Una minoranza di galassie potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nella reionizzazione dell’Universo primordiale. È questa l’indicazione che emerge da una nuova analisi basata su 1.428 galassie osservate dallo strumento NIRSpec del James Webb Space Telescope, situate a redshift compresi tra 5 e 10. Secondo lo studio, circa il 20% delle sorgenti, caratterizzate da una frazione di fuga della radiazione ionizzante superiore al 10%, avrebbe prodotto circa l’87% dei fotoni capaci di raggiungere lo spazio intergalattico.

Le galassie con una maggiore frazione di fuga potrebbero aver contribuito in modo sproporzionato alla reionizzazione dell’Universo, pur rappresentando soltanto una parte della popolazione osservata. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
La nebbia di idrogeno dell’Universo giovane
Dopo la formazione dei primi atomi, lo spazio tra le galassie era dominato da idrogeno neutro, in grado di assorbire gran parte della radiazione ultravioletta più energetica. Con la nascita delle prime stelle e galassie, i fotoni ionizzanti hanno iniziato a strappare gli elettroni agli atomi di idrogeno, rendendo progressivamente più trasparente il mezzo intergalattico. Questa fase, chiamata epoca della reionizzazione, rappresenta una delle principali transizioni nella storia cosmica, ma la sua durata e i suoi protagonisti non sono ancora ricostruiti in modo definitivo.
Il problema osservativo è particolarmente complesso. A redshift superiori a 6, il mezzo intergalattico ancora parzialmente neutro assorbe quasi completamente i fotoni della cosiddetta radiazione Lyman continuum, impedendo una misura diretta della quantità che riesce a uscire dalle galassie. I ricercatori hanno quindi utilizzato le caratteristiche dello spettro: quando una quota maggiore di fotoni ionizzanti sfugge, alcune emissioni prodotte dal gas nebulare risultano ridotte. Questo schema consente di stimare indirettamente la frazione di fuga, indicata con fesc.
Il ruolo decisivo delle galassie più permeabili
L’analisi JWST/NIRSpec non si limita a contare le galassie o a stimarne la luminosità ultravioletta. Attraverso modelli spettrali, lo studio ricava per ogni sorgente una stima combinata della produzione interna di fotoni e della quota che riesce a uscire. Il risultato modifica il modo di interpretare il bilancio ionizzante: non basta sapere quante galassie esistono, perché la proprietà decisiva è la loro capacità di aprire canali attraverso il gas e la polvere interstellare.
Le sorgenti con fesc inferiore al 10% sono molto più numerose, ma nel modello contribuiscono poco alla quantità complessiva di radiazione che raggiunge il mezzo intergalattico. Le galassie fortemente permeabili, invece, anche quando non rappresentano la maggioranza del campione, emettono un numero di fotoni ionizzanti sufficientemente elevato da dominare l’emissività cosmica. La differenza è ampia: le sorgenti con alta fuga risultano mediamente circa 1,5 ordini di grandezza sopra il gruppo delle galassie con fuga debole.
Il quadro non elimina il possibile contributo delle galassie più deboli. A redshift superiori a 6, le sorgenti poco luminose, con magnitudini ultraviolette oltre circa -18, possono contribuire in modo paragonabile alle galassie brillanti. A redshift più bassi, tra 5 e 6, il peso maggiore tende invece a spostarsi verso oggetti più luminosi, vicini a una magnitudine ultravioletta di circa -20. La luminosità, dunque, conta, ma deve essere valutata insieme alla permeabilità del gas.
Una reionizzazione conclusa intorno a redshift 5,8
Integrando le stime delle sorgenti osservate con le funzioni di luminosità ultravioletta, il gruppo di ricerca ha costruito un bilancio dei fotoni ionizzanti fino a redshift 15. In condizioni considerate standard, l’evoluzione della frazione di idrogeno neutro ottenuta dal modello è compatibile con altre osservazioni indipendenti e indica una conclusione della reionizzazione intorno a redshift 5,8. Il risultato non rappresenta una data precisa nel calendario cosmico, ma un vincolo sull’epoca in cui il gas intergalattico è diventato in gran parte ionizzato.
Questa ricostruzione si inserisce in un quadro osservativo ancora in evoluzione. Studi precedenti avevano già indicato che le galassie nane e molto deboli possono produrre fotoni ionizzanti con efficienza superiore alle attese, tanto da sostenere la reionizzazione anche con frazioni di fuga relativamente contenute. Altri risultati del JWST hanno mostrato galassie con emissioni di Lyman-alfa a epoche estremamente remote, un segnale compatibile con la presenza di ambienti locali più trasparenti alla radiazione.
Perché il risultato ridimensiona il problema del bilancio dei fotoni
L’aspetto più importante è la separazione tra produzione e fuga. Una galassia può ospitare stelle giovani e molto calde, quindi generare una grande quantità di fotoni ionizzanti, ma restare quasi impermeabile se il gas interstellare li assorbe prima che escano. Al contrario, una sorgente meno brillante può diventare più efficace se la sua struttura interna presenta cavità o canali a bassa opacità. L’interpretazione proposta dal JWST suggerisce quindi che la reionizzazione non fu necessariamente il risultato uniforme dell’intera popolazione galattica, ma di una distribuzione molto disomogenea dell’efficienza di fuga.
In termini fisici, questo significa che il numero di galassie non è sufficiente per ricostruire la storia della trasparenza cosmica. Servono informazioni sulla geometria del gas, sulla frequenza degli episodi di formazione stellare e sull’effetto delle esplosioni di supernova, che possono scavare percorsi nella materia interstellare. Il valore dell’analisi sta nell’aver incorporato direttamente l’emissione ionizzante che si presume raggiunga il mezzo intergalattico, riducendo la dipendenza da due parametri spesso stimati separatamente.
Le verifiche necessarie per capire se furono davvero poche galassie
Il risultato resta una ricostruzione basata su modelli e su un campione spettroscopico che non copre ancora in modo uniforme tutte le luminosità e tutti i redshift. Gli stessi autori segnalano che le stime possono risentire della formazione stellare intermittente, delle popolazioni stellari molto povere di metalli e della difficoltà di descrivere correttamente le sorgenti più deboli. Per questo la quota del 20% va interpretata come una misura del campione e del modello adottato, non come un censimento definitivo delle galassie responsabili.
Le prossime osservazioni dovranno verificare se la stessa distribuzione delle frazioni di fuga si mantiene nelle galassie più antiche e meno luminose. Sarà inoltre necessario confrontare le stime individuali con la struttura delle righe nebulari, con l’emissione di Lyman-alfa e con i vincoli ricavati dal fondo cosmico e dalle foreste di Lyman-alfa. Se questi test confermeranno una popolazione ristretta di forti leakers, la storia della reionizzazione apparirà sempre più simile a un processo a macchie, avviato da sorgenti rare ma capaci di illuminare volumi molto più estesi del loro ambiente immediato.
Per ora, la conclusione più prudente è che il JWST abbia reso osservabile una variabile finora difficile da vincolare: non solo quanta luce producono le prime galassie, ma quanta riesce davvero a uscire. La reionizzazione potrebbe dunque essere stata guidata da una minoranza di sistemi con condizioni interne particolari, mentre il contributo della popolazione più numerosa e meno permeabile sarebbe rimasto secondario. Nuovi campioni e spettri più profondi stabiliranno se questa lettura rappresenta la regola cosmica o soltanto una delle possibili configurazioni.















