Ai Campi Flegrei la crisi bradisismica prosegue da oltre vent’anni e continua a modificare il territorio attorno a Pozzuoli. Il terreno si è sollevato complessivamente di più di un metro e mezzo dall’inizio dell’attuale fase, mentre dal 2023 la frequenza dei terremoti è aumentata in modo evidente. Il tema più delicato riguarda la possibilità, indicata in alcuni scenari scientifici, di eventi sismici fino a magnitudo 5.1: non una previsione puntuale, ma una stima legata alla particolare struttura del vulcano e alla pressione che si accumula nella crosta.

Il bradisismo dei Campi Flegrei ha sollevato il terreno di oltre un metro e mezzo dall’inizio dell’attuale crisi, accompagnando l’aumento della sismicità.
Il vulcano che non ha la forma di una montagna
I Campi Flegrei non sono un cono vulcanico isolato come il Vesuvio, ma una grande caldera, cioè una depressione vulcanica ampia e complessa. Il sistema si sviluppa anche sotto il golfo di Pozzuoli e comprende numerose bocche eruttive, fumarole e zone caratterizzate da attività idrotermale. Per questo il vulcano viene spesso definito invisibile: gran parte della sua struttura si trova sotto il terreno e il mare, senza un unico edificio capace di rendere immediatamente riconoscibile il centro dell’attività.
Il bradisismo consiste in movimenti verticali del suolo, alternando fasi di sollevamento e abbassamento. Nell’attuale crisi, iniziata nel 2005, il fenomeno è stato accompagnato da una progressiva deformazione della crosta e da sciami sismici sempre più frequenti. Secondo le ricostruzioni dell’INGV, l’origine può essere collegata a intrusioni magmatiche profonde, a circa quattro chilometri, e alla risposta dei fluidi caldi presenti nel sistema idrotermale. Il magma non deve necessariamente raggiungere la superficie per provocare pressione, deformazioni e terremoti.

Le reti dell’INGV controllano terremoti, deformazioni del suolo e parametri idrotermali per valutare l’evoluzione della crisi flegrea.
Il sollevamento non è distribuito in modo uniforme su tutta l’area. Le deformazioni più importanti si concentrano nella zona flegrea, dove il terreno reagisce alla pressione interna e alla circolazione dei fluidi. Gli studi geofisici hanno inoltre individuato livelli poco permeabili nella crosta, collocati a differenti profondità, che possono favorire l’accumulo di pressione e condizionare la distribuzione della sismicità. La conseguenza è una sequenza di terremoti generalmente superficiali, spesso avvertiti con intensità dalla popolazione anche quando la magnitudo resta contenuta.
Dal 2023 più terremoti e sequenze più energiche
Nel corso del 2023 si è osservato un nuovo incremento nella frequenza degli eventi, con sciami sismici composti in gran parte da scosse di bassa magnitudo ma intervallati da terremoti più forti. La Protezione Civile sottolinea che circa il 90% degli eventi registrati nel 2023 ha avuto magnitudo inferiore a 1.0. Tuttavia, la rilevanza della crisi non dipende soltanto dal numero totale delle scosse: contano anche la loro profondità, la posizione, la durata degli sciami e il rapporto con l’andamento del sollevamento del suolo.
Nell’arco di circa due anni e mezzo, undici terremoti hanno superato magnitudo 4 secondo il quadro richiamato nel titolo di partenza. Tra gli eventi più significativi ricordati dalla Protezione Civile figurano le scosse del 13 maggio 2025, valutata magnitudo 4.4, e del 30 giugno 2025, localizzata in mare e stimata a magnitudo 4.6. Nel 2026 l’attività è rimasta sostenuta: il monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano ha registrato centinaia di terremoti anche nei mesi più recenti, con eventi massimi superiori a magnitudo 4.
La possibilità di scosse fino a magnitudo 5.1 deve essere interpretata con cautela. Si tratta di un limite di scenario associato alla crisi in corso e alle caratteristiche meccaniche della crosta, non dell’annuncio di un terremoto imminente. L’INGV ha precisato che anche i modelli più recenti, compresi quelli basati su scenari peggiori, non costituiscono previsioni deterministiche di terremoti o di eruzioni. La scienza può descrivere le condizioni di rischio e aggiornare le probabilità, ma non indicare con certezza giorno, luogo e magnitudo del prossimo evento.
Per la popolazione, il rischio più immediato resta quello legato agli effetti delle scosse sugli edifici, soprattutto nelle aree dove il patrimonio edilizio è più vulnerabile. Un terremoto di magnitudo moderata, se molto superficiale e vicino ai centri abitati, può essere percepito con forza e provocare danni locali anche senza assumere le caratteristiche di un grande terremoto appenninico. Per questo il monitoraggio non si limita ai sismometri: vengono osservati anche GPS, deformazioni del suolo, composizione dei gas e parametri dell’attività idrotermale.
Perché il numero delle scosse non basta a prevedere il futuro
L’aumento degli eventi sismici è un segnale importante, ma non equivale automaticamente a un’imminente eruzione. Nei Campi Flegrei la relazione tra pressione, deformazione, fluidi e fratture è complessa e può produrre fasi di accelerazione seguite da rallentamenti. Anche un sollevamento prolungato può evolvere in modi differenti: la sismicità può intensificarsi, stabilizzarsi oppure diminuire senza che il magma raggiunga la superficie. L’interpretazione corretta richiede quindi il confronto continuo fra più indicatori e non la lettura isolata di una singola scossa.
Cosa monitorare nei prossimi mesi nell’area flegrea
I segnali da seguire sono soprattutto la velocità del sollevamento, la frequenza degli sciami, la profondità degli ipocentri e l’eventuale comparsa di variazioni coerenti nei parametri geochimici e idrotermali. Un singolo terremoto forte può attirare l’attenzione, ma diventa più significativo se inserito in una sequenza accompagnata da cambiamenti persistenti e convergenti. I bollettini dell’Osservatorio Vesuviano e le comunicazioni della Protezione Civile restano quindi i riferimenti principali per distinguere un episodio isolato da una variazione strutturale della crisi.
Gli scenari futuri restano aperti. Il modello del caso peggiore pubblicato dall’INGV è utile per preparare la gestione dell’emergenza e valutare l’evoluzione possibile di una crisi lunga, ma non stabilisce che quel percorso debba verificarsi. La prospettiva più prudente consiste nel considerare plausibili ulteriori terremoti avvertibili, senza trasformare questa possibilità in una certezza. Parallelamente, la riduzione della vulnerabilità degli edifici, la conoscenza dei piani di emergenza e la diffusione di informazioni corrette rappresentano strumenti concreti per limitare le conseguenze sociali del bradisismo.















