Sul Monviso il cambiamento più evidente riguarda il ghiacciaio del Coolidge, ormai lontano dalla struttura di un apparato glaciale vero e proprio. Le osservazioni condotte nell’ambito della Carovana dei Ghiacciai, con il coinvolgimento di esperti e tecnici piemontesi, descrivono poche placche di ghiaccio residue, separate e di spessore limitato. Per questo il Coolidge è stato ricondotto alla categoria dei glacionevati, accumuli di neve e ghiaccio privi delle caratteristiche dinamiche di un ghiacciaio attivo.

Il ghiacciaio del Coolidge, sul Monviso, è ormai ridotto a poche placche: il corpo glaciale è stato declassato a glacionevato dopo una lunga fase di contrazione. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La storia recente del Coolidge aiuta a leggere la rapidità della trasformazione. Nella notte del 6 luglio 1989 una parte consistente del ghiacciaio superiore collassò lungo il canalone omonimo, trascinando verso valle ghiaccio, rocce e detriti per un volume stimato in circa 200.000 metri cubi. Quel distacco non coincide con l’estinzione dell’apparato, ma rappresenta un passaggio decisivo nella sua evoluzione: da allora il ghiaccio è rimasto confinato in porzioni sempre più piccole e vulnerabili alle estati calde.
Gli ultimi dati tecnici disponibili restituiscono un quadro residuale. Il Coolidge Superiore è formato da due placche indipendenti, con superfici complessive nell’ordine di poche migliaia di metri quadrati e uno spessore stimato non superiore a pochi metri. Nel settore inferiore, invece, l’antica superficie glaciale è quasi completamente coperta da detriti rocciosi; solo nella parte più alta affiorano lembi di ghiaccio. La distinzione è importante perché mostra che non si tratta soltanto di una riduzione dimensionale, ma della perdita della continuità e della dinamica tipiche di un ghiacciaio.
Il secondo segnale riguarda la stabilità delle pareti. Il permafrost è lo strato di terreno e roccia che resta congelato per periodi molto lunghi; quando temperature più elevate penetrano in profondità, il ghiaccio che contribuisce a tenere unite fratture e detriti può ridursi. Il risultato non è automaticamente una frana, ma una maggiore predisposizione a distacchi e crolli. Sul Monviso l’attenzione si concentra soprattutto sui versanti rocciosi molto fratturati, dove la fusione e l’acqua possono agire insieme.
La parete nord-est del Monviso presenta circa 1.200 metri di dislivello e una struttura caratterizzata da fratture, condizioni che le conferiscono una notevole energia di rilievo. In questo contesto ogni episodio di instabilità deve essere valutato con prudenza: un singolo crollo non consente di attribuire automaticamente un evento al cambiamento climatico, ma la degradazione del permafrost può contribuire a rendere più frequenti o più probabili i distacchi. Per alpinisti ed escursionisti questo significa affrontare un ambiente nel quale i riferimenti del passato diventano meno affidabili.
Ai piedi del massiccio, la trasformazione dell’ambiente glaciale si collega al tema della disponibilità d’acqua. Il Po nasce nell’area del Monviso e il suo regime dipende da neve, piogge, temperature e tempi di fusione. Durante l’estate indicata dai monitoraggi, alla stazione di Isola Sant’Antonio è stato rilevato un deficit di portata arrivato al 76%; altre valutazioni riportate per il mese di luglio hanno indicato una riduzione prossima al 79%. Le percentuali non descrivono da sole l’intero bacino, ma confermano la pressione sulle risorse idriche a valle.
Il punto più delicato non è soltanto quanta neve cade in inverno, ma quando quella neve fonde e per quanto tempo alimenta torrenti e fiumi. Anche una stagione nivosa consistente può tradursi in una disponibilità meno utile se il disgelo arriva in anticipo, concentrando la fusione prima dei mesi di maggiore domanda. Secondo le osservazioni riportate da ARPA Piemonte, proprio questo meccanismo ha ridotto la capacità della neve di funzionare come riserva stagionale. Il riscaldamento modifica quindi sia la quantità di ghiaccio sia la distribuzione temporale dell’acqua.
Il caso del Monviso si inserisce in una tendenza più ampia osservata sulle Alpi piemontesi. Le campagne glaciologiche e i controlli sul permafrost mostrano una contrazione diffusa: nella più recente analisi regionale riferita al periodo 2022-2024, 108 ghiacciai risultavano in riduzione, con una perdita complessiva di superficie stimata in 0,59 chilometri quadrati. Il dato non significa che ogni apparato evolva allo stesso modo, ma indica una direzione prevalente della criosfera piemontese, cioè dell’insieme di neve, ghiaccio e suoli congelati.
Per questo il monitoraggio assume un valore pratico oltre che scientifico. Rilievi sul ghiaccio, osservazioni delle pareti, controllo dei rock glacier e misure sulle portate aiutano a distinguere i cambiamenti lenti dagli episodi improvvisi. Il ghiaccio residuo non va interpretato come una riserva stabile e permanente, mentre la presenza di detriti può nascondere cavità e superfici ancora gelate. Le informazioni raccolte da ARPA, Parco del Monviso e comunità scientifica servono dunque anche a orientare la sicurezza in quota e la gestione dell’acqua.
Il quadro che emerge non è quello di un singolo ghiacciaio in difficoltà, ma di un sistema montano sottoposto a pressioni collegate. La perdita di massa glaciale riduce una componente della riserva idrica, la fusione anticipata altera i tempi di deflusso e il permafrost più caldo può aumentare l’instabilità delle rocce. Sono processi diversi, con tempi e intensità non identici, ma osservabili nello stesso territorio. Il Monviso diventa così un punto di lettura concreto degli effetti che il cambiamento climatico produce sulle Alpi occidentali.
Il dato sulla portata del Po e quello sul ghiaccio del Coolidge descrivono due esiti della stessa vulnerabilità, ma non devono essere sovrapposti in modo meccanico. La portata di un fiume risponde a un insieme di fattori meteorologici e idrologici, mentre la trasformazione di un ghiacciaio riflette una tendenza di più lunga durata. La loro coincidenza temporale rafforza però una considerazione: nelle Alpi la neve e il ghiaccio non possono più essere considerati componenti statiche del paesaggio, perché cambiano rapidamente quantità, consistenza e funzione.
Le evoluzioni future dipenderanno dall’andamento delle prossime stagioni, ma non è possibile ricavare da un singolo anno una previsione precisa sull’estinzione completa delle placche del Coolidge o sul regime del Po. Saranno decisivi i rilievi ripetuti, l’andamento delle nevicate, la durata delle temperature elevate e la presenza di acqua nelle fratture rocciose. Anche eventuali nuove frane dovranno essere interpretate attraverso serie di dati, non soltanto sulla base della loro spettacolarità.
Per i territori a valle, la prospettiva richiede di considerare insieme sicurezza e risorsa idrica. Monitorare le aree instabili, aggiornare le informazioni per chi frequenta la montagna e migliorare la conoscenza dei tempi di fusione può ridurre l’esposizione ai rischi. Sul fronte dell’acqua, la gestione dovrà confrontarsi con deflussi più irregolari e con una minore affidabilità della neve come riserva estiva. Non si tratta di una previsione automatica per ogni stagione, ma di un cambiamento del contesto nel quale le decisioni dovranno essere prese.
La priorità sarà quindi mantenere osservazioni continue e confrontabili. Le serie storiche permettono di capire se una variazione è episodica oppure parte di una tendenza, mentre i controlli ravvicinati diventano essenziali quando ghiaccio e permafrost entrano in una fase di forte trasformazione. Il Monviso continuerà a essere un laboratorio naturale per seguire questi passaggi: non offre certezze sul futuro immediato, ma rende visibili i segnali da non trascurare.














