapidità dei cambiamenti. Durante le fasi più calde dell’estate, lo zero termico è rimasto frequentemente a quote molto elevate, in alcuni periodi oltre i 4.000 metri e localmente anche più in alto. Questo ha favorito la fusione di neve e ghiaccio sulle pareti, riducendo la protezione stagionale di diversi settori e aumentando l’acqua disponibile nelle fratture. Le condizioni della montagna possono quindi cambiare nell’arco di poche ore, soprattutto dopo giornate molto calde o durante una lunga sequenza di temperature sopra la media.
Il problema interessa anche le strutture costruite in quota. Sul versante italiano, Skyway Monte Bianco porta avanti dal 2021 un programma di osservazione e ricerca sugli effetti del cambiamento climatico nell’area dell’infrastruttura. L’obiettivo è comprendere come il degrado del permafrost e la trasformazione dell’ambiente montano possano influire sul comportamento degli ammassi rocciosi e, nel tempo, sulle opere presenti. Il monitoraggio diventa così essenziale non soltanto per la ricerca, ma anche per la manutenzione, la gestione degli accessi e la valutazione dei rischi per visitatori e lavoratori.
Gli studi disponibili mostrano che il caldo non agisce attraverso un solo meccanismo. Il disgelo del permafrost indebolisce il ghiaccio che riempie e salda le fratture, mentre il ritiro dei ghiacciai modifica il sostegno esercitato sui versanti. A questi fattori si aggiungono i cicli di gelo e disgelo, l’acqua che penetra nella roccia e la gravità. L’aumento degli eventi non significa che ogni parete sia destinata a collassare, ma indica che settori precedentemente stabilizzati dal ghiaccio possono entrare in una fase di maggiore vulnerabilità.
Per la sicurezza in montagna, la conseguenza più concreta è la riduzione dell’affidabilità dei riferimenti utilizzati in passato. Un itinerario considerato praticabile in una stagione precedente può presentare quest’anno un canalone più esposto, un passaggio glaciale modificato o un rischio maggiore di caduta di pietre. Le decisioni devono quindi basarsi su bollettini aggiornati, osservazioni locali e indicazioni delle guide, senza confondere la presenza di molte persone su una via con una garanzia di sicurezza. In alta quota, la valutazione deve restare dinamica e legata alle condizioni reali del giorno.
Il caso del Monte Bianco può essere letto come un segnale concreto della trasformazione climatica delle Alpi. Il permafrost non è un elemento visibile come un ghiacciaio, ma svolge una funzione strutturale decisiva: mantiene congelati materiali che, una volta riscaldati, possono perdere coesione. L’aumento dei crolli non rappresenta soltanto un problema per l’alpinismo. Cambiano la morfologia dei versanti, la gestione degli impianti, l’accesso ai rifugi e la programmazione delle attività turistiche. L’alta montagna appare così sempre meno stabile e più dipendente da finestre meteorologiche brevi e difficili da prevedere.
Nei prossimi anni sarà importante seguire tre indicatori: la durata delle fasi calde, la quota raggiunta dallo zero termico e la risposta dei versanti dopo il disgelo. Un’estate molto calda può aumentare rapidamente la frequenza dei distacchi, ma la distribuzione degli eventi non è uniforme e non consente di indicare in anticipo quale parete cederà. Il monitoraggio con sensori, rilievi sul terreno e osservazioni satellitari potrà migliorare l’individuazione delle aree più vulnerabili. Resta però probabile che itinerari e accessi debbano essere aggiornati più spesso rispetto al passato, perché ghiacciai e pareti stanno cambiando contemporaneamente.
La stagione 2026 non autorizza a considerare ogni crollo come una conseguenza automatica di una singola giornata calda, ma rafforza una tendenza già documentata dagli studi sul massiccio. Il riscaldamento modifica i tempi del disgelo, la distribuzione del ghiaccio nella roccia e l’equilibrio dei ghiacciai. Per l’alpinismo il messaggio è operativo: le condizioni devono essere verificate vicino alla partenza e durante la salita, mentre le autorità e gli operatori dovranno adeguare comunicazione, manutenzione e accessi a una montagna che non conserva più gli stessi margini di stabilità.















