Il rafforzamento dell’anticiclone subtropicale sul Mediterraneo prepara una nuova fase di caldo anomalo sulle Alpi. Tra sabato 5 e domenica 6 settembre 2026, le proiezioni indicano una possibile risalita dello zero termico fino a quote prossime ai 5.000 metri, o comunque oltre i 4.800 metri nei momenti più favorevoli. Si tratta di una previsione ancora soggetta agli aggiustamenti dei prossimi aggiornamenti, ma il segnale atmosferico è già chiaro: l’aria molto mite interesserà anche i livelli più elevati della catena alpina.

L’anticiclone subtropicale potrebbe spingere lo zero termico vicino ai 5.000 metri tra sabato 5 e domenica 6 settembre, con valori eccezionali per l’inizio dell’autunno meteorologico. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La dinamica prevista nasce dall’espansione verso nord di una vasta struttura anticiclonica, collegata a un afflusso di aria calda di matrice nordafricana. Il campo di alta pressione dovrebbe favorire condizioni in prevalenza stabili e soleggiate fino all’inizio della prossima settimana, con un aumento delle temperature soprattutto in quota. Secondo il bollettino meteorologico valdostano, le Alpi restano sul margine di una circolazione depressionaria presente sull’Europa settentrionale, mentre il promontorio mediterraneo tende a rinforzarsi e ad allargarsi.
Il passaggio più caldo è atteso nel fine settimana, con temperature al suolo molto superiori ai valori tipici di inizio settembre e punte previste fino a 35-36 gradi in diverse zone italiane. Sulle pianure del Nord gli scenari disponibili indicano valori massimi spesso oltre i 33-34 gradi, mentre sulle Alpi il dato più significativo sarà l’estensione verticale del caldo. Il confronto con una quota dello zero termico normalmente collocata intorno ai 3.200 metri nello stesso periodo evidenzia l’eccezionalità dell’episodio.
Lo zero termico è l’altitudine alla quale, nella libera atmosfera, la temperatura raggiunge 0 °C. Non coincide automaticamente con il limite della neve al suolo e non descrive la temperatura di ogni singola vetta, perché esposizione, vento, inversioni e caratteristiche locali possono modificare il quadro. Tuttavia rappresenta un indicatore essenziale per valutare la persistenza del gelo, la conservazione della neve e l’equilibrio termico dei ghiacciai. Quando la quota sale molto, una parte maggiore dell’ambiente d’alta montagna resta esposta a temperature positive.
Il rischio più immediato riguarda la criosfera alpina, già provata da stagioni recenti caratterizzate da frequenti episodi di caldo in quota. I dati raccolti dalla stazione automatica del Monte Bianco, installata a 4.750 metri, hanno documentato anche nel 2026 il superamento dello zero e periodi di fusione intensa. In presenza di temperature positive persistenti, la neve perde più rapidamente la propria funzione isolante, mentre il ghiaccio scoperto può subire un’ablazione più rapida, con effetti sui bilanci stagionali dei ghiacciai.
Il caldo in quota non produce soltanto una riduzione della massa nevosa e glaciale. Il riscaldamento progressivo del terreno permanentemente ghiacciato, cioè il permafrost, può indebolire il materiale che contribuisce alla stabilità di pareti rocciose e versanti detritici. Il processo non implica automaticamente crolli durante il weekend, ma aumenta la necessità di prudenza nei settori d’alta montagna dove sono presenti ghiaccio, roccia fratturata e percorsi esposti. Le condizioni locali dovranno essere valutate attraverso i bollettini e le indicazioni degli enti competenti.
Il contesto osservato in Piemonte conferma la vulnerabilità del sistema glaciale alpino. La campagna di monitoraggio 2025 ha rilevato 108 ghiacciai in contrazione su 161 corpi glaciali considerati, con una perdita complessiva di superficie pari a 0,59 chilometri quadrati rispetto ai rilievi precedenti. L’Agenzia regionale segnala inoltre che gli effetti più marcati interessano soprattutto i ghiacciai, o le loro porzioni, collocati sotto i 3.100-3.200 metri. Un singolo fine settimana caldo non determina da solo l’evoluzione di un ghiacciaio, ma può aggravare un bilancio già sfavorevole se inserito in una sequenza prolungata.
Per chi frequenta la montagna, il punto centrale non è soltanto il valore massimo dello zero termico, ma la sua durata e la mancanza di un adeguato raffreddamento notturno. Neve e ghiaccio possono trasformarsi rapidamente durante le ore più miti, mentre il disgelo può favorire acqua di fusione, perdita di consistenza e maggiore instabilità di alcuni tratti. Le escursioni e le ascensioni dovranno quindi essere pianificate consultando i bollettini locali, considerando l’orario, l’esposizione dei pendii e l’eventuale presenza di ghiacciai o terreno degradato.
L’episodio non è necessariamente destinato a durare a lungo. Le indicazioni disponibili suggeriscono che una possibile svolta possa intervenire nella settimana successiva, quando correnti più fresche e instabili provenienti dal Nord Europa potrebbero erodere il campo anticiclonico. Il cambiamento, se confermato, potrebbe riportare maggiore instabilità sulle regioni settentrionali e favorire un calo termico, ma i tempi e l’intensità restano da verificare con l’avvicinarsi dell’evento. Fino ad allora, l’inizio di settembre manterrà caratteristiche insolitamente estive anche sulle montagne.
Un precedente aiuta a comprendere la portata del segnale senza trasformarlo in un confronto diretto. Nel settembre 2023, durante una fase di alta pressione bloccata tra Europa centrale e Nord Italia, lo zero termico raggiunse 5.170 metri a Cuneo-Levaldigi e 5.150 metri a Payerne. Alla Capanna Margherita, a 4.554 metri sul Monte Rosa, furono registrate temperature minime pari o superiori a 0 °C per 4 giorni e 17 ore consecutive. Il dato mostra che valori simili sono meteorologicamente possibili, ma anche che la loro rilevanza dipende dalla persistenza e dagli effetti osservati sul territorio.
La previsione dello zero termico a quote vicine ai 5.000 metri va letta come un’indicazione di massima e non come una quota uniforme su tutte le Alpi. I modelli descrivono una colonna d’aria molto calda e stabile, ma l’altitudine dello zero può variare tra settore occidentale, centrale e orientale, oltre che nel corso della giornata. Per questo motivo, il valore definitivo dovrà essere verificato nei prossimi bollettini, insieme all’eventuale comparsa di nubi, rovesci o correnti più fresche capaci di abbassare localmente la quota di congelamento.
L’acqua prodotta dalla fusione della neve d’alta quota può alimentare anticipatamente i deflussi nei torrenti alpini, soprattutto quando il caldo interessa superfici ancora innevate e ghiacciate. Questo effetto non equivale automaticamente a un rischio di piena: per valutarlo servono quantità di neve presente, intensità della fusione, precipitazioni, condizioni dei suoli e andamento dei corsi d’acqua. Resta però un parametro importante da osservare, perché il bilancio glaciale e quello idrologico sono strettamente collegati durante le fasi calde della stagione.
Nei prossimi giorni l’attenzione dovrà concentrarsi su quattro elementi: la quota effettivamente raggiunta dallo zero termico, la durata delle temperature positive sopra i 4.000 metri, l’eventuale riduzione del raffreddamento notturno e l’arrivo della ventilazione più fresca prevista dopo il fine settimana. Solo l’evoluzione combinata di questi fattori permetterà di stabilire se l’episodio resterà una breve parentesi calda o se contribuirà in modo più significativo alla fusione di neve e ghiaccio. La tendenza generale è già definita, ma l’impatto finale dipenderà dalla persistenza.
Il valore vicino ai 5.000 metri è rilevante perché porta il caldo molto vicino alle cime più elevate della catena, ma non deve essere confuso con un record assoluto né con la prova che ogni superficie glaciale fonda nello stesso modo. La lettura più solida riguarda la combinazione tra anomalia termica, estensione verticale dell’aria mite e fragilità preesistente della criosfera. I dati di ARPA Piemonte e Valle d’Aosta mostrano infatti che gli ambienti sopra i 4.000 metri non sono più estranei a periodi con temperature positive, mentre le serie glaciologiche confermano un deterioramento di lungo periodo. L’episodio di settembre va quindi interpretato come un ulteriore stress dentro una tendenza già documentata, non come un fenomeno isolato capace da solo di spiegare l’evoluzione dei ghiacciai.
Lo scenario più probabile per il weekend resta quello di una fase calda e stabile, con zero termico molto elevato e condizioni generalmente favorevoli al turismo in valle, ma più delicate sui ghiacciai e sulle vie d’alta quota. Se l’anticiclone riuscirà a mantenere la propria struttura anche oltre lunedì 7 settembre, la fusione potrà proseguire più a lungo; se invece avanzeranno rapidamente le correnti fresche attese dal Nord Europa, il raffreddamento limiterà la durata dell’anomalia. Il monitoraggio dovrà dunque proseguire senza affidarsi a una singola emissione modellistica, soprattutto per le attività alpinistiche e per i settori interessati dal permafrost.

















