Firenze, come molte città italiane, deve affrontare una doppia pressione: da una parte le ondate di calore e l’isola di calore urbana, dall’altra precipitazioni più concentrate e difficili da gestire. Il tema non riguarda soltanto la protezione dei monumenti o la conservazione delle pietre storiche. Riguarda soprattutto la possibilità di continuare ad abitare gli spazi urbani in condizioni di sicurezza e benessere. È questo il punto di partenza della riflessione dell’urbanista Elena Granata, docente al Politecnico di Milano, secondo cui le scelte urbanistiche dovrebbero mettere l’adattamento climatico al centro di ogni trasformazione.

Una piazza con più verde e superfici drenanti può contribuire a gestire la pioggia intensa e a ridurre l’esposizione al calore urbano. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La proposta indicata da Granata è quella della città-spugna, un modello nel quale il territorio non viene trattato come una superficie da sigillare, ma come un sistema capace di assorbire, trattenere e restituire l’acqua. Pietra, cemento e asfalto rendono molte aree quasi impermeabili: quando arriva un temporale intenso, la pioggia scorre rapidamente verso tombini e corsi d’acqua, aumentando la pressione sulle reti di drenaggio. L’incremento delle superfici permeabili può invece rallentare il deflusso e favorire l’infiltrazione nel terreno.
Nel ragionamento riferito a Firenze, l’esempio citato è piazza Bartali. Secondo l’urbanista, quello spazio avrebbe potuto essere progettato come una piazza inondabile, con terreno non sigillato, verde e un giardino capace di accogliere temporaneamente l’acqua durante gli episodi più intensi. Il termine non indica uno spazio permanentemente allagato, ma una superficie progettata per sopportare la presenza temporanea dell’acqua senza trasformare ogni precipitazione eccezionale in un’emergenza. È una logica diversa da quella che affida tutto alla rapidità degli scarichi.
La depavimentazione diventa quindi una delle azioni più immediate per cambiare il comportamento climatico delle città. Non significa eliminare ogni superficie dura, ma ridurre il suolo impermeabile dove non è indispensabile e sostituirlo con terreno, vegetazione, aiuole drenanti e spazi ombreggiati. Granata indica tra i primi luoghi da ripensare i cortili scolastici e i piazzali dei supermercati, spesso estesi, minerali e fortemente esposti al sole. Gli alberi, in questa prospettiva, non sono elementi decorativi: contribuiscono all’ombra, alla qualità dell’aria e alla vivibilità quotidiana.
La gestione dell’acqua richiede anche una maggiore capacità di raccolta. Pozzi, cisterne e sistemi di accumulo possono trattenere una parte delle precipitazioni e rendere quella risorsa disponibile in seguito per irrigare il verde o svolgere attività urbane come la pulizia delle strade. Il principio è particolarmente rilevante in un contesto segnato dall’alternanza tra periodi asciutti e rovesci molto intensi. La stessa città può trovarsi, a distanza di poco tempo, a dover smaltire troppa acqua e a cercarne altra per mantenere vive alberature e aiuole.
Il tema si collega alla condizione del suolo italiano, sempre più occupato da edifici, infrastrutture e superfici impermeabili. Nel programma Rai dedicato alla Giornata mondiale del suolo, Granata richiamava i dati ISPRA sul consumo di suolo e sulla perdita continua di terreno naturale. Ogni nuova impermeabilizzazione riduce la capacità del territorio di filtrare l’acqua, sostenere la vegetazione e attenuare le temperature. Per questo la trasformazione climatica delle città non può limitarsi a piantare alberi: deve intervenire anche sulla quantità e sulla qualità del terreno ancora disponibile.
La questione climatica entra così direttamente nelle politiche della salute. Una strada ombreggiata, una piazza con alberi e sedute, un cortile scolastico meno esposto al calore o un’area capace di assorbire la pioggia possono migliorare la vita quotidiana prima ancora di essere considerati interventi ambientali. Il vantaggio non è distribuito automaticamente: anziani, bambini, persone con problemi respiratori e famiglie che vivono in abitazioni poco efficienti risentono maggiormente delle condizioni estreme. L’urbanistica deve quindi misurare anche gli effetti sociali delle proprie scelte.
Granata richiama inoltre esperienze europee nelle quali l’adattamento viene collegato alla qualità complessiva dello spazio urbano. La depavimentazione, la mobilità lenta, la disponibilità di ombra e la possibilità di sostare senza dover consumare diventano parti dello stesso progetto. Il punto non è replicare automaticamente modelli nati altrove, ma riconoscere che la risposta al clima non coincide con una singola opera tecnica. Servono interventi diffusi, coordinati e verificabili, capaci di tenere insieme drenaggio, verde, salute, accessibilità e uso quotidiano delle piazze.
Il bivio evocato dall’urbanista riguarda dunque il modo in cui vengono definite le priorità. Conservare le superfici e le forme esistenti può sembrare una scelta neutra, ma diventa più fragile quando cambiano le condizioni meteorologiche e aumentano i costi della manutenzione. Al contrario, progettare spazi più permeabili e ombreggiati richiede investimenti, manutenzione e confronto con i cittadini, ma può ridurre l’esposizione ai rischi. Per Firenze la sfida consiste nel proteggere il patrimonio storico senza trasformare la città in un ambiente incapace di adattarsi.
La contrapposizione tra salvare le persone o salvare le pietre va letta come una provocazione sul rapporto tra tutela e abitabilità. Il patrimonio storico resta una risorsa centrale, ma non può essere separato dalle condizioni fisiche e sociali di chi vive la città. Se il caldo rende impraticabili gli spazi pubblici o le piogge intense trovano soltanto superfici impermeabili, la conservazione formale rischia di perdere il suo significato urbano. L’adattamento non cancella la storia: può diventare il modo per mantenerla accessibile e viva.
Il passaggio dalle parole ai progetti sarà l’aspetto da monitorare. Una piazza permeabile funziona soltanto se il drenaggio viene studiato, il verde viene curato e l’acqua raccolta viene gestita in sicurezza. Anche gli alberi richiedono spazio, irrigazione e manutenzione nel tempo. Le future trasformazioni dovranno quindi essere valutate non solo per l’immagine iniziale, ma per la loro efficacia durante caldo, siccità e piogge intense. Senza continuità amministrativa e risorse dedicate, il rischio è che la sostenibilità resti una dichiarazione progettuale. Se invece gli interventi saranno collegati a dati, monitoraggi e bisogni dei quartieri, Firenze potrà verificare quali soluzioni funzionano davvero e dove intervenire con maggiore urgenza.















