Permafrost siberiano, il metano può ridurre l’efficacia dei tagli globali entro il 2050

Le proiezioni più severe indicano un possibile aumento delle emissioni naturali di metano, ma il fenomeno non cancellerebbe gli interventi umani contro il riscaldamento globale.

Il disgelo del permafrost in Siberia potrebbe ridurre sensibilmente l’efficacia degli obiettivi internazionali di contenimento delle emissioni entro il 2050. Nello scenario climatico più severo, l’aumento del metano prodotto naturalmente dagli ecosistemi siberiani arriverebbe a compensare fino a circa un quinto delle riduzioni di metano di origine umana necessarie per rispettare i traguardi climatici. Non si tratta però della cancellazione dell’intera politica climatica mondiale, ma di un possibile rallentamento di una parte degli interventi programmati.

Permafrost siberiano tra laghi e vegetazione artica

Il disgelo del permafrost può aumentare la produzione naturale di metano nelle zone umide siberiane, con effetti sul bilancio climatico della metà del secolo. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il permafrost che si scalda modifica il bilancio del metano

Il permafrost è il terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi e occupa vaste porzioni della Siberia, soprattutto nelle pianure umide della parte occidentale e nelle regioni artiche orientali. Quando il suolo si riscalda e lo strato attivo stagionale si approfondisce, la materia organica rimasta intrappolata per secoli o millenni torna a disposizione dei microrganismi. In condizioni povere di ossigeno, come quelle presenti nei terreni saturi d’acqua, una parte del carbonio viene trasformata in metano e trasferita nell’atmosfera.

Il metano ha una permanenza atmosferica molto più breve rispetto all’anidride carbonica, ma produce un effetto riscaldante molto intenso, soprattutto nell’arco dei primi decenni dopo l’emissione. Per questo motivo una crescita delle emissioni di CH4 può aggravare il riscaldamento nel breve periodo e rendere più difficile il raggiungimento dei traguardi fissati per il 2030 e il 2050. La sua riduzione è considerata una delle misure più rapide per limitare l’aumento delle temperature globali.

Paesaggio della Siberia segnato dal disgelo del permafrost

Laghi, torbiere e suoli saturi d’acqua sono tra gli ecosistemi da monitorare per valutare l’evoluzione delle emissioni di metano in Siberia.

Il dato del 20% riguarda uno scenario estremo, non una certezza

La stima del possibile 20% va interpretata nel contesto delle ipotesi utilizzate dai modelli climatici. Il valore più alto emerge associando un forte riscaldamento futuro a un rapido disgelo del permafrost e a un aumento delle emissioni naturali. In scenari meno caldi, il contributo aggiuntivo della Siberia risulta più contenuto. Le proiezioni disponibili, inoltre, non descrivono una gigantesca esplosione improvvisa del metano, ma un incremento progressivo e distribuito nel tempo, con differenze marcate tra aree umide, laghi, torbiere e suoli più asciutti.

Le ricerche precedenti hanno stimato che le emissioni di metano dalle zone umide siberiane potrebbero aumentare entro la metà del secolo, ma con valori generalmente inferiori a quelli associati agli scenari più allarmistici. Una sintesi basata su osservazioni, rianalisi e modelli ha indicato un incremento inferiore a 20 teragrammi l’anno entro il 2050. Altri studi sulle pianure della Siberia occidentale hanno evidenziato una forte sensibilità alle variazioni della neve, dell’umidità del suolo e delle condizioni di fusione primaverile.

Le stime restano difficili perché il metano può essere emesso da sorgenti diverse e con ritmi molto variabili. Le paludi e i laghi rilasciano il gas attraverso processi biologici, mentre il disgelo improvviso può modificare rapidamente la morfologia del terreno e la disponibilità d’acqua. Anche la copertura nevosa invernale ha un ruolo importante: isolando il suolo dal gelo intenso, può favorire temperature più elevate nei mesi freddi e influenzare le emissioni della stagione successiva.

Perché il taglio delle emissioni umane resta decisivo

Il possibile aumento del metano naturale non rende inutile la riduzione delle emissioni legate alle attività umane. Al contrario, il confronto tra le due componenti mostra quanto sia importante intervenire rapidamente sulle perdite nella produzione e nel trasporto di petrolio e gas, sulle miniere di carbone, sulle discariche, sugli allevamenti e sulla gestione delle acque nelle risaie. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, con tecnologie già disponibili sarebbe possibile abbattere una quota molto ampia delle emissioni del comparto fossile, spesso con costi limitati.

Le osservazioni atmosferiche più recenti aiutano a delimitare il problema. Per l’intera regione artico-boreale è stata stimata un’emissione media di circa 45,4 teragrammi di metano l’anno nel periodo 2010-2021, pari a circa il 7% del totale globale, senza una tendenza complessiva statisticamente significativa. Nella Siberia occidentale, tuttavia, è emerso un segnale positivo, collegato anche alle variazioni del regime invernale, della neve e dell’umidità disponibile dopo il disgelo primaverile.

Il vero rischio è perdere tempo nella corsa alla riduzione del metano

Il dato più rilevante non è soltanto la percentuale del 20%, ma il rapporto tra tempi naturali e tempi delle politiche climatiche. Il metano risponde rapidamente alle variazioni delle emissioni: se i tagli antropici diventano effettivi, la concentrazione atmosferica può beneficiare in tempi relativamente brevi. Il disgelo, invece, può attivare processi lenti e persistenti, difficili da fermare una volta che il suolo ha perso stabilità termica e idrologica. In questa prospettiva, ogni tonnellata evitata nei settori controllabili riduce il margine con cui un eventuale aumento naturale potrebbe indebolire gli obiettivi internazionali.

La Siberia non è quindi una giustificazione per rinviare la decarbonizzazione, ma un elemento che rende più prudente la pianificazione. I modelli mostrano che il feedback del permafrost può essere significativo, mentre il suo peso complessivo resta inferiore a quello delle principali fonti umane di metano. La risposta più efficace consiste nel combinare osservazioni sul terreno, misure atmosferiche e dati satellitari con politiche di riduzione immediate nei comparti dove le emissioni possono essere individuate e contenute.

Cosa osservare nei prossimi decenni tra neve, laghi e suoli congelati

Le future valutazioni dovranno verificare se l’aumento delle emissioni si concentrerà soprattutto nella Siberia occidentale o se emergeranno segnali più estesi anche nella parte orientale. Saranno importanti la durata della stagione senza gelo, la profondità dello strato attivo, l’evoluzione della copertura nevosa e l’espansione delle superfici d’acqua create dal collasso del terreno. Nessuno di questi indicatori, preso da solo, può trasformare una proiezione in una certezza: il risultato dipenderà dall’interazione tra temperatura, precipitazioni, idrologia e risposta degli ecosistemi.

Il monitoraggio dovrà inoltre distinguere il metano naturale da quello prodotto dall’industria energetica, perché le strategie di intervento sono diverse. Le perdite da pozzi, condotte e impianti possono essere ridotte con controlli, riparazioni e tecnologie di rilevamento; le emissioni legate al disgelo, invece, richiedono soprattutto osservazioni continuative e scenari climatici più raffinati. Il margine d’incertezza resta ampio, ma proprio per questo il possibile contributo siberiano deve essere incorporato nei bilanci futuri senza trasformarlo in un destino inevitabile.

Enrico D'Orsi

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