Caldo estremo, il conto dell’afa sull’economia italiana: Pil, lavoro e imprese sotto pressione

Dalla produttività al lavoro nei campi: l’afa diventa una voce di costo per il sistema economico italiano

Il caldo non è più soltanto una parentesi meteo da raccontare con il termometro: sta diventando una variabile economica capace di incidere su fabbriche, cantieri, campi agricoli, consumi delle famiglie e bilanci pubblici. L’analisi rilanciata da Repubblica quantifica in 126 miliardi di euro il Pil italiano potenzialmente esposto nello scenario di stress climatico elaborato da Allianz Trade per il periodo 2026-2030. In altre parole, l’afa non rallenta solo le giornate: comprime ore lavorate, margini aziendali e capacità produttiva futura.

L’afa diventa una voce di costo per il sistema Italia

L’afa diventa una voce di costo per il sistema Italia

Il nodo tecnico è la soglia dei 30 gradi. Sotto quel livello, il riscaldamento può anche ridurre alcune spese di riscaldamento; oltre quella linea, secondo Allianz Trade, la relazione cambia segno. Ogni grado in più nella fascia tra 30 e 35 gradi riduce la produzione oraria media di circa il 3%, mentre i consumi energetici crescono di circa l’1,2% per l’uso più intenso del raffrescamento. La produttività cala subito, gli aggiustamenti salariali arrivano più tardi e il primo contraccolpo finisce sui margini delle imprese.

Il Pil perde slancio quando il caldo diventa seriale

Lo scenario più severo costruito da Allianz Trade ripropone tra il 2026 e il 2030 i cinque anni più caldi osservati in ciascun Paese nel decennio 2014-2024. In questa simulazione, le economie più esposte possono perdere cumulativamente tra il 5% e il 7% di Pil rispetto allo scenario climatico storico. Per l’Italia il conto arriva a 147 miliardi di dollari, cifra convertita nell’articolo di partenza in circa 126 miliardi di euro. Ancora più allarmante è la caduta degli investimenti, perché riduce la capacità di crescere anche dopo la fine dell’emergenza.

Il meccanismo non si ferma alle imprese. Se le ore lavorate rendono meno, se aumenta la bolletta energetica e se gli investimenti rallentano, anche i conti pubblici entrano in tensione: meno attività significa meno entrate fiscali, mentre sanità, ammortizzatori sociali, infrastrutture e reti richiedono più risorse. Allianz Trade segnala anche il rischio di una spinta stagflazionistica, con prezzi e disoccupazione in aumento nello stesso momento, uno scenario particolarmente scomodo per l’Eurozona.

Campi, stalle e reti elettriche: il caldo moltiplica i costi

L’agricoltura è uno dei fronti più esposti perché un’ondata di calore colpisce nello stesso momento rese, irrigazione, lavoro all’aperto e benessere animale. Cia-Agricoltori Italiani stima per il 2026 un possibile conto superiore a 1,5 miliardi di euro per il settore primario, mentre Coldiretti segnala rischi su riso, mais, pomodori e pascoli, con ricorso più intenso all’irrigazione dove possibile. Nelle stalle lo stress termico può ridurre la produzione di latte, aggiungendo pressione ai costi di ventilazione e raffrescamento.

La pressione si vede anche sulle infrastrutture energetiche. Durante l’ultima fiammata, la domanda elettrica italiana ha raggiunto un picco di 55 gigawatt il 23 giugno 2026, il valore più alto dell’anno, con una crescita settimanale legata soprattutto ai climatizzatori. Deloitte allarga il quadro al rischio climatico complessivo: i danni diretti alle infrastrutture italiane potrebbero arrivare a 5 miliardi di euro l’anno entro il 2050, mentre gli effetti indiretti su servizi e catene di fornitura possono amplificare il costo reale.

Lavorare sotto l’afa diventa un problema organizzativo

Il costo del caldo passa anche dalla sicurezza. Le ordinanze regionali per l’estate 2026 prevedono in molte aree la sospensione temporanea delle attività all’aperto nelle ore centrali, in genere tra le 12.30 e le 16, quando Worklimate segnala rischio alto per chi è esposto al sole e svolge mansioni fisicamente intense. La piattaforma Cnr-Inail è stata rinnovata con Worklimate 3.0, orientato non solo alla tutela dei lavoratori ma anche alla resilienza aziendale nell’era delle temperature estreme.

La dimensione sanitaria spiega perché la questione economica non possa essere separata dalla prevenzione. Il Ministero della Salute pubblica da maggio a settembre bollettini sulle ondate di calore per 27 città italiane, aggiornati con previsioni a 24, 48 e 72 ore. L’Oms Europa ha ricordato che il caldo ha causato oltre 200 mila decessi negli ultimi quattro anni nell’Unione europea e nei Paesi associati, mentre la recente ondata europea ha prodotto nuovi record e allerte diffuse.

Il punto debole resta la preparazione delle imprese

Il dato più fragile riguarda la capacità di adattamento del sistema produttivo. Il report Deloitte sul rischio climatico in Italia indica che solo il 14% delle Pmi ha adottato misure per garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi e appena il 10% è intervenuto su infrastrutture e asset fisici. Inoltre solo il 18% si dichiara pienamente preparato a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni sul rischio climatico, segnale di una maturità ancora disomogenea.

La lezione è netta: trattare l’afa come emergenza passeggera significa sottostimare un costo che ormai attraversa lavoro, energia, agricoltura, finanza pubblica e credito. L’adattamento non coincide con qualche condizionatore in più, ma con turni ripensati, gestione dell’acqua, reti più robuste, mappatura degli asset esposti, piani assicurativi credibili e sistemi previsionali usati davvero nelle decisioni aziendali. Il caldo estremo non è un incidente fuori bilancio: è una prova di resilienza per l’intero Paese.

Alessandro Cortini

Rimani aggiornato

Ultime notizie