Ozono in aumento nelle città italiane, l’estate 2026 mette sotto pressione la qualità dell’aria

I dati aggiornati a fine agosto indicano numerosi superamenti della soglia di 120 microgrammi per metro cubo, mentre caldo e sole alimentano la chimica dell’ozono vicino al suolo.

L’estate 2026 consegna un segnale netto sul fronte dell’inquinamento fotochimico: in diverse stazioni urbane italiane l’ozono ha superato per molti giorni la soglia di 120 microgrammi per metro cubo. Secondo i dati aggiornati a fine agosto del progetto Cambiamo Aria, elaborati sulle rilevazioni ARPA e SNPA, il valore è stato oltrepassato per 77 giorni alla stazione Bergamo-Meucci. Seguono Vicenza-Quartiere Italia con 69 giornate, Torino-Lingotto e Torino-Rubino con 67, Milano-Verziere con 66 e Verona-Giarol Grande con 65. Il dato descrive la frequenza dei superamenti nella stagione considerata e non equivale, da solo, alla concentrazione massima registrata o a un’emergenza sanitaria uniforme in tutte le città.

Ozono in aumento nelle città italiane: l’estate 2026 mette sotto pressione la qualità dell’aria

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La prima distinzione necessaria riguarda la quota dell’atmosfera. L’ozono presente nella stratosfera forma lo scudo naturale che assorbe parte della radiazione ultravioletta; quello misurato dalle centraline urbane si trova invece nella troposfera, cioè nello strato d’aria a contatto con il suolo. Qui non viene emesso direttamente in quantità rilevanti da una singola sorgente, ma si forma attraverso reazioni chimiche tra precursori, soprattutto ossidi di azoto e composti organici volatili. Per questo l’ozono è definito un inquinante secondario: nasce nell’atmosfera a partire da emissioni legate a traffico, industria, combustioni, solventi e altre attività, con un contributo anche di sorgenti naturali.

Il caldo, da solo, non produce ozono. Il suo effetto si combina con la radiazione solare intensa e con la presenza dei precursori nell’aria. La luce innesca e accelera le reazioni fotochimiche; temperature alte e condizioni atmosferiche stabili possono favorire la permanenza di masse d’aria ricche di sostanze reattive, soprattutto durante le ore centrali e pomeridiane. La velocità del vento, la direzione delle correnti e il ricambio dell’aria modificano invece il risultato finale: una ventilazione più efficace può disperdere i precursori e l’ozono, mentre situazioni stagnanti tendono a mantenerli più a lungo nell’ambiente urbano. L’andamento stagionale dell’inquinante dipende quindi dall’interazione tra emissioni e meteorologia.

La distribuzione dei superamenti mostra una concentrazione significativa nel Nord Italia, ma non consente di attribuire il fenomeno a una sola causa locale. Bergamo, Torino, Milano e Verona appartengono a contesti urbani diversi, con differenti assetti emissivi, orografia, ventilazione e caratteristiche della rete di monitoraggio. Anche la collocazione della centralina conta: una stazione urbana misura le condizioni del punto specifico e non rappresenta in modo automatico ogni quartiere o l’intero territorio provinciale. Il confronto tra stazioni deve dunque essere letto come indicatore della frequenza dei superamenti osservati, non come una graduatoria assoluta della qualità dell’aria di tutte le città italiane.

Sul piano sanitario, l’ozono è un gas fortemente ossidante. L’esposizione a concentrazioni elevate può irritare le vie respiratorie, provocare difficoltà nella respirazione, ridurre la funzione polmonare e aggravare l’asma. I disturbi possono risultare più evidenti durante l’attività fisica all’aperto, perché aumenta la quantità d’aria inspirata e l’esposizione può coincidere con le ore in cui l’ozono raggiunge i valori più alti. Bambini, anziani, persone con asma o altre malattie respiratorie e soggetti con condizioni di salute già compromesse rappresentano i gruppi che richiedono maggiore prudenza nei periodi di forte concentrazione.

L’ozono non va confuso con il particolato, il biossido di azoto o il monossido di carbonio. PM10 e PM2,5 sono particelle solide o liquide sospese nell’aria e possono penetrare in profondità nell’apparato respiratorio; il biossido di azoto è un gas emesso soprattutto dai processi di combustione ed è anche uno dei precursori dell’ozono; il monossido di carbonio deriva da combustioni incomplete. L’ozono, invece, è un gas secondario che tende a crescere con sole e stabilità atmosferica. Le diverse sostanze possono coesistere, ma i loro meccanismi di formazione, i tempi di accumulo e gli effetti sanitari non sono identici.

La soglia citata nei dati di Cambiamo Aria va interpretata secondo il criterio di misurazione previsto per l’ozono. Nelle valutazioni della qualità dell’aria si utilizzano spesso medie calcolate su più ore, non il singolo picco istantaneo rilevato dalla centralina. Il numero di giornate oltre il valore di riferimento indica quindi la frequenza con cui la concentrazione ha superato il limite operativo considerato nel periodo, ma non definisce da solo l’intensità complessiva dell’esposizione della popolazione. Per una lettura completa servirebbero anche durata dei superamenti, valori massimi, distribuzione oraria e confronto con gli anni precedenti.

La risposta al problema non può concentrarsi soltanto sulle giornate in cui l’ozono sale. Poiché l’inquinante si forma nell’aria a partire da precursori emessi anche a distanza dalla centralina, la riduzione delle emissioni deve riguardare traffico, attività industriali, combustioni, solventi e altri comparti. Le politiche locali possono limitare alcune sorgenti, ma la chimica dell’ozono e il trasporto delle masse d’aria rendono necessario un coordinamento più ampio tra comuni, regioni e livelli nazionali. Il monitoraggio delle ARPA resta essenziale per individuare le fasi critiche e valutare se i provvedimenti producono risultati misurabili.

Nei giorni indicati dai bollettini sulla qualità dell’aria, la cautela più utile riguarda la gestione dell’esposizione. Le persone sensibili dovrebbero seguire gli aggiornamenti delle autorità ambientali e sanitarie, valutando di ridurre l’attività fisica intensa all’aperto nelle ore di maggiore irraggiamento quando i livelli risultano elevati. Non si tratta di sostituire le indicazioni mediche, ma di limitare il tempo trascorso in condizioni sfavorevoli. Anche la popolazione generale può contribuire riducendo, quando possibile, l’uso di veicoli e prodotti che rilasciano precursori, soprattutto durante le fasi estive più calde e stabili.

Il dato più importante dell’estate 2026 non è soltanto il primato numerico di una singola stazione, ma la ripetizione dei superamenti in più città e in contesti differenti. Una stagione calda e soleggiata può amplificare un problema già legato alle emissioni, rendendo più evidente il ruolo della meteorologia nella qualità dell’aria. Tuttavia, ogni conclusione deve restare ancorata alla serie storica completa, alla validazione delle misure e alla distinzione tra soglia normativa, valore guida sanitario e concentrazione effettivamente respirata dalle persone. I numeri segnalano una pressione crescente, ma la valutazione del rischio richiede più indicatori.

La frequenza dei superamenti osservati nel Nord Italia può essere letta come il risultato dell’intreccio tra elevata disponibilità di precursori, densità urbana e condizioni meteorologiche favorevoli alla fotochimica. In una stagione con molte giornate calde e luminose, il sistema può diventare più sensibile alle variazioni delle emissioni e al ricambio dell’aria. Questa interpretazione non autorizza però a trasformare il dato di alcune centraline in una misura uniforme per tutta la valle Padana. Le differenze tra quartieri, stazioni e giornate restano decisive. Il monitoraggio continuo serve proprio a distinguere la componente generale da quella locale.

Per capire se il 2026 rappresenti un episodio isolato o una tendenza più strutturale occorrerà confrontare i dati validati con le serie degli anni precedenti, considerando sia il numero dei giorni oltre soglia sia l’andamento delle temperature, della radiazione solare e della ventilazione. Sarà utile osservare anche la risposta delle concentrazioni alle riduzioni degli ossidi di azoto e dei composti organici volatili. Le future estati potranno riproporre condizioni favorevoli all’ozono, ma la loro intensità non è determinabile in anticipo sulla sola base del caldo atteso. La prospettiva più solida resta quella di integrare previsioni meteorologiche, inventari emissivi e misure delle centraline.

Claudio Gamba

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