La produzione mondiale di biocarburanti potrebbe aumentare di quasi il 70% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2025. La stima nasce dalla nuova corsa dei governi a ridurre la dipendenza dal petrolio e a rafforzare le forniture nazionali dopo la crisi energetica nel Golfo. L’accelerazione, tuttavia, non riguarda soltanto gli impianti: coinvolge direttamente campi agricoli, risorse idriche, prezzi degli alimenti e aree forestali. Il punto decisivo è capire quale biomassa verrà utilizzata e con quali regole.

L’espansione dei biocarburanti convenzionali può aumentare la domanda di mais, zucchero e oli vegetali, trasferendo la pressione energetica sui terreni agricoli. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Secondo l’analisi di Chatham House e Forest Stewardship Council, l’attuazione completa dei nuovi mandati di miscelazione potrebbe richiedere fino a 36 milioni di ettari agricoli aggiuntivi entro il 2030. La superficie è paragonabile a quella della Germania. Il dato non indica necessariamente che ogni ettaro verrebbe trasformato da foresta a coltura energetica, ma segnala l’ordine di grandezza della competizione per la terra se la domanda crescesse più rapidamente dei sistemi di certificazione, della pianificazione territoriale e dei controlli.
Nel 2023, la superficie mondiale utilizzata per coltivare materie prime destinate ai biocarburanti era stimata in circa 32 milioni di ettari. Una parte dell’incremento al 2030 era già prevista prima dell’ultima accelerazione delle politiche energetiche, ma i nuovi obiettivi potrebbero più che raddoppiare la terra aggiuntiva necessaria rispetto alle proiezioni iniziali. La maggior parte della crescita dei carburanti convenzionali dipende ancora da colture che hanno anche un valore alimentare o zootecnico, come mais, canna da zucchero, soia e altre oleaginose.
I biocarburanti da colture appartengono soprattutto alla cosiddetta prima generazione. L’etanolo viene prodotto da piante ricche di zuccheri o amidi, mentre il biodiesel deriva principalmente da oli vegetali, grassi animali e materie prime analoghe. Sono tecnologie già disponibili, compatibili con infrastrutture esistenti e quindi più rapide da espandere. Proprio questa maturità industriale, però, può spingere la domanda verso raccolti già inseriti nei mercati alimentari, aumentando il rischio che energia, mangimi e alimenti competano per le stesse produzioni.
La pressione sui prezzi non sarebbe automatica né uguale in ogni Paese, ma può manifestarsi quando una quota crescente dei raccolti viene indirizzata verso i carburanti. L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato che il consumo di oli vegetali per biocarburanti sarebbe aumentato del 46% tra il 2022 e il 2027, raggiungendo 54 milioni di tonnellate, mentre la quota della produzione destinata a questo uso sarebbe salita dal 17% al 23%. In presenza di raccolti scarsi o di mercati già tesi, una maggiore domanda energetica può ridurre la disponibilità per alimenti e mangimi.
L’impatto ambientale dipende anche dal luogo e dal metodo di coltivazione. Le piantagioni intensive possono aumentare il fabbisogno irriguo, il consumo di fertilizzanti e il rischio di erosione, soprattutto nelle regioni già esposte a siccità e stress idrico. Se l’espansione interessa terreni naturali, il bilancio climatico può peggiorare per la perdita del carbonio immagazzinato nella vegetazione e nel suolo. La conversione di habitat, inoltre, riduce la biodiversità e frammenta gli ecosistemi, con conseguenze che non si esauriscono nel ciclo produttivo del carburante.
Diverso è il caso dei carburanti ottenuti da rifiuti, residui agricoli, scarti organici, biomasse legnose e altre fonti non direttamente alimentari. Queste materie prime possono ridurre la competizione con i raccolti, ma non sono illimitate: alcuni residui servono già a mantenere la fertilità del terreno, alimentare il bestiame o produrre materiali. La disponibilità sostenibile dipende quindi dai bilanci locali e dalla capacità di evitare prelievi eccessivi. Le tecnologie avanzate possono ampliare le opzioni, ma spesso richiedono impianti più complessi e non hanno ancora la stessa diffusione dei carburanti convenzionali.
Il ruolo dei biocarburanti potrebbe risultare più giustificato nei settori dove l’elettrificazione diretta procede più lentamente, come parte del trasporto pesante, la navigazione e alcuni impieghi dell’aviazione. Per le automobili e per una quota crescente dei trasporti leggeri, invece, l’efficienza dei veicoli elettrici può limitare la necessità di destinare grandi superfici agricole alla produzione di carburante. Questa distinzione è centrale: usare biomassa sostenibile in applicazioni difficili da sostituire non equivale a trasformarla nella soluzione generalizzata per tutto il sistema dei trasporti.
Le differenze nazionali possono essere molto marcate. In Indonesia, uno studio pubblicato su Nature Sustainability ha stimato che il raggiungimento dell’obiettivo B50, cioè una miscela con il 50% di biodiesel, potrebbe richiedere tra 4,85 e 8,55 milioni di ettari in scenari caratterizzati da una significativa conversione del territorio. La stessa ricerca evidenzia sovrapposizioni tra aree utili alla produzione energetica, obiettivi di autosufficienza alimentare e zone di interesse per la conservazione forestale. Il caso mostra perché le percentuali di miscelazione non possano essere valutate senza una mappa degli usi del suolo.
Il vantaggio climatico dei biocarburanti deve essere calcolato sull’intero ciclo di vita, non soltanto sulle emissioni del motore. Coltivazione, fertilizzanti, lavorazione, trasporto e cambiamento d’uso del suolo possono ridurre o annullare il beneficio atteso. Quando una foresta viene abbattuta per creare spazio a una coltura energetica, il rilascio del carbonio accumulato può rendere il bilancio peggiore rispetto ai carburanti fossili per un periodo anche lungo. Per questo la crescita produttiva non coincide automaticamente con una riduzione delle emissioni.
La lettura complessiva dei dati suggerisce che il vero limite non sia soltanto la quantità di biomassa disponibile, ma la sua provenienza. Una crescita rapida fondata su mais, zucchero e oli vegetali trasferirebbe parte della volatilità del mercato petrolifero ai prezzi agricoli e alla disponibilità di acqua e terra. Una strategia più selettiva, concentrata su residui realmente disponibili, rifiuti e impieghi difficili da elettrificare, potrebbe contenere la pressione. Si tratta di una valutazione interpretativa: il risultato dipenderà dalle politiche adottate, dai controlli e dalla capacità di evitare la conversione di ecosistemi naturali.
Nei prossimi anni sarà necessario osservare soprattutto la distanza tra gli obiettivi annunciati e la disponibilità effettiva di materie prime sostenibili. Se i mandati aumenteranno più rapidamente dei sistemi di tracciabilità, il rischio sarà quello di certificare soltanto una parte della filiera lasciando senza controllo gli effetti indiretti sui mercati agricoli e sulle foreste. Al contrario, criteri più severi sul cambio d’uso del suolo, limiti al prelievo idrico e incentivi per rifiuti e residui potrebbero ridurre la pressione. Le proiezioni attuali non permettono di considerare già deciso nessuno di questi scenari.
Il boom atteso entro il 2030 potrebbe quindi rappresentare una risposta rapida alla sicurezza energetica, ma non una soluzione universale alla transizione climatica. La biomassa è una risorsa limitata e il suo impiego deve essere confrontato con alternative come elettrificazione, efficienza, energie rinnovabili e riduzione dei consumi. Il dato dei 36 milioni di ettari funziona soprattutto come avvertimento: senza una selezione rigorosa delle materie prime, il costo della nuova domanda potrebbe ricadere su alimenti, acqua, suolo e biodiversità.
Il passaggio da una crescita moderata a un incremento vicino al 70% in cinque anni cambia la scala del problema. Un’espansione del genere non può essere valutata soltanto attraverso i litri di carburante prodotti o la riduzione immediata delle importazioni di petrolio. La superficie aggiuntiva stimata equivale a una trasformazione territoriale potenzialmente ampia e concentra i rischi nei Paesi dove la terra agricola, l’acqua e le foreste sono già sottoposte a forti pressioni. L’interpretazione più prudente è che i biocarburanti possano avere un ruolo mirato, ma che l’uso di colture alimentari per alimentare una crescita generalizzata aumenti i conflitti tra energia e cibo. Il beneficio climatico, inoltre, resta condizionato alla provenienza della biomassa: una filiera da residui o rifiuti può avere un profilo diverso da una nuova piantagione ottenuta convertendo habitat naturali.
Lo scenario da monitorare fino al 2030 riguarda soprattutto la composizione della crescita. Se la nuova domanda sarà coperta prevalentemente da mais, canna da zucchero e oli vegetali, aumenteranno i rischi per prezzi alimentari, consumo d’acqua e uso del suolo. Se invece governi e imprese riusciranno a spostare una quota maggiore verso scarti, rifiuti organici e residui raccolti senza impoverire i terreni, la pressione potrebbe risultare più contenuta, anche se non scomparirebbe. Saranno decisivi i criteri di sostenibilità, la tracciabilità delle importazioni e l’esclusione delle materie prime legate alla deforestazione. Resta inoltre da verificare quanto rapidamente avanzeranno elettrificazione e rinnovabili: una crescita più lenta della domanda di carburanti liquidi potrebbe ridurre la superficie necessaria, mentre nuovi shock geopolitici potrebbero rafforzare la corsa ai mandati.
La questione dei biocarburanti non si esaurisce dunque nella contrapposizione tra carburanti fossili e fonti rinnovabili. Il nodo è decidere quali terreni, quali colture e quali residui debbano essere destinati all’energia, in quali Paesi e per quali trasporti. Il prossimo ciclo di politiche energetiche mostrerà se la sicurezza delle forniture verrà perseguita aumentando semplicemente i volumi oppure costruendo filiere più selettive, compatibili con la tutela del clima e degli ecosistemi.















