Gli incendi che stanno interessando l’Indonesia hanno raggiunto una dimensione rilevante anche sul piano climatico. Secondo il monitoraggio Fire Emissions Watch di Copernicus, nelle ultime sette giornate le emissioni di carbonio associate ai roghi sono arrivate a circa 17,1 milioni di tonnellate, un valore pari al 429% della media stagionale. Nello stesso confronto, l’Indonesia risulta seconda soltanto alla Russia per intensità stimata delle emissioni. Il dato descrive la quantità di carbonio rilasciata dagli incendi osservati via satellite e non equivale automaticamente alla superficie bruciata.

I roghi nelle foreste e nelle torbiere indonesiane hanno spinto le emissioni stimate di carbonio ben oltre la media stagionale, secondo il monitoraggio Copernicus. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La recrudescenza si colloca tra la fine di luglio e le prime settimane di agosto, quando in Indonesia è iniziata la fase più delicata della stagione degli incendi. Copernicus segnala che l’attività può essere rafforzata da El Niño, il fenomeno oceanico-atmosferico che tende a rendere più calde e asciutte alcune regioni del Sud-est asiatico. Non basta però un singolo fattore meteorologico a spiegare l’emergenza: condizioni secche, uso del fuoco per liberare terreni e caratteristiche delle torbiere contribuiscono insieme alla propagazione e alla persistenza delle fiamme.
Il numero degli hotspot rilevati ad agosto ha superato quota 9.000, oltrepassando i 5.077 punti registrati nello stesso mese del 2015, l’anno che precedette una delle peggiori crisi degli incendi indonesiani. Il confronto deve essere letto con cautela: un hotspot è una rilevazione satellitare di calore e non coincide necessariamente con un incendio distinto o con una superficie già bruciata. Il dato segnala comunque una forte concentrazione di anomalie termiche e conferma l’accelerazione della stagione in corso.
I fronti più difficili da gestire si trovano soprattutto nelle aree forestali e nelle torbiere di Kalimantan, sull’isola del Borneo, e in diverse province di Sumatra. In questi ambienti il fuoco può avanzare in superficie, ma anche restare attivo sotto lo strato del terreno, rendendo più complessa l’individuazione dei focolai residui. Le autorità indonesiane hanno indicato tra le zone prioritarie il Kalimantan occidentale, centrale e meridionale, oltre a Riau, Sumatra meridionale e Jambi.
La crisi ha già assunto una dimensione territoriale ampia. Le autorità hanno riferito che gli incendi hanno bruciato oltre 36.000 ettari in dieci province, mentre la foschia ha raggiunto anche la Malaysia e il Brunei. A Pontianak, nel Kalimantan occidentale, la riduzione della visibilità ha condizionato la circolazione e le operazioni aeree. Le rilevazioni locali hanno indicato valori inferiori a un chilometro nelle prime ore del mattino, con un miglioramento successivo, ma il fumo continua a rappresentare un problema per la popolazione.
Per limitare l’estensione dei roghi è stata rafforzata la risposta dal cielo. Nell’area di Kalimantan sono stati impiegati aerei per il monitoraggio, il lancio d’acqua e la modifica delle condizioni atmosferiche, mentre altri elicotteri operano su Sumatra. In Kalimantan occidentale, una task force ha schierato otto velivoli: sei destinati alle pattuglie e al water bombing e due trasferiti verso il distretto di Ketapang, dove la concentrazione degli hotspot è risultata particolarmente elevata.
Accanto allo spegnimento diretto viene utilizzato il cloud seeding, cioè la dispersione di particelle di sale o di ioduro nelle nubi considerate adatte a produrre precipitazioni. L’obiettivo è aumentare la pioggia sulle zone in emergenza e ridurre la siccità del suolo, ma la tecnica dipende dalla presenza e dalla struttura delle nubi: non può creare precipitazioni dal cielo sereno e non sostituisce le squadre impegnate a terra. In Kalimantan occidentale le operazioni di modifica meteorologica hanno prodotto nove missioni tra il 13 e il 17 agosto.
La risposta comprende anche il versante giudiziario e il controllo delle attività economiche. La polizia ha arrestato 72 persone sospettate di avere appiccato alcuni incendi; le indagini riguardano 89 casi distribuiti tra province del Borneo e di Sumatra. Quattro società sono inoltre sotto esame per il possibile uso del fuoco nella pulizia dei terreni. Il tema è centrale perché una parte degli incendi è collegata alla gestione del territorio, mentre la siccità e le torbiere asciutte favoriscono l’espansione dei focolai una volta iniziata la combustione.
L’emergenza non riguarda soltanto Sumatra e Borneo. Sull’isola di Giava, un incendio nel parco nazionale di Bromo Tengger Semeru ha interessato quasi 900 ettari e ha costretto le autorità a limitare l’accesso turistico. Il terreno accidentato e la presenza di focolai sui pendii hanno reso necessario l’impiego di elicotteri per raggiungere punti difficili da affrontare via terra. L’episodio mostra come la combinazione tra vegetazione secca, vento e accessibilità ridotta possa complicare la gestione anche fuori dalle principali aree di torbiera.
Il dato sulle emissioni non misura da solo l’impatto sanitario, ma indica la rapidità con cui la combustione sta aumentando. La foschia contiene particolato e altri prodotti della combustione, può ridurre la visibilità e attraversare i confini seguendo i venti regionali. Per questo Indonesia, Malaysia e Brunei stanno coordinando alcune attività operative. La priorità immediata resta spegnere i focolai e impedire la riaccensione delle torbiere, mentre il monitoraggio satellitare consente di seguire l’evoluzione delle emissioni anche nelle aree difficili da raggiungere.
Il superamento della media stagionale va interpretato come un campanello d’allarme operativo, non come la prova che l’Indonesia abbia già raggiunto i livelli delle peggiori annate storiche. Le stime disponibili mostrano una forte intensificazione recente, mentre le autorità mantengono una risposta articolata tra pattugliamenti, lanci d’acqua, arresti e modifica meteorologica. La differenza decisiva sarà il controllo dei focolai sotterranei e la capacità di mantenere umide le torbiere, perché una pioggia breve potrebbe non eliminare il rischio di nuove riaccensioni.
L’evoluzione dei prossimi giorni dipenderà soprattutto dalla disponibilità di nubi capaci di produrre piogge efficaci e dalla persistenza della fase secca. Le previsioni citate dalle autorità indicano condizioni ancora prevalentemente asciutte in alcune aree del Kalimantan centrale fino alla fine di agosto, con crescita nuvolosa e precipitazioni limitate. Il monitoraggio dovrà quindi concentrarsi sull’andamento giornaliero degli hotspot, sulla qualità dell’aria, sulla visibilità e sulle emissioni stimate da Copernicus, distinguendo i segnali di attenuazione da semplici cali temporanei.
Un elemento da osservare sarà il passaggio dalla risposta emergenziale alla prevenzione. Le autorità hanno indicato l’obiettivo di intervenire rapidamente su ogni hotspot, rafforzando il collegamento tra dati satellitari, squadre a terra e mezzi aerei. Se questo sistema riuscirà a ridurre i tempi tra rilevazione e spegnimento, l’aumento degli hotspot potrebbe non trasformarsi in una stagione paragonabile al 2015. La valutazione resta però condizionata dalla durata della siccità e dalla capacità di impedire che le torbiere continuino a bruciare sotto la superficie.



















