Meno spazio alle auto e più alberi: l’appello alle città mediterranee contro il caldo

La proposta rivolta a cento amministrazioni del Mediterraneo collega la riduzione dello spazio per le auto alla necessità di raffrescare le città e renderle più resilienti agli estremi climatici.

Ridurre lo spazio urbano riservato alle automobili per trasformarlo in viali alberati e nuove aree verdi: è il cuore dell’appello rivolto a cento città del Mediterraneo per affrontare gli effetti del riscaldamento globale. La proposta, rilanciata da Stefano Mancuso, indica un obiettivo preciso: entro i prossimi dieci anni rimuovere almeno il 15% della superficie oggi destinata al traffico automobilistico e sostituirla con infrastrutture verdi. Non si tratta soltanto di piantare alberi, ma di ripensare la distribuzione dello spazio pubblico, partendo dalle strade e dalle aree più esposte al calore.

Strada urbana mediterranea trasformata in viale alberato

La proposta punta a restituire alle persone parte dello spazio oggi occupato dal traffico, creando viali alberati capaci di offrire ombra e raffrescamento. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il punto di partenza è il modo in cui le città accumulano e restituiscono il calore. Asfalto, cemento e pavimentazioni scure assorbono energia durante le ore più soleggiate e la rilasciano lentamente, mantenendo elevate le temperature anche dopo il tramonto. L’effetto, noto come isola di calore urbana, può rendere i centri abitati più caldi rispetto alle campagne circostanti e aggravare l’esposizione durante le ondate di calore. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala che la differenza media tra centro urbano e aree rurali può arrivare a 3-5 gradi, soprattutto dove prevalgono superfici impermeabili e mancano zone verdi.

Gli alberi intervengono attraverso due meccanismi principali: l’ombra, che limita il riscaldamento diretto di strade e marciapiedi, e l’evapotraspirazione, cioè il rilascio di acqua nell’atmosfera attraverso le foglie. Insieme, questi processi possono migliorare il comfort termico nelle aree frequentate dalle persone e ridurre la temperatura percepita. Il beneficio, tuttavia, non è identico ovunque: dipende dal clima locale, dalla densità degli edifici, dalla disposizione delle chiome, dalla disponibilità d’acqua e dalla continuità della manutenzione. Per questo la forestazione urbana richiede progettazione, non soltanto nuove piantumazioni.

La questione climatica si intreccia con quella sanitaria. Parchi, giardini, alberature stradali e corridoi verdi possono favorire gli spostamenti a piedi o in bicicletta, attenuare il rumore, filtrare una parte degli inquinanti e offrire luoghi di riposo durante le giornate più calde. Le evidenze raccolte dall’Organizzazione mondiale della sanità associano gli spazi verdi a benefici fisici, psicologici e sociali, mentre l’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea che l’accesso alla natura urbana non è distribuito in modo uniforme. Nei quartieri più poveri e densamente costruiti, la carenza di ombra può aumentare la vulnerabilità di anziani, bambini e persone con problemi di salute.

La riduzione del 15% delle superfici destinate al traffico non equivale necessariamente alla cancellazione indiscriminata delle strade. Il significato operativo della proposta è spostare le priorità: meno spazio per la sosta e per la circolazione automobilistica dove esistono alternative, più marciapiedi ombreggiati, piste ciclabili, trasporto pubblico efficiente e aree permeabili. La trasformazione avrebbe una funzione climatica, ma anche urbanistica, perché renderebbe più continuo il rapporto tra abitazioni, servizi e spazi verdi. Senza alternative credibili, però, la riduzione delle carreggiate rischierebbe di produrre conflitti e disuguaglianze negli spostamenti.

Il Mediterraneo rappresenta un contesto particolarmente esposto all’aumento delle temperature e alla maggiore frequenza degli episodi di caldo intenso. Le città costiere e quelle caratterizzate da alta densità edilizia devono affrontare contemporaneamente stress termico, consumo di suolo, traffico e scarsità di spazi pubblici ombreggiati. L’Agenzia europea dell’ambiente evidenzia che le aree urbane dell’Europa meridionale dispongono spesso di meno verde rispetto a molte città del Nord e dell’Ovest. La proposta rivolta a cento amministrazioni assume quindi un valore territoriale: non un modello identico per tutti, ma un obiettivo comune da adattare a morfologia, clima e bisogni locali.

Piantare alberi non basta se non viene garantita la loro sopravvivenza nel tempo. La selezione delle specie deve tenere conto della disponibilità idrica, delle temperature attese, della qualità del suolo, dello spazio per le radici e della compatibilità con edifici e infrastrutture. Una gestione basata su poche specie può inoltre rendere il patrimonio arboreo più fragile davanti a parassiti, malattie e stress climatici. Le indicazioni europee sulla forestazione urbana insistono quindi sulla diversità biologica e strutturale, evitando soluzioni uniformi e privilegiando alberi capaci di adattarsi alle condizioni del luogo.

La riuscita di un programma di questo tipo dipenderà dalla capacità dei comuni di integrare verde, trasporti, edilizia e gestione delle acque. Gli interventi più efficaci non isolano l’albero dal resto della città: collegano parchi e strade ombreggiate, recuperano suoli impermeabilizzati, migliorano il drenaggio e concentrano gli investimenti nei quartieri più esposti al calore. Servono inoltre bilanci pluriennali per irrigazione, potature, sostituzioni e monitoraggio. L’esperienza europea mostra che la manutenzione è una condizione essenziale: senza risorse e responsabilità chiare, una piantumazione iniziale rischia di non produrre benefici duraturi.

Il valore politico dell’appello sta nella combinazione di un traguardo numerico e di una direzione urbanistica. Quel 15% non può essere interpretato come una misura automaticamente efficace in ogni città: la sua utilità dipenderà da dove verranno sottratti gli spazi alle auto, da quali quartieri riceveranno il verde e dalla qualità delle alternative di mobilità. La proposta, però, rende misurabile una discussione spesso generica sulla città sostenibile. Per valutare i risultati occorrerà seguire indicatori come ombreggiamento, temperature di superficie, accessibilità ai parchi, qualità dell’aria, uso del trasporto pubblico e sopravvivenza degli alberi.

La forestazione urbana può essere letta come una misura di adattamento prima ancora che come un gesto simbolico. Le chiome riducono l’irraggiamento, la vegetazione migliora la vivibilità degli spazi pubblici e i suoli permeabili possono contribuire a gestire l’acqua durante le precipitazioni intense. Ma i benefici non arrivano automaticamente a tutta la popolazione: se gli interventi si concentrano nei quartieri centrali o nelle zone più ricche, il rischio è ampliare le disuguaglianze ambientali. La priorità dovrebbe andare alle aree dove caldo, traffico e carenza di verde si sovrappongono.

Nei prossimi dieci anni la questione decisiva sarà verificare se l’appello produrrà piani concreti, con tempi, risorse e responsabilità pubbliche definite. Sarà importante capire quanti comuni aderiranno, quali superfici verranno realmente rinaturalizzate e se la riduzione dello spazio automobilistico sarà accompagnata da trasporto pubblico, percorsi pedonali e ciclabili sicuri. Anche il clima porrà condizioni differenti: siccità, incendi, piogge intense e nuove ondate di calore possono mettere sotto pressione gli alberi appena piantati. Le città dovranno quindi aggiornare periodicamente le strategie, correggendo gli interventi sulla base dei dati raccolti.

La prospettiva più solida non è quella di affidare agli alberi il compito di risolvere da soli il riscaldamento globale. Il verde urbano non sostituisce la riduzione delle emissioni, la decarbonizzazione dei trasporti o la protezione delle persone durante le emergenze di caldo. Può però diventare una componente concreta di una politica integrata, capace di unire mitigazione, adattamento e salute. Il successo dipenderà dalla continuità amministrativa e dalla partecipazione dei cittadini, perché modificare lo spazio stradale significa intervenire su abitudini consolidate e sulla distribuzione quotidiana delle opportunità urbane.

Enrico D'Orsi

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