Alcol e mortalità: cosa emerge dallo studio su oltre 340mila adulti britannici

La ricerca condotta sulla UK Biobank collega i consumi più elevati a un rischio maggiore di morte, ma non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto.

Un’analisi condotta su 340.924 partecipanti della UK Biobank riporta un’associazione tra consumo elevato di alcol e maggiore mortalità. Il lavoro, riferito ad adulti seguiti per un periodo medio di 13,4 anni, ha valutato sia il consumo complessivo sia quello riconducibile a birra, sidro, vino e superalcolici. Il dato centrale riguarda la quantità totale assunta: all’aumentare dei consumi cresce il rischio osservato, mentre il tipo di bevanda non sembra cancellare il quadro generale.

Bicchieri di vino, birra e superalcolici disposti su un tavolo

La ricerca su 340.924 adulti britannici associa i consumi elevati di alcol a una maggiore mortalità, senza dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Che cosa ha misurato la ricerca sulla UK Biobank

I ricercatori hanno utilizzato i dati della UK Biobank raccolti tra il 2006 e il 2022, mettendo in relazione le abitudini riferite dai partecipanti con gli esiti di salute registrati nel tempo. Durante il follow-up sono stati documentati 22.381 decessi: 4.288 per cause cardiovascolari, 11.063 per tumori e 7.030 per altre cause. L’ampiezza del campione consente confronti dettagliati, ma non trasforma automaticamente l’associazione statistica in una prova causale.

Nel confronto con chi non beveva o dichiarava consumi occasionali, le persone con un’assunzione elevata di alcol mostravano un rischio di morte per tutte le cause più alto del 24%. Per la mortalità cardiovascolare l’incremento osservato era del 14%. Sono percentuali relative, non equivalenti a un aumento identico del rischio assoluto per ogni individuo: il valore personale dipende da età, condizioni di salute, quantità consumata, frequenza, altri comportamenti e caratteristiche sociali.

Il tipo di bevanda non annulla il ruolo della quantità

Uno degli aspetti più discussi riguarda il confronto tra le diverse bevande. A livelli bassi o moderati, l’analisi ha rilevato differenze nelle associazioni osservate: birra, sidro e superalcolici risultavano collegati a un rischio cardiovascolare più alto del 9%, mentre il vino era associato a un rischio cardiovascolare più basso del 21%. Questi risultati, però, non autorizzano a definire il vino protettivo né a considerare birra e distillati automaticamente più dannosi in ogni circostanza.

La possibile differenza tra bevande può riflettere non soltanto l’alcol contenuto, ma anche il profilo delle persone che scelgono un determinato prodotto, il contesto sociale, l’alimentazione, il reddito, l’attività fisica e il modo in cui il consumo viene distribuito nella settimana. L’analisi ha corretto i dati per numerosi fattori demografici, socioeconomici, comportamentali e cardiometabolici, oltre che per la storia familiare di diabete, malattie cardiovascolari e tumori. Restano comunque possibili fattori non misurati o misurati in modo imperfetto.

Perché il risultato va letto come associazione

Il lavoro è osservazionale: i ricercatori hanno studiato comportamenti già presenti nella popolazione, senza assegnare casualmente ai partecipanti una quantità di alcol. Per questo motivo non è possibile concludere che il consumo elevato abbia provocato direttamente ogni decesso osservato. Anche l’autodichiarazione delle abitudini può introdurre errori, perché quantità e frequenza possono essere ricordate in modo incompleto o cambiare nel corso degli anni.

La cautela è importante soprattutto quando si interpretano i consumi bassi o moderati. In passato alcuni studi avevano ipotizzato una curva a J, con un possibile vantaggio per chi beve poco rispetto agli astemi. Le analisi più recenti delle società scientifiche sottolineano invece che le prove sui benefici cardiovascolari del consumo moderato sono miste e che gli studi osservazionali possono risentire della selezione dei gruppi di confronto. Non esiste quindi una base sufficiente per iniziare a bere con l’obiettivo di proteggere il cuore.

Tumori, cuore e indicazioni di sanità pubblica

Il quadro va inserito in una valutazione più ampia. L’Organizzazione mondiale della sanità considera l’alcol associato a malattie epatiche, cardiovascolari, disturbi mentali, incidenti e diversi tumori. Per la prevenzione oncologica, l’OMS ribadisce che non esiste un livello privo di rischio: il pericolo riguarda l’etanolo, indipendentemente dal fatto che venga assunto attraverso vino, birra o superalcolici. La quantità resta comunque decisiva, perché i danni tendono ad aumentare con l’esposizione complessiva.

Sul piano pratico, le indicazioni più prudenti convergono su un punto: chi non consuma alcol non dovrebbe iniziare per ragioni di salute, mentre chi beve dovrebbe valutare una riduzione dei consumi, soprattutto quando sono elevati o concentrati in singole occasioni. Le conseguenze possono variare tra persone diverse, in particolare in presenza di ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari, terapie farmacologiche o precedenti episodi di consumo problematico.

La quantità pesa più dell’etichetta sulla bottiglia

Il messaggio editoriale più solido dello studio non è una graduatoria definitiva tra vino, birra e distillati, ma la conferma che l’esposizione complessiva merita attenzione. L’etichetta della bevanda può orientare la percezione del rischio, ma non descrive da sola la quantità di etanolo assunta né il ritmo del consumo. Un bicchiere occasionale e un consumo ripetuto o concentrato non rappresentano lo stesso scenario, anche quando la bevanda è identica. Le differenze osservate a livelli bassi o moderati devono inoltre essere interpretate insieme alle condizioni sociali e cliniche dei partecipanti, non isolate come prove di protezione o danno assoluto.

Che cosa resta da verificare nei prossimi studi

Il passo successivo sarà distinguere con maggiore precisione l’effetto della quantità da quello del modello di consumo, della durata nel tempo e delle caratteristiche individuali. Serviranno anche analisi capaci di chiarire quanto incidano i cambiamenti nelle abitudini, la sottostima delle quantità riferite e le differenze tra popolazioni. Fino a quando non saranno disponibili prove più forti, i risultati della UK Biobank potranno orientare la prevenzione e la comunicazione sanitaria, ma non potranno stabilire da soli un rapporto di causa-effetto per ogni categoria di bevanda o per ogni fascia di consumo.

Diego Lucatelli

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