El Niño e caldo estremo: perché può rendere più rovente l’estate, senza centrare molto con il cambiamento climatico

Il fenomeno naturale del Pacifico redistribuisce il calore già presente nel sistema climatico, mentre il riscaldamento globale alza la base di partenza delle temperature estreme.

El Niño torna al centro dell’attenzione ogni volta che le temperature globali accelerano e le ondate di calore diventano più frequenti. Il collegamento esiste, ma va interpretato correttamente: il fenomeno non è la causa del cambiamento climatico e non determina da solo un’estate torrida in Europa. È una fase naturale dell’oscillazione ENSO, capace di spostare grandi quantità di calore tra oceano e atmosfera e di modificare, per alcuni mesi, la circolazione atmosferica su scala planetaria.

El Niño e caldo estremo: perché può rendere più rovente l’estate senza causare il cambiamento climatico

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Che cos’è davvero El Niño e come funziona nel Pacifico equatoriale?

El Niño si sviluppa quando le acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale diventano più calde della media, mentre gli alisei orientali si indeboliscono. In condizioni normali, questi venti spingono l’acqua calda verso il settore occidentale del bacino e favoriscono la risalita di acque più fredde lungo le coste del Perù e dell’Ecuador. Durante El Niño, la circolazione cambia: l’acqua calda si sposta verso est, la risalita fredda diminuisce e la sorgente principale di calore atmosferico si trasferisce su un’area diversa del Pacifico.

Il risultato non resta confinato all’oceano. Il riscaldamento della superficie marina modifica la posizione delle aree di convezione, la distribuzione della pioggia e i campi di pressione. Questi cambiamenti generano onde nella circolazione atmosferica, con effetti a distanza sulle traiettorie delle perturbazioni, sui monsoni e sulle probabilità stagionali di caldo, siccità o precipitazioni intense. L’impatto varia però da evento a evento e dipende dalla durata, dall’intensità e dal periodo dell’anno in cui El Niño raggiunge il massimo.

Perché El Niño può far aumentare la temperatura media globale

La spiegazione più importante riguarda il bilancio del calore. El Niño non crea nuova energia e non aggiunge calore al sistema climatico come farebbe un aumento dell’energia solare ricevuta dalla Terra. Piuttosto, favorisce il passaggio di una parte del calore immagazzinato nell’oceano verso l’atmosfera. La temperatura dell’aria aumenta così più rapidamente, mentre durante La Niña una quota maggiore dell’energia resta concentrata nelle acque profonde. È una redistribuzione interna, non l’origine del riscaldamento globale.

Per questo gli effetti più marcati sulla temperatura media del pianeta tendono a manifestarsi nell’anno successivo allo sviluppo di El Niño. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha collegato il caldo record del 2024 alla combinazione tra il forte episodio del 2023-2024 e l’influenza persistente delle emissioni di gas serra. Il punto decisivo è proprio la sovrapposizione: un fenomeno naturale può temporaneamente spingere verso l’alto la temperatura, ma lo fa partendo da una base già resa più calda dal riscaldamento antropico.

Il legame con le estati torride in Europa non è automatico

Associare direttamente El Niño a ogni estate calda europea sarebbe scientificamente scorretto. L’Europa risente soprattutto della configurazione della circolazione atmosferica sull’Atlantico e sul Mediterraneo, della posizione dell’anticiclone subtropicale, delle condizioni del suolo e delle temperature marine vicine. El Niño può contribuire a modificare il quadro globale e a influenzare alcune teleconnessioni, ma non offre una previsione precisa per l’Italia con mesi di anticipo. La sua presenza aumenta il contesto di variabilità, non determina da sola il tempo locale.

Il riscaldamento globale, invece, agisce in modo più continuo. Quando la temperatura media del pianeta sale, ogni episodio di caldo parte da valori di fondo più elevati. Una stessa configurazione atmosferica può quindi produrre estremi più intensi rispetto al passato, soprattutto nelle regioni già esposte alla siccità e alla persistenza degli anticicloni. In questo senso El Niño può funzionare da amplificatore temporaneo, mentre l’aumento delle concentrazioni di gas serra modifica stabilmente il livello sul quale si innestano le oscillazioni naturali.

Che cosa cambia nei prossimi anni e che cosa resta incerto

Le conoscenze disponibili non dimostrano che il cambiamento climatico renda necessariamente più frequenti o più intensi tutti gli episodi di El Niño. La relazione tra riscaldamento globale ed ENSO resta oggetto di ricerca, perché il fenomeno dipende da interazioni complesse tra oceano, atmosfera e altri cicli climatici. È però più chiaro il modo in cui un’atmosfera più calda può aggravare gli effetti associati: contiene più vapore acqueo e dispone di maggiore energia, condizioni che possono aumentare il potenziale delle ondate di calore e delle precipitazioni estreme.

Le proiezioni climatiche indicano quindi una distinzione essenziale. Non è corretto sostenere che ogni futura estate rovente sarà provocata da El Niño, né che la sola oscillazione del Pacifico spieghi la tendenza al rialzo delle temperature. È più prudente affermare che gli episodi caldi dell’ENSO potranno sovrapporsi a un clima mediamente più caldo, aumentando in determinati periodi la probabilità di nuovi record. La valutazione dovrà considerare insieme stato dell’oceano, andamento delle temperature globali, umidità del suolo e circolazione atmosferica regionale.

Il vero motivo della preoccupazione: la sovrapposizione tra variabilità e riscaldamento

La preoccupazione scientifica nasce dalla combinazione di due processi diversi. El Niño è una fluttuazione naturale, temporanea e relativamente prevedibile su scale stagionali; il riscaldamento globale è una tendenza di lungo periodo legata soprattutto all’accumulo di gas serra. Quando le due componenti si sommano, la temperatura media può aumentare rapidamente e alcuni estremi possono diventare più probabili. Questo non significa che ogni record sia spiegabile soltanto con El Niño, ma che il fenomeno può rendere più evidente, per un periodo limitato, l’effetto di un clima già alterato.

Quali segnali monitorare prima di parlare di una nuova estate estrema

Per capire l’evoluzione non basta osservare la temperatura del Pacifico. I centri previsionali analizzano l’intensità dell’anomalia marina, la risposta degli alisei, la pressione atmosferica, l’andamento dell’oceano globale e le previsioni stagionali. Restano inoltre decisive le configurazioni regionali, soprattutto in Europa, dove la durata delle fasi anticicloniche e lo stato di umidità dei terreni possono influenzare la persistenza del caldo. La conclusione più solida, oggi, è che El Niño può accentuare il rischio termico globale, ma non sostituisce l’analisi climatica di lungo periodo né la previsione meteorologica locale.

Claudio Gamba

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