In Asia la transizione energetica sta entrando in una fase più complessa. L’espansione delle fonti rinnovabili procede a ritmi elevati, il nucleare torna a essere considerato una componente strategica e i governi cercano di ridurre la dipendenza da importazioni esposte a crisi geopolitiche e oscillazioni dei prezzi. Allo stesso tempo, il carbone non scompare: in diversi mercati continua a garantire elettricità stabile, sostenere l’industria pesante e proteggere i sistemi nazionali nei momenti di maggiore pressione sulla rete.

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Il peso della regione è decisivo per gli equilibri mondiali. L’Asia-Pacifico ha raggiunto nel 2024 il 52% della produzione elettrica globale, con 16.132 terawattora, mentre l’Asia nel suo complesso rappresenta più della metà dei consumi energetici mondiali. La crescita è alimentata dall’industrializzazione, dall’elettrificazione dei trasporti, dalla digitalizzazione e dall’aumento della domanda per raffrescamento e servizi. Questo rende più difficile sostituire rapidamente le fonti fossili senza disporre di reti, accumuli e capacità di riserva adeguate.
Le rinnovabili restano comunque il principale motore della trasformazione. Secondo i dati più recenti dell’International Renewable Energy Agency, nel 2025 l’Asia ha contribuito per il 74,2% alle nuove installazioni rinnovabili mondiali, con 513,3 gigawatt aggiunti in un solo anno. La capacità complessiva regionale ha raggiunto 2.891 gigawatt. Il risultato è trainato soprattutto dal solare, che beneficia di costi diminuiti, filiere industriali sviluppate e tempi di costruzione più rapidi rispetto a molte alternative.
La Cina concentra una parte rilevante di questa crescita. Nel 2024 il Paese ha aggiunto 278 gigawatt di capacità solare, mentre l’India ne ha installati 24,5. L’aumento della produzione da sole, vento, idroelettrico e nucleare ha contribuito a ridurre nel 2025 la generazione elettrica da carbone cinese di circa l’1,5%, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia. Tuttavia, la costruzione di nuove centrali a carbone è proseguita, in larga parte con la funzione dichiarata di coprire i picchi di domanda e rafforzare la sicurezza del sistema.
In India il quadro è altrettanto articolato. Nel primo semestre del 2025 l’aumento della generazione eolica e solare, insieme a un inizio anticipato e più forte della stagione monsonica, ha favorito l’idroelettrico e contribuito a ridurre il ricorso al carbone rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’AIE prevede però che la domanda indiana di carbone possa tornare a crescere nel 2026, sebbene l’espansione delle rinnovabili continui a limitarne il ruolo nella produzione elettrica.
La pressione sul carbone rimane più forte nel Sud-est asiatico. Indonesia e Vietnam sono indicati tra i principali responsabili dell’aumento della domanda regionale, spinta sia dalla nuova capacità elettrica sia dai consumi dei settori industriali, compresa la lavorazione dei metalli. Per l’intera area ASEAN la domanda di carbone è attesa in crescita di oltre il 4% annuo fino al 2030. Il dato mostra una differenza importante rispetto a Giappone, Corea del Sud e Australia, dove il consumo tende a diminuire grazie a rinnovabili e gas naturale liquefatto.
Il nucleare viene inserito in questa strategia come fonte programmabile e a basse emissioni dirette. Nel 2024 la capacità nucleare operativa mondiale ha raggiunto 398 gigawatt elettrici e l’Asia ha concentrato 313 gigawatt, con un incremento di 5 gigawatt sull’anno precedente. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica rileva inoltre che oltre il 71% della crescita della capacità nucleare recente è avvenuta in Asia. Cina, India, Giappone e Corea del Sud seguono percorsi diversi, ma condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza da combustibili importati e sostenere una rete sempre più elettrificata.
Il limite principale non riguarda soltanto la disponibilità delle tecnologie, ma la capacità di integrarle. La Banca asiatica di sviluppo segnala che gli investimenti nelle reti non sono ancora sufficienti a gestire l’aumento della domanda e la variabilità di sole e vento. Nei Paesi asiatici in via di sviluppo gli investimenti in energia pulita sono saliti a 729,4 miliardi di dollari nel 2023, ma l’espansione della trasmissione, degli accumuli e delle interconnessioni resta essenziale per evitare che l’elettricità rinnovabile rimanga inutilizzata o che il carbone continui a essere mantenuto come riserva dominante.
Anche il costo delle alternative condiziona le scelte politiche. Il gas può offrire flessibilità, ma il suo prezzo dipende dai mercati internazionali del gas naturale liquefatto e dalla disponibilità dei terminali. Il carbone, pur essendo la fonte con il maggiore impatto climatico tra le principali opzioni elettriche, resta competitivo in diversi Paesi asiatici grazie a risorse domestiche, contratti di fornitura e infrastrutture già costruite. Per questo la sicurezza energetica viene spesso perseguita diversificando petrolio e gas, aumentando la produzione interna e mantenendo capacità fossile di riserva.
Il risultato è un vero trilemma tra affidabilità, accessibilità economica e riduzione delle emissioni. La crescita di rinnovabili e nucleare indica che la decarbonizzazione non è ferma, ma l’aumento della domanda può assorbire una parte dei benefici ottenuti. Nel 2025, a livello globale, la nuova generazione da rinnovabili e nucleare ha superato l’intero incremento dell’offerta elettrica; tuttavia, il carbone è rimasto vicino ai massimi storici. In Asia la transizione procede quindi più come sostituzione graduale e stratificazione di fonti che come abbandono immediato dei combustibili fossili.
La lettura geografica aiuta a evitare conclusioni uniformi. La Cina mostra segnali di possibile riduzione strutturale del carbone elettrico, ma conserva una grande capacità installata per sostenere i picchi. L’India combina crescita delle rinnovabili, forte domanda industriale e ruolo ancora centrale del carbone nazionale. Nel Sud-est asiatico prevalgono invece l’espansione dei consumi e la costruzione di nuova capacità, mentre le economie più mature dell’Asia-Pacifico avanzano verso un mix meno carbonico. La transizione asiatica è dunque reale, ma procede con velocità e priorità differenti.
La questione decisiva per i prossimi anni sarà la velocità con cui i governi riusciranno a trasformare l’aumento della capacità rinnovabile in elettricità disponibile quando serve. Serviranno reti più robuste, sistemi di accumulo, collegamenti regionali, gestione della domanda e regole capaci di valorizzare la flessibilità senza prolungare indefinitamente l’uso del carbone. Se questi elementi avanzeranno insieme, le fonti fossili potranno perdere peso anche con consumi in crescita; in caso contrario, la sicurezza del sistema potrebbe continuare a giustificare nuovi investimenti convenzionali.
La combinazione di rinnovabili, nucleare e carbone non segnala necessariamente un arresto della transizione, ma una fase in cui gli obiettivi climatici vengono filtrati attraverso vincoli industriali e geopolitici. L’Asia sta aggiungendo capacità pulita a una base energetica ancora fossile, invece di sostituirla rapidamente. Questa scelta riduce il rischio di interruzioni e sostiene la crescita, ma può rallentare la diminuzione assoluta delle emissioni se l’elettricità prodotta da nuove fonti non riesce a coprire sia l’aumento della domanda sia la quota precedentemente affidata al carbone.
Per valutare l’evoluzione reale sarà necessario osservare non soltanto quanti gigawatt rinnovabili vengono annunciati o installati, ma quanta elettricità producono, quando entra in rete e quali impianti sostituiscono. Saranno indicativi anche l’andamento dei prezzi del gas e del carbone, la crescita degli accumuli, il ritmo dei collegamenti transfrontalieri e il completamento dei nuovi reattori. Le previsioni disponibili indicano una pressione crescente delle fonti pulite sul carbone, ma il risultato dipenderà dall’effettiva integrazione delle reti e dalla tenuta della domanda asiatica.
Nel Sud-est asiatico il punto più delicato sarà conciliare accesso all’elettricità e riduzione delle emissioni. L’ADB osserva che la modernizzazione delle reti e una maggiore interconnessione possono permettere di utilizzare più idroelettrico, solare, eolico, geotermia e bioenergia, riducendo il ricorso alle centrali fossili come riserva. Non si tratta però di un esito automatico: richiede capitali, pianificazione e cooperazione tra Paesi con sistemi regolatori e livelli di sviluppo differenti. La traiettoria regionale resterà quindi condizionata dalla capacità di finanziare infrastrutture, non soltanto dalla disponibilità di impianti rinnovabili.















