Marmolada, il ghiacciaio perde 23 metri dopo l’estate più calda dal 1950

Le misurazioni del 2026 descrivono un'accelerazione della perdita di superficie e arretramento, mentre il caldo record riduce le riserve di neve in quota.

Il ghiacciaio della Marmolada ha chiuso l’estate 2026 con un bilancio particolarmente negativo. Le misurazioni della campagna glaciologica partecipata promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova indicano un arretramento medio di 23 metri sui segnali frontali, circa il triplo rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo la superficie complessiva è scesa da 92 a 83 ettari, con una perdita di nove ettari in dodici mesi. Il dato non equivale a una previsione matematica della scomparsa, ma segnala una forte accelerazione di una tendenza osservata da decenni.

Ghiacciaio della Marmolada ridotto dopo l'estate record

La Marmolada ha perso nove ettari in un solo anno e il fronte glaciale è arretrato mediamente di 23 metri, un dato tra i peggiori della serie recente. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Il contesto termico aiuta a comprendere la pressione esercitata sul ghiaccio. Secondo l’analisi del Cnr-Ibe, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 gradi a due metri dal suolo. Il precedente riferimento era l’estate del 2003, ferma a 23,6 gradi. Agosto ha segnato il valore più anomalo: 25,6 gradi medi, 5,2 gradi oltre la media del periodo 1951-1980 e 3,5 gradi sopra quella del trentennio 1991-2020.

Sulle Dolomiti l’estate appena conclusa è risultata la più calda almeno dal 1991, secondo i dati richiamati da ARPAV durante la campagna di monitoraggio. L’elemento più delicato non è soltanto la temperatura dell’aria, ma anche la mancanza di nevicate alle quote più alte. La neve riflette parte della radiazione solare e protegge il ghiaccio; quando viene a mancare, la superficie scura assorbe più energia e la fusione può procedere più rapidamente. Alla stazione del Piz Boè, inoltre, non è stato individuato terreno gelato a nessuna profondità, un segnale del degrado del permafrost in alta quota.

La risposta del ghiacciaio non è uniforme in tutti i settori. Il fronte occidentale mostra la situazione più critica: in due anni il suo arretramento ha raggiunto 120 metri e il margine del ghiaccio si trova ormai sopra quota 2.900 metri. Le differenze locali dipendono dalla morfologia, dall’esposizione, dalla distribuzione della neve e dalla presenza di superfici detritiche, che possono modificare l’assorbimento della radiazione e la circolazione dell’acqua di fusione. Per questo le campagne annuali non si limitano a una singola misura, ma confrontano diversi segnali frontali e la superficie complessiva.

L’ipotesi di una Marmolada quasi scomparsa entro una decina d’anni va letta come una proiezione condizionata, non come una scadenza certa. Mauro Varotto, responsabile scientifico della campagna dell’Università di Padova, ha collegato questa stima alla possibilità che si ripetano estati simili a quella del 2026. Un ghiacciaio non perde massa con un ritmo identico ogni anno: nevicate abbondanti, estati più fresche o periodi prolungati di copertura possono rallentare temporaneamente il processo. Tuttavia, la riduzione della superficie e la perdita di volume rendono più fragile il sistema e riducono la sua capacità di recupero.

Un arretramento paragonabile a quello del 2026 era stato osservato soltanto nel 2022, l’anno del crollo di una porzione del ghiacciaio che provocò undici vittime. Il confronto non significa che ogni stagione calda debba produrre un evento analogo, perché la stabilità di una massa glaciale dipende da geometria, acqua interna, fratture e condizioni del substrato. Indica però che il riscaldamento prolungato può accentuare sia la fusione superficiale sia i processi di instabilità. Per questo la Marmolada viene studiata anche con rilievi geofisici, droni e strumenti capaci di ricostruire la struttura interna del ghiaccio.

La perdita della Marmolada ha un valore che va oltre il paesaggio e la memoria delle Dolomiti. I ghiacciai funzionano come serbatoi naturali: accumulano neve durante la stagione fredda e rilasciano acqua durante la fusione estiva. La loro riduzione modifica nel tempo la disponibilità idrica, gli ecosistemi d’alta quota e le condizioni di sicurezza lungo i versanti. L’impatto non è identico in ogni valle e non può essere dedotto dal solo arretramento frontale, ma la tendenza generale è coerente con il riscaldamento osservato sull’arco alpino e con la diminuzione della permanenza della neve.

Per i prossimi mesi non è possibile trasformare i dati estivi in una previsione certa sull’evoluzione del ghiacciaio. Le proiezioni stagionali possono indicare segnali medi di temperatura, ma non stabiliscono con precisione quanta neve cadrà sulla Marmolada, a quale quota e con quale durata della copertura. Il monitoraggio dovrà quindi concentrarsi sul bilancio tra accumulo invernale e fusione estiva, sulla quota dello zero termico, sulle precipitazioni solide e sulla stabilità dei settori più fratturati. Saranno questi elementi, più della singola giornata fredda, a determinare il bilancio della prossima stagione.

Il dato più importante non è soltanto il numero di metri persi nel 2026, ma la combinazione tra arretramento frontale, riduzione della superficie e assenza di neve in quota. Presi insieme, questi indicatori descrivono un bilancio glaciale fortemente negativo. La Marmolada diventa così un osservatorio diretto degli effetti del riscaldamento: la risposta del ghiaccio rende visibile, con misure ripetute nel tempo, ciò che le medie termiche raccontano su scala nazionale. La cautela resta necessaria, ma la direzione del cambiamento è difficilmente compatibile con la conservazione dell’attuale apparato glaciale.

La riduzione del ghiaccio comporta conseguenze diverse a seconda del settore osservato. Dove il fronte arretra, cambiano i percorsi, la morfologia delle rocce e la distribuzione dell’acqua di fusione; dove il permafrost perde continuità, può aumentare la predisposizione a instabilità locali, senza che questo implichi automaticamente un pericolo immediato o generalizzato. Il punto editoriale è un altro: la montagna non sta semplicemente perdendo un elemento paesaggistico, ma sta modificando i propri equilibri fisici. Le misure raccolte nel 2026 rendono questa trasformazione più rapida e più difficile da ignorare.

La prossima verifica decisiva sarà il confronto tra la neve accumulata durante l’inverno e il ghiaccio perso nella stagione calda. Una stagione fredda più nevosa potrebbe attenuare il bilancio negativo, ma non cancellerebbe automaticamente le perdite già registrate. Al contrario, un nuovo inverno povero di precipitazioni solide seguito da temperature elevate renderebbe più plausibile una prosecuzione del ritmo attuale. La previsione di una scomparsa entro dieci anni resta quindi legata a uno scenario, non a un calendario inevitabile. Il dato certo è che il margine di ghiaccio si è ridotto e che ogni estate estrema pesa sempre di più.

Alessandro Cortini

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